Non solo libri nel Culto Romano

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Un articolo che speriamo possa essere utile a far capire meglio ai neopagani cosa non è la romanità, sfatando alcuni miti, e spiegando perché apparentemente si dedica più allo studio che all’intuizione.


Nell’immaginario comune un politeista romano è molto noioso e rompiscatole (e queste due diciamo che sono tendenzialmente vere), fascista ed omofobo (eehh???), eccessivamente studioso mentre non si cala mai nel pratico. Un carissimo amico, noto nell’ambiente neopagano, mi disse un giorno <di voi romani stimo la grandissima capacità di iniziative culturali, conferenze, visite guidate> cosa che mi lasciò perplesso perché sono cose che valgono anche per l’ambiente universitario.
Ma c’è di più di quel che si vede sulla superficie della romanità, che è spesso nascosto (per pudore) nelle pareti domestiche o all’interno delle comunità.

Prima di tutto i romani tendono a studiare molto perché c’è molto su cui studiare. Dal punto di vista della sopravvivenza di fonti, il culto romano è forse il più fortunato di tutti!
Abbiamo tantissimi resti archeologici e testi che ci danno tante informazioni su come fosse fatto il culto all’epoca, e di conseguenza è necessario studiarli.
Per cui dove il minimo sindacale per un wiccan è leggere i libri di Cunnigham, per un romano è leggere tutti i testi filosofici di Cicerone, quelli di Seneca, i Fasti di Ovidio, ed il De Agri Cultura di Catone, l’ Eneide (oltre che autori moderni come Dumezil), oltre ad un numero imprecisato di testi archeologici che analizzino la religiosità.
In secondo luogo vi è l’impegno nello studio, essendo tante fonti, ed essendo necessario conoscerle, bisogna studiarle, memorizzare ed impararne il contenuto o si rischia di dimenticare le numerose regole tramandateci.
Un terzo punto è l’oggettiva difficoltà delle letture, che non sempre sono tradotte in modo semplice, non sempre utilizzando un linguaggio tecnico specifico (ovviamente chi traduce dal latino, lo fa a scopo divulgativo, per cui usa termini spesso imprecisi ma utili affinché la massa dei lettori capisca) il che obbliga ad andare a cercare il termine latino o l’intera frase per ritradursela da solo. Inoltre la traduzione potrebbe non essere recente, per cui utilizza un linguaggio difficile.
O per i motivi esattamente contrari, i testi accademici potrebbero usare un linguaggio eccessivamente tecnico (e quindi di difficile comprensione), o comunque essere vecchi (lo stesso Dumezil è decisamente verboso).

Tutte queste cose portano a spingere i romani ad essere persone molto studiose (e rompiscatole!), mentre allontana chi è in cerca di una via che richieda meno studio.

Al contrario le altre forme di politeismo sono costrette ad integrare le ampissime fette di mancanza d’informazioni con ipotesi più o meno fondate. Per esempio nel mondo celtico adesso va molto l’immagine degli sciamani e dei riti silenziosi con azioni simboliche, ma in realtà sono illazioni perché non abbiamo idea di come fosse la rituaria di questi popoli, per cui quello che viene fatto oggi potrebbe essere tanto celtico quanto il suo opposto.
Preferirei poi sorvolare su quel sempre crescendo numero di persone che “studia” e “usa come fonti” documentari, romanzi e film.
E questo vale per tutti i culti neopagani, tranne quello romano dove abbiamo -per fortuna!- fonti che descrivono minuziosamente passo passo diversi riti.

Ma il politeismo romano è solo questo?
Questa è la parte di studio utile ad un avanzamento conoscitivo per essere certi di star facendo ciò che i romani facevano (e per cui che si sta compiendo un rito romano e non altro). Oltre a questo c’è tutto quel contenuto filosofico, di nuovo legame con le forze dell’universo (che è base fondante per molti neopagani), in cui ci si giostra nelle ampie maglie delle norme sacre romane. Per cui la tanto amata “passeggiata nei boschi” non è né vietata né disinteresse dei romani.

La venerazione del Genius Loci è una parte fondamentale del culto, da quelli della casa, a quelli dei fiumi, dei boschi, di ogni luogo.
Inoltre c’erano tantissime aree sacre al di fuori delle città, tra queste il Santuario a Giunone in località Pantanacci, il Santuario di Diana a Nemi, Tempio di Diana sull’Aventino (alla fondazione fuori dalla città), etc. A questo si aggiunge tutta una cultualità legata alle zone agricole (Lari Compitali, Marte, di nuovo i Geni del luogo, Cerere, Pomona, etc), ed anche delle zone fuori dal controllo umano (Satiri, Ninfe delle quali troviamo spesso presso le fonti dei fiumi anche dei templi).

Per cui bisogna sfatare questo mito collettivo dove i romani sono dei topi di biblioteca, che ripetono minuziosamente riti insensati in modo meccanico e ripetitivo, mentre poi non escono mai dalla città.
Il sentimento di venerazione vivo e sincero in una persona che pratica il culto romano è vero nelle stesse probabilità di un neopagano. Eppure questo non gl’impedisce quegli aspetti d’intuizione, devozione, e meditazione dei quali si fanno forti i culti neopagani.

Altro punto gravoso è la questione politica, della quale in moltissimi stanno cercando di scrollarsela di dosso, ma ne abbiamo parlato meglio qui.

Volendo concludere in termini sostanziali, potremmo dire che quell’aspetto da studiosi che hanno i romani, è dato più che altro, dal fatto di avere tanto da leggere per imparare in modo completo quello che si sa sulla pra

tica romana.
Emanuele Viotti

Le foto che seguono sono di proprietà della CPR (Communitas Populi Romani) e sono pubblicate a solo titolo esemplificativo.


Mentre questo sono io nei miei momenti di romana reclusione domestica ahahahhahah

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