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Anaciclosi di Polibio e Cicerone

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<4[11] Il necessario ciclo delle costituzioni appare vero a chiunque consideri l’archè (inizio), la genesi (formazione), la metabole (mutamento) di ogni forma di costituzione, che avvengono secondo natura.

[12] Solo chi ha compreso l’origine delle costituzioni potrà comprender quando, come e dove avverrà DI NUOVO la crescita [auxesis], l’acme, la metabole e la fine [telos] di ogni costituzione.1

[13] Ho ritenuto che il metodo espositivo trascelto sia soprattutto adatto allo studio della costituzione romana: ché la sua prima origine, come poi il suo sviluppo e la sua crescita, furono dovuti esclusivamente a cause naturali. Continua la lettura di Anaciclosi di Polibio e Cicerone

A torto il genere umano si lamenta della sua natura

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A torto il genere umano si lamenta perché la sua natura, debole e di breve durata, è retta dal caso più che dalla virtù.
A ben vedere infatti si scoprirà, al contrario, che non c’è nulla di più grande e nobile , e che alla natura umana manca la volontà di agire più che la forza o il tempo. Ma è lo spirito a guidare e dominare la vita degli uomini. Quando esso tende alla gloria attraverso la Via della Virtù (virtutis via), possiede vigore, forza e fama in abbondanza e non ha bisogno della Fortuna: essa infatti non può dare né togliere a nessuno onestà, energia o altre qualità positive. Se invece, schiavo di bassi desideri, sprofonda nell’ozio e nei piaceri dei sensi, per un poco gode della rovinosa dissolutezza, e quando le forze, il tempo e l’inganno sono svaniti nell’accidia, allora si accusa la debolezza della natura: tutti i colpevoli imputano le loro mancanze alla situazione esterna. Ma se gli uomini avessero per il bene un interesse pari allo zelo con cui proseguono cose sconvenienti, inutili e spesso anche dannose e pericolose, dominerebbero essi stessi gli eventi anziché esserne dominati e giungerebbero a una grandezza tale da diventare attraverso la gloria immortali invece che mortali.

Infatti, poiché l’uomo è costituito di corpo e anima (corpus et anima), tutte le nostre azioni e inclinazioni seguono la natura ora dell’uno ora dell’altra. Dunque un bel volto, ingenti ricchezze, il vigore del corpo ed altre doti di questo genere svaniscono in breve; ma le opere straordinare dell’ingegno sono immortali al pari dell’anima. Insomma, i pregi del corpo ed i doni della Fortuna, come hanno avuto un inizio, così hanno una fine e tutto ciò che nasce tramonta e, una volta cresciuto, invecchia; lo spirito invece, incorruttibile, eterno, guida del genere umano, muove e possiede ogni cosa e mai ne è possiduto. Tanto più deve suscitare stupore la deprivazione di coloro che, dediti ai piaceri del corpo, trascorrono la vita nel lusso e nell’indolenza e lasciano che l’intelligenza, la parte migliore e più nobile della natura umana, si intorpidisca nell’ignoranza e nell’interzia; mentre invece sono tanto numerose e varie le attività dello spirito attraverso le quali si conquista la massima celebrità.

Sallustio, Bellum Iugurthinum, 1

Sacre leggi

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<Vi sono determinate espressioni legali, Quinto, non così antiquate come nelle vecchie XII tavole e nelle leggi sacrate, e pur tuttavia un po’ più arcaicizzanti di questa nostra conversazione, tali da assumere una maggiore autorità. E, se mi sarà possibile, cercherò di accompagnare questo stile con la brevità. Infatti non riporterò delle leggi complete – cosa che andrebbe per le lunghe -, ma solo il sommario ed il contenuto dei vari paragrafi.

“Si accostino castamente agli dèi, facciano uso della pietà, allontanino lo sfarzo. Se qualcuno agisse in maniera diversa, dio stesso lo punirà. – Nessuno abbia dèi particolari, né nuovi né forestieri, se non pubblicamente riconosciuti; in privato coltivino i [culti che ricevettero ] secondo il rito dei loro padri. – Vi siano templi [nelle città]; vi siano boschi sacri nelle campagne e sedi dei Lari. – Conservino i riti della famiglia e dei padri. – Onorino gli dèi, sia quelli da sempre ritenuti celesti, sia quelli che i loro meriti abbiano posti in cielo, Ercole, Libero, Esculapio, Castoro, Polluce, Quirino, cosi quelle Virtù, per cui è concesso all’uomo l’ascesa al cielo, Mente, Valore, Pietà filiale, Fede, e di queste virtù vi siano templi, nemmeno un’ombra dei vizi . – Celebrino solenni sacrifici. – Dalle feste tengano lontani i litigi, e le osservino per i servi, una volta terminate i lavori, e sia stabilito in modo che ciò cada negli intervalli dell’anno. Determinati frutti e determinate messi, i sacerdoti le offrano pubblicamente. Questo sia compiuto in sacrifici e giorni fissati; e parimenti riservino ad altri giorni una quantità di latte e di animali appena nati; perché ciò non possa essere trascurato, i sacerdoti determinino norma e annue ricorrenze; e provvedano quelle vittime che siano a ogni dio belle e gradite. – Vi sia per ogni dio un sacerdote, per tutti il pontefice, ai singoli i flamini. E le vergini Vestali nella città custodiscano il fuoco perenne del focolare pubblico. – In quale modo e secondo quale rito questo si faccia in pubblico ed in privato, lo apprendano i profani dai pubblici sacerdoti. Di questi, tre siano i tipi, uno che presieda le cerimonie ed i sacrifici, l’altro interpreti le oscure risposte degli indovini e dei vati, che saranno approvate dal senato e dal popolo; inoltre gli interpreti di Giove Ottimo Massimo, i pubblici àuguri, facciano previsioni dai presagi e dagli auspici, osservino la regola, i sacerdoti, facciano pronostici per i vigneti, i vincheti e la salute del popolo, e quelli che si occuperanno di duelli o deliberazioni per il popolo, consultino gli auspici e li osservino. Prevedano le ire degli dèi e obbediscano, e distinguano le folgori, determinate le regioni del cielo; tengano purificati e consacrati la città, le campagne, i templi. Tutto ciò che l’augure avrà dichiarato iniquo, nefasto, irrituale, di cattivo augurio, sia privo di effetto e come non fatto; e chi non l’osservi, a morte sia condannato.  Della ratifica degli atti di pace, di guerra, di tregua siano i feziali giudici, messaggeri, discutano della guerra. -Riferiscano i prodigi, i portenti ad aruspici etruschi, se il senato lo comandò, e l’Etruria ammaestri nella disciplina gli ottimati. Agli dèi cui sia stato attribuito per decreto, facciano sacrifici ed i medesimi facciano espiazioni delle folgori e delle cose folgorate. – Non vi siano riti notturni di donne, salvo quelli che legalmente si faranno secondo decreto del popolo; né inizino alcuno secondo il rito greco, se non a Cerere, come consentito dall’usanza. Un sacrilegio commesso che non potrà essere espiato, sia come una empietà commessa; quello che potrà essere espiato, lo espiino i pubblici sacerdoti. – Nei pubblici giochi, ove avvengano, sia con corse, sia con gare ginniche, moderino la popolare letizia nel canto e nelle cetre e nei flauti, e questa uniscano alle onoranze agli dèi. – Dei patrii riti coltivino gli ottimi. – Eccetto i servi della madre Idea, e questi in giorni fissati per legge, nessuno faccia collette. -Chi ruberà o rapirà cosa sacra o consacrata, sia parricida. – Dello spergiuro pena divina sia la morte, quella umana l’infamia. – I pontefici puniscano con la pena massima l’incesto. – L’empio non osi placare l’ira divina con doni. – Vi sia cautela nel fare voti; vi sia una pena per un diritto violato. Perciò nessuno consacri campagne. Vi sia un limite nel consacrare oro, argento, avorio. – I riti privati siano perpetui. – Inviolabili siano i diritti degli dèi Mani. Considerino dèi i buoni deceduti; per essi siano ridotti la spesa ed il lutto.>

Cicerone, De Legibus, II, 7.18-22

 

 

traduzione: Vittorio Todisco

Sul merito della gloria

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<Ho detto poco prima che, delle tre condizioni necessarie al conseguimento della gloria, la terza si adempie quando gli uomini, professandoci la loro ammirazione, ci stiamo degni dei più alti onori.
Ebbene, gli uomini ammirano generalmente tutte quelle qualità che ai loro occhi appaiono grandi e straordinarie. Ma riservano la loro particolare ammirazione a quelle buone qualità che, inaspettate ed insospettate, si rivelano nelle singole persone.
Pertanto, essi, guardano riverenti ed innalzano al cielo quegli uomini nei quali credono di scorgere certe eminenti e singolari virtù, e guardano invece dall’alto in basso e disprezzano coloro nei quali, secondo la loro opinione, non c’è ombra né di valore, né di coraggio, né di energia.
Perché essi non disprezzano già tutti coloro dei quali hanno cattiva opinione.
Infatti quelli che, a loro giudizio, sono malvagi, malefici, fraudolenti, e pronti a fare oltraggio, essi non li disprezzano affatto, eppure ne hanno cattiva opinione.
Perciò, come ho detto ora, sono oggetto di disprezzo soltanto coloro che, come si sul dire, non sono buoni “né per sé né per gli altri”, coloro, cioè, che non hanno nessun amore al lavoro, nessuna attività operosa, nessun interesse per nulla.
Sono invece grandemente ammirati quelli che, nel comune giudizio, vanno innanzi agli altri per valore e che sono puri e privi d’ogni bruttura morale, come anche di quelle debolezze alle quali gli altri uomini non sanno facilmente resistere.
In verità, i piaceri, lusinghieri tiranni, distolgono e sviano dalla virtù l’animo della maggioranza; e quando avanzano le fiaccole del dolore, i più si sgomentano oltre misura; la vita e la morte, le ricchezze e la povertà turbano profondamente tutti gli uomini.
Ma quando si vede che alcuni, dotati di animo nobile e grande, e se si offre loro qualche onorevole e gloriosa impresa, a quella si volgono e si consacrano con tutto l’ardore, chi, allora, non ammira lo splendore e la bellezza della virtù?>

Cicerone, de officis, II,10

Lettera di nomina dell’ultimo Console di Roma

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<Re Alarico a Decio Paolino, Uomo Chiarissimo e Console (533dc)

Gli assenti dalla nostra Corte non hanno bisogno di temere di essere trascurati nella distribuzione degli onori, specialmente quando nascono da una stirpe illustre, come la progenie del Senato. Nella tua famiglia, Roma riconosce i discendenti dei suoi antichi eroi, i Decii, i quali, in una grande crisi, hanno salvato il loro paese da soli.

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M. Decio discorso contro Coriolano

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<Poiché, oh popolo, i patrizi hanno assoluto Marcio dalle parole dette in Senato, e dai fatti violenti e superbi che le seguirono: nè vi hanno lasciato mezzi con cui accusarlo; udite, non le parole, no, ma l’egregia cosa che questo valentuomo vi preparava; uditene l’orgoglio , il carattere soverchiante, e conoscete qual vostra legge egli, privatissimo uomo, violasse.

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Il giuramento di Lucio Giunio Bruto

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<Bruto, mentre essi erano in preda al cordoglio, brandendo innanzi a sé il coltello grondante di sangue che aveva estratto dalla ferita di Lucrezia, esclamò

“Per questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, io giuro, e chiamo voi a testimoni, o Dèi, che da questo istante perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, Continua la lettura di Il giuramento di Lucio Giunio Bruto

Discorso di Gneo Manlio Vulsone

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Discorso di Gneo Manlio Vulsone ai suoi uomini

<Non mi sfugge, soldati, che i Galli eccellono in fama bellica su tutti i popoli che abitano l’Asia(1). Una nazione feroce, che ha vagato in guerra per quasi tutto il mondo, ha fissato la sua dimora tra una delle stirpi di uomini mitissima. Continua la lettura di Discorso di Gneo Manlio Vulsone

Decio Mure ed i plebei al pontificato

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Molti mi chiedono perché pur definendomi un tradizionalista romano non condivido una certa visione di “aristocrazia dello spirito” né strutture “occulte” o eccessivamente chiuse, ebbene per come la vedo io è necessario affidarsi a quanto trasmettono i nostri antenati e al loro costume (il mos maiorum) e tra i moltissimi esempi che esistono un buon riassunto è concentrato in questo discorso fatto da Pubblio Decio Mure “figlio” in occasione della discussione della Lex Ogulnia del 300ac.
Durante la solita disquisizione se era lecito o meno aprire il pontificato e il collegio degli auguri ai plebei Livio riporta quando in suo favore disse Decio:

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Patri de liberis consulatus imposuit

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<[…] conspectius eo quod poenae capiendae ministerium patri de liberis consulatus imposuit, et qui spectator erat amouendus, eum ipsum fortuna exactorem supplicii dedit. Stabant deligati ad palum nobilissimi iuuenes; sed a ceteris, uelut ab ignotis capitibus, consulis liberi omnium in se auerterant oculos, miserebatque non poenae magis homines quam sceleris quo poenam meriti essent: illos eo potissimum anno patriam liberatam, patrem liberatorem, consulatum ortum ex domo Iunia, patres, plebem, quidquid deorum hominumque Romanorum esset, induxisse in animum ut superbo quondam regi, tum infesto exsuli proderent. Consules in sedem processere suam, missique lictores ad sumendum supplicium. Nudatos uirgis caedunt securique feriunt, cum inter omne tempus pater uoltusque et os eius spectaculo esset, eminente animo patrio inter publicae poenae ministerium.>

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