La differenza tra Forma e Sostanza

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Se vi è una questione che causa confusione nel mondo odierno è l’ incapacità di discernere i contenuti di un argomento, e la più confusa in assoluto mi pare che sia la Forma e la Sostanza.

Questa difficoltà è data da due fattori: la prima è quella di fuoriuscire dal proprio punto di vista; la seconda è l’incapacità di integrare un complesso di informazioni, passando continuamente verso una nuova posizione negando totalmente la precedente.

Gli esempi proposti vengono tutti quanti da internet.

Se internet non è affidabile per fare una ricerca di natura storica, lo è invece enormemente se bisogna cercare materiale riguardo il pensiero comune (e purtroppo trascrivere i “discorsi da bar” sarebbe troppo lungo e penoso).
Questo a dimostrazione del fatto che la Verità sull’utile è che: tutto è potenzialmente utile, e questo potenziale si esprime a seconda del fine che abbiamo (se cerco una marmitta per trattori, non vado in un negozio di articoli sportivi).
La considerazione ciceroniana sull’utile e l’onesto in questo momento non è adatta in quanto non si riferisce all’indagine su un fenomeno, bensì alle scelte per il bene personale e dello Stato.


Tornando a noi, facciamo un esempio pratico.
Penso che tutti hanno memoria di questo post uscito su internet tempo fa:
Sorvolando sulla citazione tra parentesi (se qualcuno conosce la Sig.na Quantistica, e può presentarmela) l’immagine può apparire come un pozzo di grande saggezza.

Il concetto espresso da questo post (ho voluto iniziare con un esempio semplice) è che osservando questo cilindro, a seconda che lo si guardi da un lato o dall’altro si vedrà un cerchio oppure un quadrato. Con questo si vorrebbe dimostrare che a seconda del punto di vista, l’oggetto osservato cambia da quadrato a cerchio. E di conseguenza la Verità non è una sola, ma molte (scriverò anche un articolo sulla Verità).
In realtà il fatto di vedere un “cerchio” o un “quadrato” è solo dimostrazione di star osservando solo una parte della realtà, ed una realtà parziale è sempre una falsità. La verità in questo caso è che si sta parlando di un cilindro, quindi i sostenitori del quadrato e quelli del cerchio sono entrambi ingannati dalla Forma, poiché la Sostanza è che si parla di un cilindro.

La Forma è quindi il mezzo che ci permette di giungere alla Sostanza;
La Sostanza è l’essenza vera di un concetto.

Forse un esempio più chiarificatorio -sempre tratto da internet- è quest’altro


Con questa immagine si vorrebbe nuovamente dimostrare che a seconda del punto di vista la sostanza di questo povero numero cambia.
In realtà di per se stesso quel segno non ha un valore: per noi ha un valore numerico, nella lingua cirillica è una “b” corsiva, nella lingua indiana (alfabeto Devanagari) ricorda il suono “pa”.
Il segno è la Forma, che è “arbitraria” ed ogni popolo (o punto di vista) attribuisce il valore che vuole dargli, o meglio è la convenzione, la Forma, che si adotta per esprimere quella Sostanza.
Perciò la Sostanza non viene cambiata dalla Forma con cui appare o che vogliamo attribuirgli.
Molte persone infatti pensano che il fatto di poter chiamare un qualcosa con nomi diversi è la dimostrazione che ognuno ha la sua verità e questa cambia dal punto di vista. Come se chiamando un cane “gatto” questo si mettesse a miagolare!
Tornando quindi al 6/9 entrambi hanno torto, perché la Verità è che quel simbolo può avere diversi significati, e bisognerebbe interrogare l’autore su quale pensiero (quindi Sostanza) volesse esprimere.

Ma vedi, questi problemi di Forma sorgono oggi per un semplice motivo: la Forma è espressione della Sostanza, ma quando si fanno le cose solo di Forma senza Sostanza, allora quella Forma diventa libera interpretazione del singolo. E poiché ognuno pensa di aver ragione, allora scatta lo scontro: il singolo si appropria della presunta Sostanza dell’autore, scagliandosi contro il suo interlocutore accusandolo quindi di ignoranza e stupidità perché egli è convinto che la Sostanza che ha attribuito alla Forma espressa sia più vera di quella dell’altro (e l’altro fa la stessa identica cosa); in realtà una Sostanza dietro quella Forma non c’è, e quindi diventa una discussione sterile ed inutile. Ma dannosa come se non lo fosse, essendo che le parti sono convinte di star lottando in nome della Verità, e non dell’argomento!
Ed il senso dell’importanza della Verità è un qualcosa di innato nell’Essere Umano, che quando è nutrito allora sprona l’umano a migliorarsi e a ricercare, e quando crede di averla trovata la difende a spada tratta senza dubbi.

E questo si vede in modo incredibilmente lucido nell’Arte a noi contemporanea, o più precisamente nella miriade di opere “Senza Titolo”, o addirittura perfettamente inesistenti, esposte con il chiaro intento <che sia l’osservatore a dargli un significato>. Volendo nobilitare questo intento di molti artisti, e prenderlo per buono (invece di vedervi uno stratagemma per nascondere l’ incapacità o il non aver nulla da esprimere) risulta totalmente fallimentare, poiché si ha come unico risultato che una Forma priva di Sostanza non verrà interpretata dal singolo in virtù del proprio DOVERE alla libertà di pensiero, bensì verrà interpretato da un qualche critico più o meno riconosciuto tale (in base a quanto è riuscito ad esporsi a volte con contenuto e qualità personali, a volte con il vaniloquio), e l’osservatore si affiderà a quanto tal critico dice invece di affidarsi a se stessi. Ovvero si cede arrendevolmente all’opinione altrui in virtù del fatto che <quello è studiato>. Ma il fatto di “essere studiati” non implica anche “essere pensati” (neologismo di mia invenzione, che intende indicare una persona in grado di produrre un pensiero degno di questo nome). E perciò il più ignorante del pianeta se ha esercitato le proprie qualità mentali sarà in grado di avvicinarsi alla Verità, alla Sostanza delle cose molto più di un gran professorone, o di qualcuno elevato dalla folla a idolo sapiente (che è anche peggio).

Un’argomentazione che è tanto a cuore ai relativisti riguarda la fisica quantistica.

Innanzi tutto la fisica quantistica si occupa di una materia ben precisa, quella microscopica. Ed infatti le sue teorie non sono applicabili nel mondo macroscopico.
La base del principio relativista si basa su una cattiva interpretazione del principio di complementarità.
Cosa dice questo principio? Dice in sostanza che la materia
a livello subatomico può essere sia in una condizione corpuscolare (di particella) sia di onda, e solo dopo averlo misurato (osservato) questo assume uno solo dei due stati, questo a causa dell’interazione che l’osservatore ha nel momento in cui interagisce con la materia.
Ma questo non dimostra assolutamente che la Verità muta a seconda del punto di vista.
Anzi al massimo dimostra che l’essere umano influenza gli eventi intorno a sé.
Inoltre la sua condizione Vera è chiara: è in uno stato duale (che poi in realtà non è proprio così, perché la questione onde/particelle è un concetto della fisica classica, e quindi non applicabile al mondo quantistico dove valgono altri concetti), quella è la Verità, e non cambia da qualsiasi punto di vista la si osservi.
Inoltre ci si dimentica l’insieme di competenza: qui si sta parlando di mondo subatomico… l’albero è un albero, nello stato di albero, indipendentemente che lo si osservi o meno; non si pone in una condizione contemporaneamente “alberica” e “non alberica” in attesa che lo guardiamo!!!
Ed il fatto di non sapere una cosa (es. non guardo l’albero, quindi non so in che stato sia) non significa assolutamente che esso è in una condizione duale, bensì che esso ha una sua condizione che noi ignoriamo. Se sono in un parco, e non vedo un albero quello c’è indipendentemente da me; e c’è sia prima che dopo averlo osservato, perché l’albero non è una particella subatomica.

Questa visione relativista è apparentemente molto aperta e liberale, in realtà nasconde un profondo egocentrismo, e ci fa credere erroneamente che il mondo sia in attesa che lo guardiamo per mostrarsi a noi.
Noi viviamo in un Universo che ha un realtà, una Verità, una Sostanza propria, la quale è reale, Vera, Sostanziale indipendentemente dalla Forma con cui crediamo di vederlo!
I pappagalli vedono molti più colori di noi (avendo una capacità di lettura dello spettro ottico più ampia) ma questo non significa che il mondo cambia a seconda che lo osservi il colorito pennuto o l’essere umano. Significa che esiste uno spettro ottico del quale noi ne vediamo un pezzo, ed i pappagalli un pezzo più ampio.
Inoltre il relativismo applicato come lo si applica (purtroppo ampiamente) anche nella spiritualità, è solo un sistema per poter dire <siccome la verità dipende dal punto di vista, ed io rispetto la “tua verità” allora è necessario che tu rispetti la MIA di verità, senza il bisogno che te la dimostri, così come io non ti chiedo di dimostrarmi la tua> cioè un mezzo per poter legittimare tutto ed il contrario di tutto, evitando in ogni modo qualsiasi indagine, qualsiasi studio, qualsiasi ricerca, ed in ultimo qualsiasi confronto. E l’assenza di confronto non è altro che un modo per aver ragione sempre, senza mettersi in dubbio, e quindi un impoverimento di se stessi.
E questo evitare il confronto altro non è in ultima analisi, la paura di essere giudicati negativamente perché si è instabili sulle proprie posizioni. Quindi invece di affrontare la cosa, la si rifugge.

Mi scuserai queste continue deviazioni ma è un argomento strettamente legato al concetto di Verità essendo che la verità è Sostanza, mentre la Forma è come essa appare.

Veniamo adesso all’applicazione di tutto questo bel discorso nel campo del sacro.
Cosa dunque di tutto appartiene alla Sostanza e cosa alla Forma?

Iniziamo dagli Dei.
Abbiamo parlato in un articolo precedente della natura degli Dei, ovvero della loro Sostanza.
Ma gli uomini come fanno ad entrarvi in contatto?
Bè entrare in contatto direttamente con la loro Sostanza è impossibile, perché noi viviamo nella materia, e questa è quella che conosciamo, e non possiamo carpire un concetto astratto come quello.
Facendo un esempio pratico: se ti chiedessi d’immaginare in questo momento i conflitti in ogni loro aspetto, dovresti vedere contemporaneamente tutte le guerre, gli scontri, le violenze, ma anche la difesa e l’attacco, insomma qualsiasi cosa riguardi una guerra dall’azione del singolo a quella dei molti, nel passato nel presente e nel futuro, persino quelle che ignori. Il tutto senza “vederlo” dal punto di vista fisico (armi, soldati, campi di battaglia), ma vedendone l’ “energia” (mi perdonerete la semplificazione) che si muove in quelle situazioni. Impossibile!
Questo perché non possiamo noi “vedere” cose che non conosciamo, e quindi ci è impossibile concepire in tutta la sua completezza la Sostanza di una divinità. Abbiamo per questo bisogno di determinargli una forma, cioè un’ “immagine” che ci permetta di entrarvi in contatto.
Nel caso della guerra mi riferivo a quella Sostanza divina (Nume) che i romani chiamano Marte, mentre i greci chiamano Ares, ed i cristiani San Michele, i germani Woden, i giapponesi Bishamonten, e gli induisti Hanuman, etc.
I Romani a cui era noto questo meccanismo avevano per questo creato l’ interpretatio, cioè l’identificazione tra divinità proprie e divinità straniere:
<Presso questi ultimi [i Naarvali n.d.r.] si fa vedere un bosco sacro, in cui si celebra un antico rito religioso. A questo presiede un sacerdote [sacerdos] in abiti femminili; identificando [interpretatione], poi, gli Dei con divinità romane, i Naarvali accennavano a Castore e a Polluce. Uguale è il carattere della divinità, il suo nome è Alci>
(Tacito, De Germania, 43)

Il rito similmente fa parte della Forma, ovvero è lo strumento in base al quale il nostro agire va a “toccare” la Sostanza di una divinità. Per questo è importante compiere riti in modo corretto, e non fatti a caso, o spronati dall’emozione del momento, perché si andrà ad utilizzare una Forma che non è detto che esprima la Sostanza che vogliamo.


Per concludere, non confondere mai la Forma con la Sostanza, ed esercitati a curarne la distinzione.
Quando incontri qualcuno che la confonde, fingi di aver capito male prendendone la Forma alla lettera, in modo da metterlo innanzi al vero valore di quanto sta dicendo.
Perché se è vero che la parola è materia, un cattivo uso della parola muove sempre un qualcosa di non coerente con quanto vogliamo.
Il <ma io intendevo dire che> non è sufficiente, come regola generale, ma in particolare nel mondo romano quello che uno dice è esattamente quello che sta muovendo (per questo vi è una costante ripetitività nelle formule dei riti, e si veda anche l’esempio di Numa e Giove).
Chi parla male pensa male.

Cura quindi la tua parola e curerai anche la tua Mente.

Emanuele Viotti

l’immagine in copertina è proprietà dell’autore:

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