La Devotio di Decio Mure

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Seguono gli atti della conferenza di Emanuele Viotti del 31 luglio 2016 all’evento Battaglia di Sentinum di Ad Pugnam Parati.

CONTESTO

L’ultima delle grandi battaglia della Terza Guerra Sannitica (298-290ac), che vedeva contrapporsi da un lato i romani con i pochi alleati italici rimastigli fedeli, e dall’altro invece i Sanniti che alleatisi con i Galli e gli Etruschi si radunarono nei pressi di Sentino nel 295ac.
Venuti a sapere dei piani del nemico, i Consoli ordinarono alle forze rimaste nei pressi di Roma di attaccare e saccheggiare il territorio degli Etruschi e degli Umbri, in questo modo essi si ritirarono per difendere le proprie case, lasciando soli Sanniti e Galli.

I Sanniti si schierarono sull’ala sinistra, fronteggiando Quinto Fabio Massimo Rulliano al comando della Prima e della Terza Legione.
I Galli presero posto sull’ala destra, fronteggiando Publio Decio Mure al comando della Quinta e Sesta Legione.

Quinto Fabio Massimo, il più esperto dei due, pensava che l’ardore del nemico si sarebbe affievolito con il procedere della battaglia, per questa ragione adottò una tattica difensiva. Al contrario Decio Mure, che per età e vigore d’animo era più impetuoso adottò una tattica più aggressiva, portando tutte le forze all’attacco fin da subito.

La battaglia assunse un’aura di sacralità fin da prima di essere combattuta. Schierate le forze sul campo, apparvero un lupo ed una cerva, il primo mosse verso lo schieramento romano, venendo fatto passare. Mentre la cerva andò verso i Galli i quali la uccisero a colpi di frecce.
Quindi un soldato romano appartenente agli antesignani (soldati della prima linea posti a difesa delle insegne) gridò interpretando l’omen (segno divino non richiesto):
<Là si è volta la fuga e la strage, dove vedete giacere morta la cerva sacra a Diana; qui il lupo vincitore sacro a Marte, sano e salvo, ci ha richiamato alla mente la stirpe di Marte e del nostro fondatore>

Inizialmente la battaglia fu in una condizione di parità, tale che dice Livio (aUc X,27) se ci fossero stati anche gli Etruschi e gli Umbri sicuramente sarebbe risultata una sconfitta romana.

Mentre l’ala sinistra, di Fabio Massimo, continuava a mantenersi sulla difensiva conservando le forze e fiacchendo il nemico, Decio Mure mandò all’assalto tutte le forze insieme, e poiché gli pareva che non si muovessero abbastanza velocemente, mandò anche la cavalleria che dapprima mise in fuga quella gallica, ma poi venne travolta a sua volta dai carri da guerra.

La situazione si fece quindi disperata: la cavalleria inseguita dai carri finì per travolgere gli antesignani romani, gettando nello scompiglio le legioni, e causandone la fuga.

Decio Mure si frapponeva tra i legionari e la salvezza, intimandoli di tornare ai loro posti, e chiedendogli quale speranza nutrissero nella fuga.
Ma nulla valse a trattenerli.
Quindi, invocando il nome di suo padre -anch’egli Publio Decio Mure (poi diremo il perché)- ordinò al Pontefice Marco Livio di suggerirgli le giuste parole per immolare se stesso e l’esercito nemico per la salvezza delle legioni del popolo romano dei Quiriti. <Cacciando in questo modo avanti a se la paura, la fuga, la strage, il sangue, l’ira degli Dei celesti ed inferi, che avrebbero quindi colpito con funeste maledizioni le insegne, i dardi e le armi dei nemici, e che lo stesso luogo sarebbe stato tomba sua, dei Galli e dei Sanniti>

Montato dunque a cavallo, si scagliò là dove le schiere dei Galli erano più folte, cadde ucciso trafitto dai dardi nemici.

I Romani, perduto il comandante, evento che in genere causa terrore in un esercito, smisero di fuggire e vennero presi dal desiderio di riprendere il combattimento daccapo.
I Galli invece, soprattutto quelli attorno al cadavere del Console, fuori di sé, sprecavano i dardi lanciandoli a vuoto, alcuni storditi non pensavano né al combattimento né alla fuga.

Dall’altro lato il pontefice Livio, che aveva ricevuto le funzioni di comandante ed i littori, gridò che i Romani avevano vinto, e che s’erano disimpegnati con la morte del Console, i Galli ed i Sanniti appartenevano alla Madre Terra e agli Dei Mani, Decio trascinava e chiamava a sé la schiera immolata insieme con lui, e presso i nemici regnavano ovunque furia e spavento.
Giunsero quindi i rinforzi, che dapprima utilizzarono contro i Galli i loro stessi giavellotti raccolti da terra, poi prendendo l’esempio di Decio Mure come <un grande incitamento all’osare tutto per la Res Publica>, assalirono i Galli. Nel mentre la vittoria era anche dalla parte di Fabio Massimo che, grazie alla cavalleria,  falciò le forze sannite e prese alle spalle quelle dei Galli.

COS’È LA DEVOTIO?
La Devotio è un sacrificio espiatorio in cui una persona assume su se stesso l’ira degli Dei, diventando perciò “sacer” (cioè separato), e maledicendo il nemico, quindi si lancia contro di esso cercando la morte, ovvero cercando di essere sacrificato dal nemico stesso, in modo tale che il suo sacrificio, da un lato sugelli il patto fatto precedentemente con la divinità, dall’altro che la sua morte per mano del nemico renda lui stesso preda della sfortuna della quale si era riempito. Questo aspetto di “riempirsi” di negatività per poi sacrificarsi appare anche nel rito di purificazione del campo di Catone, anche se poi gli aspetti successivi sono diversi, essendo che gli animali “caricati” delle impurità del campo vengono sacrificati a Marte chiedendogli di purificare il luogo; mentre in questo caso viene creata una vera e propria -come dice un caro amico- “bomba alla sfortuna” da scaricare sul nemico.
Questo aspetto di fungere da “capro espiatorio” compare esplicitamente
<si lanciò in mezzo ai nemici sotto gli occhi d’entrambi gli eserciti, apparendo loro d’aspetto alquanto più maestoso di quello umano, quasi fosse inviato dal cielo come vittima espiatoria di tutta la collera degli Dei [piaculum omnis deorum irae], per stornare la rovina dai suoi e per riversarla sui nemici>
(Livio, AUC, VIII.9.9-10)

Grazie a Livio (aUc, VIII,9) conosciamo l’esatta composizione del rito: colui che lo compiva doveva indossare la toga pretexta (tipica dei magistrati), quindi coprendo il capo con un lembo della toga e levando la mano di sotto di essa (la sinistra) a toccarsi il mento, e stando in piedi con un giavellotto posto sotto i piedi, recitava questa formula:
<O Giano, o Giove, o Marte Padre, o Quirino, o Bellona, o Lari, o déi Novensili, o déi Indigeni, o déi che avete potere su di noi e sui nemici, e voi, o déi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al Popolo Romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del Popolo Romano dei Quiriti. Come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli déi Mani e alla Terra, per la Repubblica del Popolo Romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del Popolo Romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici.>

A questo punto cingendosi attorno la toga alla maniera dei gabini (cinctus gabinus), monta a cavallo, ed armato di null’altro che una spada ed il proprio coraggio, cerca la morte tra le fila nemiche.

Il console, il dittatore o il pretore, quando immola le legioni dei nemici è lecito che non immoli se stesso, ma può scegliere uno dei cittadini romani della legione arruolata.
Se l’uomo immolato muore, si compie il rito; se non muore viene sotterrata una statua di 7 piedi o più, e si fa un sacrificio espiatorio. Non è lecito poi ai magistrati romani passare nei pressi della sepoltura della statua.
Se immola se stesso, e non muore, non compirà nessuna cerimonia religiosa pubblica o privata senza contaminarsi (in quanto exsecratus), sia che si tratti di sacrificio, sia in ogni altro modo voglia. (Questo è interessante perché significa che chi compie la devotio è morto già nel momento in cui compie il rito stesso).
Gli è però permesso consacrare le sue armi a Vulcano o ad altre divinità.
Il nemico inoltre non può impadronirsi del giavellotto su cui stava chi ha pronunciato la formula, se dovesse impadronirsene bisognerà sacrificare una suovetaurilia (porco, montone, toro). (Livio aUc VIII,10)

LE DIVINITÀ INVOCATE
Iniziamo ora ad analizzare il rito, per rendere più chiara la complessità di questo rito sembra utile iniziare non dal principio, bensì da quali divinità vengono chiamate in aiuto.
Iniziando dall’azione: qui parliamo di una invocazione (dal lat. invoco) e non di una evocazione (lat. evoco), in quanto la prima è volta a chiamare l’attenzione, l’aiuto, il soccorso, su di sé da parte della divinità; mentre la seconda prevede lo spostamento della divinità.
Infatti troviamo per lo più in ambito latino l’uso dell’ ”invocatio” quando si parla di preghiere o riti, a dispetto dell’ “evocatio” che appare soltanto per le divinità infere, o per far uscire una divinità dalla città assediata come nel caso di Giunone a Veio (Dizionario Castiglioni-Mariotti).

Giano e Giove
Compreso dunque il tipo di atto magico compiuto, veniamo alle divinità:
Le prime due divinità invocate sono Giano e Giove, si noti che moltissimi riti iniziano con la loro invocazione (Catone, De Agri Cultura), e quelli dove non appaiono esplicitamente sono riti che potremmo definire più di “magia” che non di rituaria.
Su questo punto bisogna spendere due parole di precisazione.
In Roma la magia era decisamente mal vista, sono numerosi i casi soprattutto nella tarda repubblica e nell’impero in cui anche personaggi noti si trovano ad essere accusati di essere colpevoli di aver compiuto atti magici (es. De Magia di Apuleio, in cui l’autore di IIsec dc si trova a dover rispondere all’accusa di essere un magus), e prima ancora era rigidamente regolata da norme come appare chiaro nelle leggi della XII tavole, in cui è vietato per legge e punito gravemente cantare dei mali carmi, ovvero dei malefici (pena di morte), oppure compiere degli incantesimi (excanto) sui campi, o rubare con la magia la biada altrui. Inoltre appaiono altre leggi occasionali volte a cacciare dalla città maghi/astronomi/filosofi/santoni fin da epoche remote, come ad esempio la lex del 428 ac voluta dai consoli Cornelio Cosso e Quinzio Peno i quali imposero agli Edili di assicurarsi che in città <non venissero venerate divinità se non quelle romane, e che non si compiessero cerimonie se non quelle dei padri> (Livio aUc, IV,30), evento senza dubbio straordinario e separato rispetto alla celeberrima apertura religiosa che i romani avevano ed infatti venne fatta in una occasione particolare (dove a causa di un periodo di crisi, la gente si affidò ad ogni sorta di stregone arrivasse a Roma). E similmente si ripetè così con la cacciata dei filosofi greci, ed il Senatus Consultum de Bacchanalibus del 186ac.
Questo però non ci aiuta a comprenere l’esatto confine tra rituaria ordinaria ed accettata, e magia illecita.
I riti chiaramente magici di Catone volti alla cura delle lussazioni, o alla salute dei buoi, o quello di Varrone per guarire il mal di pancia (De Lingua Latina), o in quelli per la salvezza dei bambini dalle Strigi o dei Lemuria che troviamo in Ovidio (Fasti), non rispettano la coerenza di apertura rituale a Giano e a Giove che vorrebbe la concezione di “rito” come ripetitività di gesti, eppure sono considerati leciti.
Per tutte queste ragioni sembra evidente che la distinzione tra un rito o una magia leciti o illeciti stia nello scopo finale (e di conseguenza anche nella formulazione stessa del rito). Ovvero una pratica magica volta ad un maleficio ai danni di un romano è considerato illecito, mentre se è benefico è da considerarsi lecito, indipendentemente dal mezzo utilizzato (rito, carmen, incantum, etc). È chiaro dunque che il dio degli inizi (Giano) ed il pade della legge (Iuppiter) non sarebbero mai stati partecipi di una maledizione contro altri romani, per questa ragione appare chiaro che dove vi sono mali carmi illeciti (contro altri romani) non vi sarà certamente un’apertura rituale a Giano e a Giove.

Ma non necessariamente quando questa apertura rituale è assente, si tratta di un carmen illecito.
Ovviamente l’illecito magico doveva essere all’ordine del giorno vista l’immensa quantità di defixiones (ovvero maledizioni su tavole di piombo in cui s’invocavano gli Dei inferi, e poi poste in fessure nella roccia o nei pressi di tombe) che ritroviamo.
Ho sottolineato più volte che si tratta di “illecito” contro altri romani perché nel rito della devotio si sta compiendo a tutti gli effetti una maledizione, eppure vi è un’apertura rituale a Giano e a Giove, perché lo si lancia contro un nemico.


E‘ plausibile inoltre, che in questo contesto di lecito ed illecito rientri anche la questione del bellum iustum.
“Poiché il Popolo Romano dei Quiriti ha richiesto in pace con gli Dei le riparazioni per l’offesa ricevuta, e questa richiesta era coerente con le leggi umane e divine, e fatta secondo i giusti riti, ma non venne soddisfatta dal nemico contro il giusto e né il giusto soddisfa.
E poiché con giusti riti il Popolo Romano dei Quiriti ed il Senato del Popolo Romano dei Quiriti, gli dichiararono guerra giustamente, invocando Giove e Giano Quirino (ovvero dio delle porte dell’Urbe secondo l’interpretazione di Claudio Moreschini, pag. 545, nota 8, Livio, “Storia di Roma dalla sua fondazione, volume primo” ed. BUR; parliamo di Livio aUc, I,32)”*, risulta lecito che il nemico sia aggredito in ogni modo sia fisico che magico.
In questa maniera si spiegherebbe per quale ragione un maleficio, com’è il rito della devotio, appare come caso unico in cui sia divinità infere sia divinità supere, e per loro natura giuste, si trovano contemporaneamente presenti nel medesimo rito che in diversa circostanza apparirebbe del tutto illecito.

[Sul diventare “sacer” vedi anche legge delle XII tavole: “Se il patrono inganna il suo cliente, sia condannato alla sacertà. (ovvero sia considerato consacrato a Giove per questo può essere ucciso da chiunque senza esser punito, mentre i suoi beni diventano di proprietà delle divinità della plebe”
vedi le XII tavole anche per altre questioni riguardo i morti.]

*Il pezzo tra virgolette è un libero adattamento della formula utilizzata dai romani per le dichiarazioni di guerra.

Marte Padre
Marte è dio della guerra, sottolineiamo però che il Marte romani (ed italico in genere) è diverso dall’Ares greco, in quanto piuttosto che incarnare gli aspetti più violenti ed aggressivi della guerra, egli è più legato all’aspetto difensivo.
L’appellativo di Padre invece lo troviamo spesso in molte divinità maschili, nel contesto specifico assume un valore maggiore essendo “padre di tutti i romani”.

Quirino
Romolo divinizzato, è il protettore delle Curie e delle attività degli uomini liberi.

Probabilmente il nome, come il termine “Quiriti” (i cittadini di Roma) venga da co-viri.

Bellona
E’ la divinità guerriera che scongiura le guerre, spesso il Senato si riuniva nel suo tempio proprio per accogliere gli ambasciatori stranieri. Contemporaneamente però nel mito presenta aspetti fortemente cruenti e sanguinari.
E’ possibile quindi che essendo Marte un dio difensore e protettore, Bellona ricoprisse contemporaneamente l’aspetto che scongiura la guerra, ma che in caso scoppiasse, la rendesse il più atroce e violenta possibile.

Lari e Mani
In ambito privato sono divinità protettrici della famiglia (lares familiares), e nello specifico Agostino d’Ipponia riporta le parole di Apuleio dicendo che gli uomini divengono Lari se fanno del bene, mentre Mani se hanno fatto del male.
Diventa difficile la classificazione esatta, perché in epoche diverse troviamo indicazioni diverse:
Ovidio (43 ac – 18 dc) parla di Mani e Lemuri (nell’occasione del rito dei Lemuria) come se fossero la medesima entità;
Il già citato Agostino d’Ipponia (353-340 dc) che definisce i Mani come uomini che si sono comportati male, e sono costretti a vagare come fantasmi;
In fine Macrobio (390-430 dc) sovrappone i Mani con le Larve, ignorando totalmente i Lemuri, e li definisce come antenati scontenti.

E‘ possibile, come spesso accade, che nel passare del tempo aspetti specifici delle singole divinità siano andati scomparendo, finendo per fondersi tra loro. Ma in origine ognuna di queste entità dove avere delle caratteristiche proprie.

Ad ogni modo una certezza l’abbiamo: i Lari sono divinità che -quale che sia l’origine- proteggono la famiglia romana, mentre i Mani ne sono i disturbatori.

Diventa a questo punto interessante perché qui troviamo dimostrazione che, come esistono Lari pubblici (tra questi: i Lari Compitali, degli incroci in campagna; Lari Permarini che proteggono i naviganti che avevano anche un tempi a Roma; i Lares Praestites protettori dei confini della città; Lares Militaria che proteggevano il campo di battaglia, etc etc), dovevano esistere anche Mani pubblici.

Sottolineiamo che anche se per comodità di esposizione Lari e Mani li abbiamo messi insieme, nel rito essi sono invocati per ultimi, ed in modo separato rispetto alle altre divinità, cosa che assieme ad altri esempi (i riti di Catone) lascia intendere una tendenza ad un ordine d’invocazione dettato dall’importanza delle divinità stesse all’interno del pantheon romano.

Dei Novensili e Dei Indigeni
Questa è una chicca per gli appassionati di Games of Throne, cioè i Romani ben prima di George R. Martin invocavano i “Nuovi e Vecchi Dei”.
Nello specifico però ci si riferisce per gli Dei Novensili alle divinità d’importazione, cioè estranee al culto originario, mentre gli Dei Indigetes sarebbero quelli propri della città di Roma.
Volendo precisare abbiamo il lungo elenco di tutte le divinità Indigene.
Esse sono per lo più divinità femminili, appartenenti spesso ad ambiti quotidiani, legati all’agricoltura e a tutto ciò che incarna il “Mos Maiorum”. E contemporaneamente prevedono i culti propri di Roma fin dalla fondazione.

Diversamente gli Dei Nuovi, Novensili, sono le divinità importate da fuori del proprio contesto, come ad esempio Apollo.

Nelle divinità Indigene rientra anche la Triade Arcaica, composta da Giove, Marte e Quirino (che poi verrà mutata nella Triade Capitolina in Giove, Giunone e Minerva), e che infatti troviamo già citata in questo rito.

<Dei che avete potere su di noi e sui nemici>
Ovvero quell’insieme di divinità note ed ignote, romane e nemiche, che in questo contesto è lecito invocare.
Questa formulazione che oggi ci appare strana non è inusuale nel mondo romano, abbiamo il noto esempio di Aio Locuzio: divinità ignota che apparve una sola volta per avvisare i Romani dell’arrivo dei Galli di Brenno nel 390ac, intimandoli di ristrutturare le mura e rinforzare le porte, e che venne ignorata causando la distruzione della città, come forma di pietas i romani a posteriori gli dedicarono un culto.
Questa invocazione delle divinità ignote appare più usualmente con la formula generica <si deus, si dea es> <che tu sia un dio o una dea>  (Macrobio) seguito da <sive quo alio nomine fas es nominare> <o con qualunque nome sia fasto appellarti> o come si riferisce lo Scudo del Campidoglio <sive mas sive femina> (per ulteriori informazioni), e valeva anche per il culto del Genius Loci (Catone).

E‘ particolarmente interessante la venerazione che i romani avevano per le divinità ignote e per le divinità straniere (che venivano pregate alla maniera del popolo “proprietario” del dio, e per questo si parla, ad esempio, di greco ritu per il culto delle divinità greche d’importazione), è questa una forma di apertura (apparentemente in contrasto con l’odio per la magia visto in precedenza), di pietas, di rispetto, e di umiltà dalla quale noi “evoluti e civilizzati” moderni avremmo molto da imparare.

LA RICHIESTA
Come sempre accade la richiesta nei riti romani è estremamente precisa, anche ripetitiva a rischio di non essere mal interpretati:

<[…] vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al Popolo Romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del Popolo Romano dei Quiriti. Come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli déi Mani e alla Terra, per la Repubblica del Popolo Romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del Popolo Romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici.>

Il rapporto che i romani avevano con le divinità traspare particolarmente dal modo in cui pongono le richieste, ovviamente.
Se nella visione cristiana la preghiera è molto indicativa, si fa una breve richiesta su ciò che si intende ottenere, per i romani era a tutti gli effetti un contratto con la divinità, ragione per cui la richiesta doveva essere precisa e non mal interpretabile.
Infatti così come qui, anche nei riti proposti da Catone troviamo questa ripetitività di concetti, e precisazioni.
In questo contratto si scambiava l’offerta promessa con ciò che si intendeva ottenere, risultava quindi un accordo vero e proprio, non a caso i Romani erano maestri del Diritto, e per dirla con le parole di Cicerone <l’uomo pio è colui che sa commerciare con gli Dei>.
E’ interessante la scelta del termine “commerciare” che fa Cicerone (che certo non ignorava le questioni sacre essendo stato anche Pontefice Massimo), perché a differenza di molti altri Culti (in particolare dei monoteismi di origine giudaica) la visione prevedeva uno scambio propriamente contrattuale, commerciale appunto, in uno rapporto di “do ut des” (do affinché tu dia).
Quindi la questione del rapporto tra l’uomo e la divinità era proprio una questione tecnica, forse potremmo azzardare definendola “scientifica”, a differenza di come la concepiamo oggi.
Non a caso in antichità ogni opera profana aveva anche la sua controparte sacra, che venivano compiute entrambe e l’una non escludeva l’altra (così abbiamo l’aspetto sacro difensivo dedicato a Terminus delle mura, e così i riti per disboscare, così i riti di dichiarazione di guerra, quelli di buon augurio per l’inizio di un’attività, etc.).

Altro esempio interessante dell’importanza che aveva la precisione nelle richieste le troviamo nel mito in cui Numa Pompilio si trovò a chiedere aiuto a Giove a causa delle calamità che colpivano Roma. Giove disceso sulla terra chiese a Numa in sacrificio una testa, e Numa risposte che avrebbe sacrificato una testa d’aglio. Quindi Giove incalzò dicendo che voleva un capo umano, e Numa rispose che gli avrebbe sacrificato una ciocca dei suoi capelli. Quindi Giove nuovamente pretese una vita, e Numa disse che gli avrebbe sacrificato un pesce.
Quindi Giove, divertito dall’umano, gli ordinò di sacrificare la testa d’aglio, i capelli ed il pesce, e lui avrebbe aiutato Roma.
Questo mito dà di per sé la misura di quanta importanza avessero le parole in ambito rituale per i romani. E contemporaneamente ci da l’idea di quanto fosse diverso il modo di rapportarsi con una divinità, e cioè non contriti a chiedere perdono, bensì un rapporto di scambio con un’ entità che la si riconosce più grande (timor reverenziale), ma non la si teme e non ci si sottomette ad essa.

CHI POTEVA COMPIERE IL RITO?
Come abbiamo visto il rito della Devotio poteva essere compiuto sicuramente da un Console, un Pretore o un Dittatore, o da un romano arruolato scelto da questi.
Nei fatti però le fonti ci parlano di tre occasioni in cui il rito venne compiuto:

– Il primo fu Publio Decio Mure, Console nel 340ac, che compì il rito durante la battaglia del Vesuvio contro la Lega Latina;
– Il secondo fu Publio Decio Mure, figlio, Console nel 295ac, che è questo di cui abbiamo parlato fin’ora sacrificatosi nella battaglia di Sentino contro gli Italici;
– Il terzo fu Publio Decio Mure, nipote, console nel 279ac, si sacrificò nella battaglia di Ascoli Satriano contro Pirro.

Appare evidente che questa bella tradizione di famiglia sia in realtà una rivisitazione della storiografia romana (in particolare di Livio), ovvero che diventa difficile attribuire a tre personaggi omonimi della stessa famiglia il compimento del medesimo destino.
Vero che le mele non cadono mai lontane dall’albero, ma così pare eccessivo.
L’analisi storica moderna vede infatti il compimento della “vera” devotio soltanto nella battaglia di Sentino: mentre l’attribuzione alle battaglie del Vesuvio e di Ascoli Satriano come un prodotto, nel primo caso, di una rivisitazione di Livio, nel secondo caso come un errore di Cicerone (evidente anche per il fatto che i romani persero contro Pirro nonostante il rito).

Appare poi un altro esempio che lascia intendere il compimento di un altro rito forse (e dico FORSE) assimilabile alla devotio: durante l’occupazione di Roma da parte dei Galli nel 390ac, Livio narra che gli anziani della città scelsero di rimanere nelle proprie case lasciando ai giovani ritirarsi sul Campidoglio, in modo da non consumare inutili risorse per loro che erano alla fine della loro vita. Dice Livio che quindi questa moltitudine di vecchi, alcuni ex magistrati, indossarono la veste di chi compie il trionfo <dopo che il Pontefice Massimo Marco Folio ebbe pronunziato la formula rituale, [i vecchi] si siano votati alla morte per la Patria e per i Romani Quiriti> (Livio V.41), per poi farsi uccidere nelle loro case dai Galli.
E‘ interessante perché in queste poche parole ci sono delle interessanti analogie con il rito della devotio. Ma se anche non fosse da considerarsi una vera e propria devotio, appare comunque un rito concettualmente simile, ma sono troppe poche le informazioni per averne una certezza.

Alcuni autori hanno voluto mettere in paragone la devotio con altre forme di maledizioni lanciate contro le città nemiche come quella riportata da Macrobio (Saturnalia III,9.9) che appare diversa sia nella forma, che nella sostanza.
Nella sostanza perché prevede prima una evocazione (come sottolinea Macrobio stesso) delle divinità nemiche e non in una invocazione delle proprie (infatti si richiede agli Dei di maledire le città, ed ai numi nemici di abbandonarla), e perché sacrifica tre pecore nere lì nel luogo del rito, anziché sacrificare un cittadino romano caricato delle sfortune romane. Quindi è eliminata completamente la componente di liberazione della sfortuna romana da scagliare contro il nemico. Mutando il concetto, mutano quindi anche le divinità invocate (che in questo caso sono Dite, Veiove, nuovamente i Mani).
Di conseguenza a tutti questi sostanziali cambiamenti, muta anche la forma del rito stesso.

ALTRI PARTICOLARI DEL RITO
Altri elementi del rito che meritano di essere sviscerati sono gli oggetti utilizzati e la postura:

-toga pretexta: come già detto è tipica dei magistrati, sarebbe interessante poter sapere se anche nel caso in cui un comune cittadino romano scelto dal magistrato dovesse o meno indossarla per il rito, ma possiamo solo fare delle illazioni. Se la indossa soltanto chi già la porta per carica pubblica, non vi sono considerazioni da fare; se invece l’avesse potuta indossare chiunque, allora sarebbe interessante per il valore che va ad assumere chi compie la devotio, una sorta di levatura della propria condizione sociale per questo atto.

-capo velato: usanza abituale per i romani durante il compimento di un rito, che come dice Plutarco (Questioni Romane) avviene sempre ad eccezione dei riti a Saturno

-dita toccano il mento: di difficile interpretazione, in altri contesti toccarsi il mento ha il significato di mostrare attenzione, in questo caso è davvero oscuro.

-giavellotto sotto i piedi: il giavellotto è simbolo di Marte fin dalle origini, la cui hasta era conservata nel suo tempio, e la cui oscillazione spontanea veniva interpretata. Posto sotto ai piedi valeva forse ad un simbolico porsi sostenuti dal dio Marte (e non dalla Terra), il giavellotto diventa quindi sacro al dio e per questo non poteva cadere in mano nemica. Infatti se veniva perduto bisognava compiere un sacrificio espiatorio, la suovetaurilia, che ha la funzione di purificare i romani da tale offesa a Marte, in analogia a quanto è necessario per la lustratio (purificazione) del campo in Catone (De Agri Cultura) dove è utilizzato il medesimo sacrificio.

recitata la formula:
cinctus gabinus: forse più che una valenza sacra questa doveva avere un valore di comodità, riducendo al minimo gli “avanzi pendenti” della toga, per quel che ne sappiamo.

salire a cavallo: da un lato sicuramente per il fatto che i cavalli erano sacri a Marte, dall’altro perché (se ha un valore non solo poetico quello di Livio nel dire che erano maggiormente colpiti dalla maledizione coloro i quali circondavano il cadavere del Console) l’effetto della maledizione doveva avere una sorta di area di maggior effetto, e quindi era preferibile che venisse ucciso in mezzo alle schiere nemiche che non distante da esse.

la statua di 7 piedi: la statua di circa 2metri da seppellire in caso di mancata morte di colui che compie il rito doveva evidentemente valere a rito di sostituzione, ovvero che non essendo morto (e quindi sepolto) colui che compie il rito, si rischia di mancare alla parola data agli Dei, e quindi una ritorsione. Ma non potendo contemporaneamente uccidere un uomo sacro ai Mani (chi mai se ne sarebbe attirato la maledizione contro???) allora si preferisce seppellirne un simulacro.

ai magistrati non è permesso passare nei pressi della statua: forse per il fatto che quel luogo è maledetto per una violazione compiuta da un magistrato, e quindi per evitare di attirare la sfortuna sulla sua carica e di conseguenza su tutta Roma.

exsecratus: è chiaro dunque che colui che compie la devotio ma non muore, risultando non solo carico di sfortuna ma anche essendo sacro agli Dei inferi dei morti scontenti (i Mani appunto) non possa in alcun modo compiere qualcosa senza contaminarlo. Egli è a tutti gli effetti un morto fuori luogo, cioè nel mondo dei vivi, e quindi anche compiendo un rito rischia di contaminarlo d’impurità influenzando così negativamente non solo il rito ma anche tutti i partecipanti.

 

BIBLIOGRAFIA PRINCIPALE:

Livio “Ab Urbe Condita”
Catone “De Agri Cultura”
Ovidio “Fasti”
Cicerone “De Senectute”, “De Natura Deorum”, “De Officiis”, “De Divinatione”
Apuleio “De Magia”
Macrobio “Saturnalia”
Plutarco “Questiones Romanae”

Attilio de Marchi “Culto Privato in Roma Antica”
Marcel Mauss “Saggio sul Dono”
Dumezil “La Religione di Roma Arcaica”
Massimiliano Kornmüller “Magica Incantamenta”
Arnold Van Gennep “Riti di Passaggio”
Università del Salento “Testo XII Tavole”

7 commenti su “La Devotio di Decio Mure”

    1. Emanuele Viotti – Salve a tutti, Sono uno dei tanti ragazzi che studiano le religioni e la storia antica, nel mio caso ho un grande amore per la Civiltà Romana. Al di là di questo sono un tipo sportivo, faccio paracadutismo, arrampico, adoro la montagna. Filosoficamente parlando: tutto intorno a noi, sacro e profano, deve avere una logica almeno causale, mi considero uno "scienziato del metafisico". Per questo ho creato Ad Maiora Vertite, perché tra santoni e mistici, sono convinto che si possa portare avanti una ricerca spirituale romana che sia sensata e concreta (senza scomodare sogni ed apparizioni).
      Emanuele Viotti ha detto:

      Certo che potete! Grazie!
      Avete anche una pagina facebook?

  1. Grazie! Abbiamo linkato l’articolo sul nostro notiziario:
    https://percevalasnotizie.wordpress.com/2016/08/04/eventi-sentinum-grande-successo-per-la-rievocazione-della-battaglia-delle-nazioni

    Le pagine FB sono queste:
    https://www.facebook.com/PercevalArcheostoria/
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