Fons, ed il culto delle sorgenti

Annunci

Com’è agevolmente intuibile, l’importanza e dunque la sacralità delle sorgenti d’acqua è un elemento indiscutibile, presso ogni civiltà. La posizione stessa di Roma fu scelta (tra gli altri motivi) proprio per l’abbondanza delle sue fonti (1), elemento di mistero e meraviglia (2), nonché fattore indispensabile alla vita: per quasi un terzo della loro storia, i Romani si limitarono ad impiegare l’acqua che scorreva spontaneamente o affiorava nel luogo, dal momento che il primo acquedotto, l’Aqua Appia, venne edificato solo nel 343 a.e.v (3). Agli acquedotti erano preposti i ministri o i magistri fontani e i curatores aquarum (4). La sistematizzazione dell’afflusso idrico non attenuò la venerazione delle acque sorgive, come risulta da numerosissime testimonianze letterarie (5) e centinaia di dediche votive, anche in relazione a bacini di raccolta artificiale delle acque sorgive, quali terme ed acquedotti (sottoposti alla tutela di numi locali o meno); esemplare in questo senso il culto di Nettuno nell’Africa interna (6) in relazione ai lavori di raccolta e convoglio delle acque sorgive.

E dunque l’acqua rimase destinataria di una devozione che la investiva, invariabilmente, in contesti naturali e artificiali, dove la perizia artistica ed ingegneristica umana si fondeva armoniosamente con la valenza magico sacrale dell’elemento acquatico; queste acque sono sottoposte all’autorità di Fons, adorato anche dai Sabini (7).

Oltre che etimologicamente (8), l’appartenenza di questa divinità all’elemento acquatico risulta nel Mito, che vuole Fons figlio di Giano e di Giuturna (9); il legame è ulteriormente sancito dalla collocazione topografica: a Fons è infatti consacrato un altare alle pendici sud-orientali del Gianicolo (nel luogo occupato ora dal Ministero della Pubblica Istruzione, 10), nelle immediate prossimità della tomba di Numa (11). Il colle di Giano è infatti ricchissimo di sorgenti e di falde acquifere e lì si estendeva (presso l’attuale Villa Sciarra) anche il lucus di Furrina, altra divinità connessa all’acqua ed in qualche modo complementare a Fons (12). Non risultano sacerdozi dedicati al dio, benché alcuni avanzino l’ipotesi che Fons fosse onorato di un flamine (13).

Ben conosciute, nonché attestate dai maggiori calendari romani (14), son tuttavia le sue festività, i Fontinalia del 13 Ottobre: in questo giorno pozzi e fontane venivano ornate da ghirlande e da offerte di fiori (15). Quella dei fiori sembra un’offerta consuetudinaria al dio, insieme a vino e sacrifici di più cruenta natura: celeberrima l’offerta di un capretto da parte di Orazio alla Fons Bandusiae, come quella di un’agnella da parte di Numa alla Fons Fauni et Pici (16). Come testimoniato dagli Acta ad essi relativi, anche il collegio sacerdotale degli Arvali sacrificava a Fons all’interno del Lucus Deae Diae (17), nel contesto di cerimonie espiatorie necessarie per la messa in opera di manutenzione straordinaria (ad esempio a fronte della caduta di alberi); all’interno dei boschi sacri è infatti vietata qualsiasi attività profana (18).

Insieme a tutta una serie di altre divinità, a Fons in diverse occasioni furono destinati due arieti, verbeces (19); nonostante si tratti, come si è detto, di eventi eccezionali adempiuti all’apertura e alla chiusura di lavori conservativi del santuario, certamente la chiamata in causa di Fons (benché non specificatamente legato al sacerdozio arvalico) non fu dettata dal caso. Nonostante spesso sfuggano le connessioni nulla, nella Romana Religio, può dirsi casuale. Gli scavi nel sito hanno evidenziato l’esistenza di un pozzo annesso all’aedes (da cui probabilmente si attingeva l’acqua necessaria ai riti), parte integrante dell’attività cultuale: ecco dunque che, in virtù di una sua precipua connessione al Lucus, si può ipotizzare che Fons fosse oggetto di una cultualità meno episodica da parte degli Arvali.

Oltre al già menzionato altare gianicolense, altro luogo di culto è il delubrum Fontis, un sacrario posto subito fuori porta Fontinalis (da localizzarsi nell’attuale Piazza Venezia, a ridosso del Vittoriano, 20), dedicato nel 231 a.e.v. dal console C. Papirio Masone a seguito della sua vittoria sui Corsi; forse questa dedica fu lo scioglimento di un voto fatto dallo stesso Masone durante la campagna quando i Romani, stremati dalla sete, rinvennero delle sorgenti che decisero l’esito del conflitto (21).

Meno chiare son le ragione della collocazione delle Fontinalia ad Ottobre: ci si aspetterebbe di trovarle invece nella stagione calda, come i Neptunalia del 23 Luglio in piena canicola, o come i Volcanalia di Agosto, al fine di allontanare il rischio della siccità (e questo anche sulla scorta dell’episodio di Papirio Masone).

Poco credibili le teorie avanzate in proposito da alcuni autori moderni come Sabbatucci (22), secondo il quale Fons sarebbe chiamato in causa in relazione alle festività del vino; più convincente è semmai il legame con l’Armilustrium: la valenza di Fons, alla chiusura della stagione bellica, sarebbe da inserire nel quadro delle pratiche lustrali tese ad eliminare la pollutio dalle armi e dagli uomini. Potrebbe anche banalmente derivare dal fatto che le sorgenti, gravide delle grandi piogge autunnali, raggiungono in questo periodo il loro massimo fulgore.

Non abbiamo immagini del dio, ad eccezione forse di un rilievo rivenuto fuori Porta Capena, recante un’iscrizione dedicatoria alle Fonti e alle Ninfe; vi sarebbero raffigurate raffigurerebbe “..le varie divinità alle quali erano sacre le varie sorgenti sgorganti dal Celio” (23) sud-occidentale. Al centro si trova una figura rappresentata alla stregua di un dio fluviale: Fons, oppure il rivolo originato da quelle sorgenti.

Se la spettanza numinosa dei fiumi, soprattutto se di una certa portata, è ben individuabile e certa, più indeterminata è quella delle fonti: se tutte sono soggette a Fons, il singolo affiorare dell’acqua è spesso interpretato dalle dediche come la teofania del numen fontium locale: è il caso ad esempio del Fons Ventinus a Pinna (CIL IX 3351) o del Fons Caeretanarum a Caere; secondo alcuni autori, (24) sarebbero tutte delle indigitazioni (epiteti, in questo caso localistici) di Fons.

Si tratta di una cinquantina di dediche, sia dall’Urbe che dalla Penisola e dalle province, dove il culto romano si innestò senza stravolgimenti di sorta sui culti autoctoni. Anzi, avvenne un fenomeno di senso contrario: proprio l’assimilazione delle figure indigene condusse, più che a sincretismo puro e semplice, ad un radicale cambiamento della fisionomia divina preposta alle fonti, in cui da un’originaria unicità si passò ad una scomposizione in una molteplicità di entità divine. Tale pluralismo nominale potrebbe celare il proposito d’intendere un animismo generico (25). Spia di questo processo il passaggio alle Fontes, intese al plurale, che finirono con l’essere oscurate dal culto delle Ninfe d’importazione greca (con un’ottantina di dediche) e delle Matrone/Iunones della Cisalpina (un centinaio). A complicare ulteriormente le cose la natura stessa dell’elemento idrico: l’acqua viva, essendo elemento imprescindibile di qualsiasi rito, contraddistingue ogni aspetto della religiosità umana. E dunque sussistono legami fondativi tra l’acqua e i culti delle più disparate divinità, soprattutto Apollo (nella doppia veste oracolare e medica), Ercole e Minerva (26), figura d’elezione nel mondo celtico per interpretare i culti idrici locali.

Esemplare il Tempio di Minerva a Breno, in Valcamonica (27), ove il culto romano si fonde armoniosamente con la preesistente divinità (conosciuta da una lamina votiva), venerata almeno sin dall’Età del Ferro. A dispetto della furia iconoclasta ed empia del cristianesimo, particolarmente efferato in Valcamonica, i culti arborei e delle acque sopravvissero con una vitalità eccezionale (28), superando il Medioevo. E il santuario, salvato dalle acque del fiume Oglio, giunge fino a noi in tutta la sua magnificenza.

I più rilevanti, per monumentalità, di questi luoghi di culto si trovano in corrispondenza di importanti vie di comunicazione, snodi commerciali o vie di transumanza: qui acquisivano anche una fondamentale valenza politica, fungendo da mediatori culturali a doppio binario nel processo di romanizzazione. Se numerose sono le fonti tramandate dalla letteratura o dalle dediche votive con un nome (almeno una quindicina solo quelle presenti all’interno di Roma 29), molto più numerose sono quelle anonime. Si tratta di sorgenti rimaste integre nel loro contesto naturale e mai oggetto di monumentalizzazione, la cui devozione è da segnalarsi grazie all’esistenza di depositi votivi (bronzetti, vasellame anatomico e non, resti animali). Un culto tanto generalizzato quanto quello delle acque, ovviamente, abbracciava vaste prerogative: lustrali, oracolari e soprattutto terapeutiche. Non a caso le espressioni cultuali si registrano soprattutto in presenza di acque termo-minerali, che in base alla specifica composizione chimica dell’acqua costituivano e costituiscono a tutt’oggi rimedio ad un larghissimo spettro di patologie (30).

Benchè le conoscenze idroterapiche antiche si basassero in prevalenza su osservazioni empiriche, mischiando conoscenze scientifiche e magico-religiose, trovavano spazio tutte le principali applicazioni conosciute oggi; i santuari dedicati alle fonti salutari finirono gradualmente per incorporare strutture ricettive, atte ad accoglier questuanti/degenti. La geologia e l’analisi chimica delle acque può dunque contribuire ad una mappatura dei luoghi di culto fontinali dell’Antichità. Assai rinomate erano e rimangono quelle acque ricche di calcio, di aspetto lattiginoso, in relazione alla stimolazione della secrezione lattea femminile (secondo il principio similia similibus); l’effettivo intervento farmacologico, dovuto all’assunzione di ormoni galattogeni, trova conferma nella medicina moderna (31).

Queste acque, fluenti o stillanti da concrezioni rocciose (le cosiddette Grotte Lattaie) tracciano, come ogni altra acqua, un’ininterrotta continuità dai tempi più remoti travalicando ogni appartenenza geografica, etnica e sociale. Partecipe, com’è, di ogni fase dell’essere umano e accompagnandolo insieme a tutte le cose nel ciclo di eterno ritorno. Nullus enim fons non sacer (32).

Adriano Mattia Cefis

——————————————————————————————————-

                              NOTE

1) Cicerone, De re pubblica II 6: “Per l’avvedutezza di Romolo [..] il luogo scelto abbondava anche di sorgenti”.

2) Cicerone, De Nat. Deo. II 98: “..la frescura delle fonti perenni, la trasparenza delle acque fluviali, il mantello di un verde intensissimo che ne ricopre le rive, le ampie cavità delle grotte”. Plinio, Naturalis Historia XXXI 21: “Chi pensasse che qualcuno di questi fatti non sia credibile, sappia che in nessuna parte della natura vi son maggiori meraviglie”. Columella, Res Rustica I 5: “Entro il recinto della fattoria o condottavi dall’esterno ci sia una sorgente d’acqua viva e non siano distanti i boschi [..] se l’acqua corrente mancherà, si scavi un pozzo nelle vicinanze, che non sia troppo profondo e l’acqua del quale non abbia gusto amaro o salso. Se non si potrà nemmeno questo e non ci sarà assolutamente speranza di avere acqua viva, saremo costretti a costruire vaste cisterne per gli uomini e abbeveratoi per le bestie. L’acqua piovana, del resto, è la migliore per mantenersi sani; ma per essere considerata eccellente deve arrivare alla cisterna in tubi di terracotta, e la cisterna deve essere chiusa. Subito dopo l’acqua piovana viene quella che scende dai monti, purchè scorra in pendio molto ripido e fra i sassi, come l’acqua del monte Gaurceno in Campania. Terza viene l’acqua di pozzo, scavato in collina o anche nella valle, ma non troppo in basso. Pessima è l’acqua che scorre lenta e si impaluda. Quella, poi, che sta sempre ferma nella palude è pestilenziale. Eppure anche questo liquido per natura sua tanto nocivo, d’inverno si migliora, mescolandosi alle piogge: cosa che dimostra ad evidenza la bontà dell’acqua che viene dal Cielo, se è capace di rendere innocuo il veleno dell’acqua marcita. Ma ho già detto appunto che l’acqua piovana è la migliore per bere. I ruscelli scorrenti giovano moltissimo a temperare i calori estivi e a dare più amenità a luoghi; se dunque le condizioni della regione lo permettono, si faranno passare attraverso la fattoria, comunque siano, purchè abbiano acqua dolce. Se ci sarà un fiume, sia pure lontano dai colli, e la salubrità del luogo e una sopraelevazione del terreno permetteranno di costruire la villa vicino alla corrente, bisognerà tuttavia fare in modo che il fiume sia alle spalle e non davanti, in modo che la fronte dell’edificio non sia esposta ai venti dannosi, ma guardi nella direzione dei benefici: da quasi tutti i fiumi, infatti, si alza d’estate un velo di vapori, d’inverno una folta nebbia, e ci vuole un vento di una certa forza per allontanarla; altrimenti, è ausa di malattie per gli uomini e per gli animali.” Varrone, De Re Rustica I 11: “La villa va costruita in modo che nel suo recinto vi sia l’acqua; se no, nelle sue immediate vicinanze: innanzi tutto che sia acqua che sgorga lì; in mancanza di questa, acqua che scorre perenne. In mancanza del tutto di acqua corrente, bisogna costruire delle cisterne coperte e degli abbeveratoi all’aperto, perché delle une possano servirsi le persone, degli altri le bestie.

3) Frontino, De Aquaeductu 4: “Dalla Fondazione dell’Urbe i Romani, per quattocentoquarantuno anni, furono in grado di soddisfare il bisogno di acqua potabile servendosi di quella che attingevano dal Tevere, o dai pozzi oppure dalle sorgenti. Trent’anni dopo l’inizio della guerra con i Sanniti fu convogliata a Roma l’Acqua Appia, durante la censura di Appio Claudio Cieco [..] Quarant’anni dopo la realizzazione della Via Appia M. Curio Dentato, che esercitò la carica di censore con Lucio Papirio Cursore, concesse l’appalto per convogliare a Roma l’acqua del fiume Aniene [..] dopo centoventisette anni, dal momento che la conduzione dei lavori dell’Appia e dell’Aniene, danneggiata dalla lunga durata, era ostacolata anche dalle azioni fraudolente dei privati, il progetto fu affidato dal Senato a Marcio, con l’impegno di portare a termine e di tutelare la sua realizzazione. E poiché l’espandersi dlla città sembrava richiedere una quantità più abbondante di acqua, allo stesso fu ordinato da parte del Senato di provvedere a convogliare a Roma altre fonti idriche in proporzione alle effettive possibilità: Marcio rimise in sesto i precedenti acquedotti e convogliò verso di loro una terza vena d’acqua più consistente, alla quale dal realizzatore fu dato il nome di Marcia.”

4) Sui curatores aquarum, di nomina imperatoriale, vedi Fontino, ibidem 1: “..ora che Nerva Augusto, non saprei dire se principe più diligente che premuroso nei confronti dello Stato, mi ha nominato commissario delle acque, ufficio che riguarda l’utilità ma ance l’igiene e la sicurezza di Roma e che è stato gestito dai più eminenti personaggi di questa città.” Le loro mansioni in epoca repubblicana spettavano ai censori prima e a questori ed edili poi, i quali si affidavano forse a specifici collegia, ossia i già citati Magistri e Ministri Fontis; vedi ad esempio CIL VI 154-165.

5) Seneca, Epistole a Lucilio IV 41: “Veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; l’improvvisa scaturigine dal sottosuolo di un vasto fiume esige i suoi altari; fonti di acque termali sono onorate; l’oscurità e l’immensa profondità dei fondali hanno reso sacri alcuni laghi.” Stazio, Silvae I 2, 154: “Tiene lontani i raggi del sole la frescura che scende dalle secolari selve: trasparenti fonti vivono nel marmo.” Marziale VI 47: “Ninfa, che con acqua pura scorri per l’abitazione del mio Stella e penetri sotto il tetto di gemme del padrone, sia che la moglie di Numa ti abbia inviato dalle grotte di Ecate, sia che tu venga nona dalla cerchia delle Camene: Marco si scioglie dai voti offrendoti questa scrofa vergine, dal momento che, mentr’era malato, ha bevuto di nascosto la tua acqua. Tu avuta soddisfazione per il mio fallo concedimi in sicurezza la gioia della tua acqua: che la mia sete sia da persona sensata.” Ausonio, Ordo Urbium Nobilium 20: “Salve, fontana dalla sorgente ignota, santa, benefica, perenne, limpida, azzurra, profonda, sonora, pura, ombrosa! Salve, genio della città! Tu che con un sorso guarisci, che sei chiamata Divona nella lingua dei Celti, fontana ascritta fra gli dèi. L’Apono per il suo sapore, la fontana di Nîmes per la sua trasparenza, non sono più puri, la corrente non è più abbondante nel Timavo, là dove sbocca nel mare..Varrone, De l.l. V 10, 71: “Dalle fonti e dai fiumi e da tutte le altre acque traggono il nome alcuni dèi..”

6) Rimarchevoli i cosiddetti “templi delle acque” di Zaghouan e Thignica. Vedi L’ homme mediterraneen et la mer e Alain Cadotte, La romanisation des dieux. A Nettuno sarà dedicato un articolo su Ad Maiora Vertite.

7) Varrone, De l.l. V 10, 73: Con qualche piccola modificazione provengono dai Sabini anche i seguenti nomi: Pale, Vesta, Salute, Fortuna, Fonte, Fede”.

8) Varrone, V 26 123: “Fons è la sorgente da cui funditur (scaturisce) dalla terra dell’acqua viva, come fistula (tubo) si chiama il tramite attraverso il quale avviene lo scorrimento (fusus) dell’acqua..”

9) Arnobio, Adversus nationes III 29: “Giano [..] padre di Fons, genero di Volturno e marito di Giuturna”. La facoltà di Giano di presiedere all’apertura e alla chiusura viene estesa da Ovidio anche al flusso d’acqua (in riferimento alla sorgente delle Lautulae). Ovidio, Fasti I 268: “..io mi avvalsi astutamente delle mie prerogative e con il potere di cui sono dotato aprii il flusso dell’acqua e ne sprigionai un getto improvviso. Prima, però, avevo immesso zolfo nella conduttura, in modo che il getto bollente interrompesse l’avanzata di Tazio.” Macrobio, Saturnalia I 9, 18: “..quando però i Sabini stavano per irrompere attraverso la porta aperta, si dice che dal tempio di Giano uscirono attraverso questa porta torrenti impetuosi dalle acque gorgoglianti e molte schiere nemiche perirono bruciate dai flutti bollenti o inghiottite dai gorghi travolgenti.” Varrone, De l.l. V 32, 156: “Lautolae (fonte d’acqua calda) traggono questo nome da lavare, perché ivi, presso il tempio di Giano Bifronte, v’era una sorgente d’acqua calda. Da questa fonte si formò una zona paludosa nel Piccolo Velabro; da ciò venne il nome di velabro, perché vi si andava (vehebantur) in barca..” Lo stesso Ovidio tramanda delle varianti a questa tradizione, riconducendo tra l’altro  l’intervento divino a Venere e alle Naiadi. Ovidio, Metamorfosi XIV 785: “..le Naiadi d’Ausonia occupavano un luogo vicino al tempio di Giano, un luogo irrorato da una fonte di acqua gelida: a queste Venere chiede aiuto e le ninfe non si rifiutarono alla giusta richiesta della dea e fecero sprizzare fuori i rivoli e la corrente d’acqua della loro fonte; l’ingresso del tempio di Giano, per altro, non era ancora inaccessibile e l’acqua non aveva bloccato la via: le ninfe versano pallido zolfo nella ricca sorgente d’acqua e arroventano la cavità delle sue vene con bitume fumante. Sotto la spinta di queste e altre forze il vapore penetrò fin nella profondità della sorgente e voi, acque, che poco prima avevate la capacità di gareggiare con il gelo delle Alpi, non la cedevate ora neppure al fuoco. I due battenti fumavano per quella pioggia di fuoco e la porta invano promessa ai duri Sabini fu resa inaccessibile dalla novità di quella fonte..”. A Giuturna, divinità acquatica salutifera, sarà invece dedicato un prossimo articolo.

10) J. Aronen, LTUR II pag 256: “Nel 1914, all’atto di scavare le fondazioni per la costruzione del Ministero della Pubblica Istruzione in Trastevere, proprio sotto le pendici sud-orientali del Gianicolo, venne alla luce un’iscrizione con una dedica a Fons da parte di due liberti, datata al 70e.v. Nell’iscrizione si fa menzione della costruzione a fundamentis di un’aedes per la divinità in questione. Nello scavo furono scoperti resti di un sacello in opera laterizia intonacata (2,38×2,25m); alla parete di fondo era addossata un’edicola in laterizio (3m circa d’altezza) contenente l’epigrafe ed una nicchia absidiata perla statua. Nello zoccolo dell’edicola era un canale attraverso il quale scorreva acqua.” Filippo Coarelli, Roma, pag 473: “Il santuario di Fons doveva essere nel luogo ora occupato dal Ministero della Pubblica Istruzione: nel 1914, nello stesso scavo delle fondazioni per la costruzione di questo edificio, fu scoperta un’iscrizione con una dedica a Fons da parte di due liberti, datata al 24 maggio del 70.”

11) Cicerone, De leg. II 22: “Ci è stato tramandato che nella stessa maniera fu seppellito il nostro re Numa in quel sepolcro che non è lontano dall’altare del dio Fons..” Se l’adiacenza dei due siti sembra confermata, incerta è negli autori antichi (da alcuni posti alla sommità e altri alla base del Colle) l’esatta ubicazione; dal passo di Plutarco e dai rinvenimenti materiali si evince la seconda ipotesi. Plutarco, Numa 22: “La salma non fu data alle fiamme, perché egli, a quanto si dice, non aveva voluto; si costruirono allora due arche di pietra, che furono poste ai piedi del Gianicolo [..] Circa quattrocento anni dopo, durante il consolato di Publio Cornelio e Marco Bebio, una grande alluvione distrusse il tumulo e le arche furono messe allo scoperto dalla fiumana.” Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane II 76: “Egli riposa nel Gianicolo di là dal Tevere”. Plinio, Naturalis Historia XIII 84-85: “..Cassio Emina, antichissimo autore di annali, nel loro quarto libro tramandò che lo scriba Gneo Terenzio mentre zappava il suo campo sul Gianicolo disseppellì una cassa in cui era stato posto Numa”. Solino, Rerum Mirabilium I 22: “..[Numa] fu sepolto sotto al Gianicolo”. Valerio Massimo I 1, 12: “Certi contadini, mentre scavavano in profondità il suolo sotto il Gianicolo, nel fondo dello scriba Lucio Petilio, trovarono due arche di pietra, delle quali una portava un’iscrizione attestante esservi stato sepolto Numa Pompilio..”. Lattanzio, Epit. I 22: “..quando Cornelio e Baebius erano consoli, due sarcofaghi di pietra furono rinvenuti sotto il Gianicolo da due becchini, in uno dei quali c’era il cadavere di Numa”. Aurelio Vittore, Vir. Illus. III, 2: ”..egli fu sepolto sul Gianicolo, là dove anni dopo venne rinvenuta la cassa da un certo Terenzio”.

12) Columella, De re rustica I 5, 2: “..ci sono i pozzi aperti in alto o a mezza altezza, che si ritiene forniscano le acque migliori.” Su Furrina poco aiuto ci viene dalle fonti classiche; non così invece per quanto riguarda autori moderni. Dumezìl (in Flamini e i Loro Dèi, Domenico Fasciano e Pierre Seguin, pag. 134), in base alla radice linguistica della dea e alla sua posizione in seno al Calendario Romano suggerisce che “..i Furrinalia riguarderebbero l’industriosa fabbricazione delle aperture attraverso le quali le acque interne sono, di forza, portate alla luce”, cosa che renderebbe Furrina “una patrona dei lavori di scavo dei pozzi” o, più in generale, una divinità con il compito di “..comandare le acque segrete, raggiungibili solo grazie all’operosità dell’uomo”. Sulla posizione del culto furrinale, vedi Filippo Coarelli, Roma pag. 476: “Un piccolo edificio, in cui si è voluto riconoscere un piccolo santuario delle divinità siriache, fu scoperto nel 1906 alle pendici meridionali del Gianicolo. Delle tre fasi che furono allora identificate, solo l’ultima ha lasciato strutture consistenti, ancora visibili. Un’iscrizione greca trovata sul posto contiene una dedica a Zeus Keraunios e alle Ninfe Furrine: nelle immediate vicinanze (probabilmente nella soprastante Villa Sciarra) era dunque il bosco sacro di Furrina, dove nel 121 a.e.v. Gaio Gracco si tolse la vita, dopo la sua inutile fuga dall’Aventino. Qui sgorgava una fonte sacra alla Ninfa Furrina, che fu canalizzata al di sotto del tempio.”

13) Domenico Fasciano e Pierre Seguin, I Flamini e i loro Dèi, pag. 157.

14) Le Fontinalia risultano infatti sui Fasti Antiates (CIL I2, pp. 249), sui Fasti Amiternini (CIL I2 XV, pp. 243-245) e nei Fasti Maffeiani (CIL I2 IX pp. 222-228).

15) Varrone, De l. l. VI 22: “I Fontanalia vengono da Fons, perché quel giorno è la sua festa; da qui l’uso, in tale ricorrenza, di gettare corone nelle fontane e di coronare i pozzi”.

16) Orazio, Odi III 13: “O fonte di Bandusia, più tersa del cristallo, degna di vin puro, nonché di fiori, domani tu avrai, immolato, un capretto, a cui la fronte gonfia per le nascenti corna amori e lotte promette: indarno; perché il figlio del lascivo gregge del rosso suo sangue colorirà le gelide tue acque.” Ovidio, Fasti III 297: “Ai piedi dell’Aventino c’era un bosco buio, fitto di lecci [..] In mezzo ad esso c’era una radura, nella quale un filo d’acqua perenne sgorgava da una pietra coperta di muschio verde. Fauno e Pico erano pressoché i soli a bere da esso. Qui si recò Numa, sacrificò un’agnella alla sorgente, lasciò delle coppe piene di vino profumato..”

17) Il lucus si trova tra il V e il VI miglio della Via Campana, occupando presumibilmente tutto il fianco meridionale della collina detta “Monte delle Piche”, in direzione del Tevere. A metà circa del colle sorgeva l’Aedes deae Diae, a pianta circolare; il pozzo è stato messo alla luce lì accanto. COARELLI

18) Per quanto riguarda i boschi sacri e le complesse norme che ne regolano i comportamenti umani si rimanda ad un prossimo articolo, su Ad Maiora Vertite.

19) Acta Fratrum Arvalium, frg 82 P, 88a, 92: “FONTI VERBECES II”. Le cerimonie in questione fanno rispettivamente riferimento all’8 febbraio e al 13 maggio del 183 e.v, al 7 novembre e al 10 dicembre del 218 e.v. e infine al 31 marzo (la data del secondo rituale è ignota) del 224 e.v. Vedi Ida Paladino, Fratres Arvales. Storia di un collegio sacerdotale romano, pp. 77-78.

20) La localizzazione si basa su due frammenti di calendario relativi ai Fontinalia: Inscr. It. XIII 2, 154: “[Fo]nti extr(a) port(am) Font(inalem)” e ibidem, 215:Fonti ext(r)a p[—“. Vedi LTUR II, pgg. 256-257 e Filippo Coarelli, Roma pag. 7 e 126. Sulla Porta, vedi LTUR IV 328-329.

21) Cicerone, De Nat. Deo. III 20, 52: “..e lo stesso dicasi per i fiumi e le fonti. Per questo Masone, reduce dalla Corsica, consacro un tempio a Fons.” Zonara, Epitome VIII 18: “Caio Papirio inseguì i Corsi espulsi dalle pianure sino ai luoghi montuosi. Quivi fu grande la fatica e pericolosa; e molti soldati perirono di sete, o per subita incursione dei nemici, fintanto che, ristoratosi l’esercito con il rinvenimento di acqua, i Corsi diffidando dall’esito ubbidirono al console, che li esortava ad arrendersi.”

22) Dario Sabbatucci, La Religione di Roma Antica pagg. 328-329.

23) Antonio Maria Colini, Storia e Topografia del Celio nell’Antichità, pag. 47, in Adelina Arnaldi, La valenza «salutare» del culto di Fons nella documentazione epigrafica dell’Italia romana, in Epigraphai pgg. 56-59. L’epigrafe in questione, CIL VI 166, è conservata oggi presso i Musei Capitolini.

24) Uberto Pestalozza, Dizionario Epigrafico di Antichità Romane III pag. 181.

25) Giancarlo Susini, Culti salutari e delle acque, pag 326.

26) La bibliografia è vastissima. Usus veneratioque fontium (a cura di Lidio Gasperini); Michele Dall’Aglio, I Culti delle Acque nell’Italia Antica; Arnaldi, La Valenza Salutare del Culto di Fons nella Documentazione Epigrafica dell’Italia Romana; L’Acqua degli Dèi, Catalogo della Mostra.

27) Sul legame tra l’acqua e Minerva, accentuato soprattutto in Cisalpina, vedi Serena Solano e Furio Sacchi, Il Culto di Minerva nel Bresciano. https://www.openstarts.units.it/handle/10077/10359 Sul sito di Breno vedi Filli Rossi, La Dea Sconosciuta e la Barca Solare.

28) Correva l’anno 779: Rodulphus Notarius, Historiola: “..erant adhuc in illa Valle plurimi pagani, qui arboribus et fontibus victimas offerebant”. Citato da Federico Odorici, Storie bresciane dai primi tempi sino all’età nostra. La permanenza dei culti del resto è ben riscontrabile dagli sforzi impiegati dall’Inquisizione durante gli anni della Controriforma.

29) https://admaioravertite.org/2019/01/05/il-culto-delle-sorgenti-appendice/

30) Plinio, Naturalis Historia XXXI 4: “Zampillano generose e dappertutto in mille terre, qui fredde, altrove calde, altrove assieme calde e fredde [..], mentre altrove sono tiepide e miti. Promettendo soccorso ai malanni e sgorgando solo per gli uomini, fra tutti gli animali, accrescono il numero degli Dèi [..] alcune per virtù dello zolfo, altre dell’allume, altre del sale, altre del nitro, altre del bitume, altre ancora per la loro composizione mista, salata o acida, altre giovano soltanto col loro calore e hanno un potere tale da scaldare i bagni e far bollire anche l’acqua fredda nelle vasche..” Varrone, De l.l. IX 41, 69: “Così quando i nostri per la bellezza del luogo e la bontà dell’acqua che ivi scaturiva, cominciarono a frequentare le fonti termali, essendo un’acqua di giovamento per una malattia e un’altra per un’altra, ed essendo queste parecchie, quelle di cui facevano uso, come a Pozzuoli e in Etruria, le chiamarono servendosi del plurale anziché del singolare.

31) C. Corrain, F. Rittatore e P. Zampini in Fonti e Grotte Lattaie nell’Europa Occidentale; Flavia Calisti, Mefitis pgg. 119-127.

32) Servio, ad Aen. VII 84: “Non esiste fonte che non sia sacra”.

3 commenti su “Fons, ed il culto delle sorgenti”

Rispondi Annulla risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.