Breve storia del calendario pre-giuliano

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Il calendario pregiuliano, chiamato anche calendario repubblicano o “di Numa[1], è il calendario luni-solare usato nella città di Roma fino alla riforma compiuta da Giulio Cesare nel 46 aev. che introdusse un calendario puramente solare [Plut. Caes. LIX]. Come termine “ante quem” per la sua adozione, è possibile fissare il 400 aev. per quell’anno, secondo Cicerone, gli Annales Maximi dei pontefici riportarono un’eclissi di sole avvenuta alle Nonae di Junius [Cic. Rep. I, 25], che sappiamo essere avvenuta il 21 giugno di quell’anno. Poiché un’eclissi di sole può avvenire solo quando la luna si trova tra il sole e la Terra e questo può accadere solo poco prima della luna nuova, l’eclissi avrebbe dovuto essere registrata alle Kalendae del mese, tuttavia, il fatto che essa sia caduta alle Nonae, è dimostrazione dell’esistenza, già a quell’epoca di uno scostamento tra ciclo lunare e mese calendariale, il che implica l’utilizzo di un calendario luni-solare non più empirico (vedi oltre), ovvero quello noto come pregiuliano.

Benchè le fonti facciano risalire la sua struttura fino all’età regia, è difficile stabilire in che misura questa affermazione sia veritiera e gli autori moderni hanno formulato in proposito numerose ipotesi[2]: possiamo ritenere che la formazione del calendario “di Numa” sia collocabile tra l’età regia (probabilmente ad opera della monarchia etrusca) e l’età decemvirale, gli autori antichi, infatti, riportano che il collegio decemvirale fu responsabile di una riforma del calendario romano, di cui però non conosciamo l’entità, che fu poi inscritto su una tavola di bronzo che accompagnava le XII Tavole della legislazione decemvirale. È quindi lecito ritenere che il feriale originario da cui si sviluppò il calendario repubblicano, risalga almeno alla metà del V sec. aev. È tuttavia verosimile che esso esistesse già in una forma sostanzialmente analoga a quella uscita dalla riforma dei decemviri4,[3].

Doveva trattarsi di un feriale di 12 mesi lunari per un totale di 355 giorni, cui era aggiunto saltuariamente un mese intercalare per mantenere l’allineamento tra ciclo lunare e ciclo solare. In ogni mese erano riportate solo le festività principali e più antiche, quelle che, nei calendari epigrafici che ci sono noti, sono indicate in lettere maiuscole[4], oltre alle date fisse di ogni mese (Kalendae, Nonae, Idus).

I mesi duravano alternativamente 29 o 31 giorni, eccetto Februarius, che ne durava solo 28; per il mese intercalaris vi sono varie ipotesi, sappiamo però che, in età medio-repubblicana doveva durare 22 giorni.

Secondo gli autori romani, prima di questo feriale, la storia del calendario romano era già molto complessa.

Il primo di cui si abbia notizia fu in uso una sorta di calendario empirico di 10 mesi puramente lunari, della durata di 304 giorni, chiamato “calendario romuleo”, poiché la tradizione ne attribuiva la creazione a Romolo, nel quale 6 mesi erano di 30 giorni e 4, di 31 giorni e l’inizio dell’anno era fissato ai Palilia, la festa di Pales, giorno in cui, secondo la tradizione, fu fondata Roma, oppure poco prima dell’inizio della primavera [Liv. I, 19, 6 – 7; Ov. Fast. I, 27 – 45; III, 120 – 127; 152 – 154; Plut. Num. XVIII – XIX; Q. R. 19; Gel. III, 16, 16; Solin. I, 36; Var. Fr. apud Cens. XX, 2 – 4; M. Fulv. Nobil. Fr. apud Cens. XX, 2 – 4; Gran. Licin. Fr. Apud Cens. XX, 2 – 4; Serv. Georg. I, 43; Macr. Sat. I, 12, 3; 13, 1 – 3]. Nonostante le ricostruzioni degli autori classici, è verosimile che la scansione dei mesi e la loro durata non fosse fissa, ma definita empiricamente, attraverso l’osservazione delle fasi lunari.

Il ciclo romuleo doveva seguire il ritmo dei lavori agricoli, iniziando in primavera per concludersi in tardo autunno; durante i mesi invernali che separavano un ciclo dal successivo, veniva aggiunto un certo numero di giorni sufficiente a coprire il periodo che mancava al ritorno della primavera successiva. Le date delle festività venivano comunicate all’inizio di ogni mese (vedi Non. Jan.) e potevano variare di anno in anno.

Gli autori moderni ritengono che tale ricostruzione sia stata influenzata dall’evoluzione successiva del calendario romano e che in realtà quello più arcaico, usato dalle comunità protourbane che popolavano l’area su cui sorgerà Roma (e che probabilmente era diverso da villaggio a villaggio) avesse una struttura differente: si ipotizza che la suddivisione del tempo non avvenisse secondo i cicli lunari, ma usando come riferimento altri fenomeni astronomici o metereologici4, in modo simile al calendario agricolo riportato da Varrone nel De Re Rustica [Var. R. R. I, 27 – 36], nel quale l’anno era diviso in 8 parti e alle menologie rustiche (calendari agrari usati nelle zone rurali) [CIL VI, 2305 = CIL VI, 32503 = CIL I, p 280 = Inscr. It. XIII, 2, 47 = ILS 8745 = AE 2012, 179] divise in quattro parti secondo le stagioni. È stato anche ipotizzato che il calendario “romuleo” seguisse il ciclo della coltivazione del farro o la durata della gravidanza umana, entrambi di circa 10 mesi[5],4.

La tradizione antiquaria vuole che, il secondo re, Numa Pompilio, alla fine dell’VIII sec. aev. abbia introdotto due mesi supplementari portando la durata del feriale a 355 giorni e creando la struttura alla base del feriale pregiuliano. A quest’epoca viene attribuita la creazione dei mesi lunari scanditi secondo la successione Kalendae, Nonae, Eidus, che ritroveremo nelle fasi successive. L’inizio di ogni mese veniva determinato empiricamente attraverso l’osservazione del cielo notturno, all’apparire della prima falce di luna, secondo un rituale tramandatoci da Varrone e Macrobio, tale giorno era chiamato Kalendae. Le Nonae cadevano al primo quarto di luna e le Eidus indicavano la data della luna piena. Benchè le fonti non ne facciano diretta menzione, è possibile che vi fosse anche una data che segnava l’ultimo quarto di luna, simmetrica alle Nonae, circa nove giorni dopo le Eidus, la quale sarebbe andata poi persa. Le caratteristiche di questo feriale, specialmente il coinvolgimento del rex sacrorum nell’indictio delle festività e i sacrifici compiuti nella regia (vedi oltre), è coerente con un’elaborazione in età monarchica, tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile definire con precisione il periodo; il fatto che le Eidus fossero una ricorrenza presente anche nei calendari etruschi (vedi Eidus), ha fatto ipotizzare che il calendario monarchico fosse stato elaborato, nella forma a noi nota durante la monarchia etrusca.

In un’epoca non definibile, probabilmente in età decemvirale, il calendario empirico fu sostituito da uno fisso, in cui la durata dei mesi era stata stabilita e fissata una volta per tutte e non era più soggetta a variazioni in base all’osservazione delle fasi lunari, nacque così il feriale pregiuliano per come lo possiamo ricostruire dalle fonti epigrafiche e letterarie. Poiché esso aveva solo 355 giorni, per mantenere l’allineamento tra ciclo claendariale e ciclo solare, era necessario introdurre, una volta ogni due anni, un mese supplementare, detto Interkalaris.

Durante il primo periodo repubblicano la regolazione del calendario e l’indictio delle festività spettava esclusivamente ai pontefici, i quali anche erano gli unici depositari del formulario necessario a condurre azioni legali attraverso il sistema per leges actiones e i preposti a stabilire quali giorni dovevano essere fasti (vedi oltre) e quali nefasti. Queste conoscenze esclusive rendeva indispensabile il loro intervento ogniqualvolta un cittadino intendesse adire le vie legali. È anche possibile ipotizzare che l’attribuzione della qualità di fastus o nefastus ai giorni dell’anno (eccetto le feriae che erano sempre nefas) non fosse statica e definita una volta per tutte, ma avvenisse di volta in volta in base a una decisione del collegio ponteficale[6].

Nel 304 aev un liberto di Appius Claudius Caecus6, Cn. Flavius, scriba ponteficale, pubblicò per la prima volta il corpus delle leges actiones, mettendo fine all’esclusività della competenza ponteficale in materia di diritto e dando origine al diritto laico. Assieme alle leges actions, Cn. Flavius pubblicò anche un calendario chiamato Fasti [Fest. 87]. Considerando che il feriale doveva già essere stato pubblicato in età decemvirale, è ragionevole pensare che la vera innovazione introdotta in quest’anno non sia stata tanto la pubblicazione del feriale, ma di un vero calendario in cui era indicato il carattere dei giorni, ora stabilizzato e definito, così da dare origine ad una sequenza di dies fasti e dies nefasti ripetuta in modo identico anno dopo anno e non più sottoposta alla decisione dei pontefici. Da questo momento in avanti non sappiamo quanto fosse la reale autorità dei pontefici in materia di calendario: la tradizione antiquaria vuole che ad essi sia rimasta la responsabilità della regolazione del calendario attraverso le intercalazioni, ma anche tale affermazione è piuttosto dubbia.

È probabile che il calendario pubblicato nel 304 aev, fosse il feriale uscito dall’intervento decemvirale, comprendente le festività più antiche. Nel tempo furono inserite le nuove festività che via via venivano istituite. Nel III sec. aev. La sua struttura fu radicalmente alterata nel 287 aev. dall’istituzione dei dies comitiales che portò alla distinzione tra questi ultimi e i dies fasti, il cui numero fu drasticamente ridotto.

Da un certo momento furono inserite anche le date della dedica dei templi, tuttavia non sappiamo quando questa innovazione sia stata introdotta. Secondo l’opinione di J. Rüpke[7], sarebbe avvenuto in occasione della costruzione del tempio di Hercules e le Muse da parte di M. Fulvius Nobilior, nel 186 aev. Sulle pareti di questo tempio, o su quelle del suo podium, fu dipinto un grandioso calendario commentato dallo stesso Fuvius (sappiamo che egli compose un commentario ai Fasti). Benchè non sappiamo come fosse, si ritiene che avesse assunto la struttura dei documenti epigrafici giunti fino a noi.

Un ultimo intervento, prima della riforma giuliana, avvenne nel 191 aev. con la Lex Acilia de intercalando: non sappiamo quale fosse il testo della legge, tuttavia è verosimile che essa sia intervenuta per ridurre il forte scostamento tra ciclo calendariale e anno solare, che si era accumulato tra la fine del III sec. aev. e l’inizio del II.

In base ai dati disponibili oggi, possiamo dire che il calendario repubblicano, per come lo conosciamo, era in vigore nel I sec. aev. come testimoniato dai Fasti Antiates Majores [Inscr. It. XIII, 2, 1 = ILLRP 9 = AE 1922, 87 = AE 1960, 209], l’unico calendario epigrafico noto, precedente la riforma di Giulio Cesare.

 

Maurizio Gallina

NOTE:

[1] A. K. Michels – The “Calendar of Numa” and the Pre-Julian Calendar. In Transactions and Proceedings of the American Philological Association, Vol. 80, 1949, pgg 320 – 46

[2] Per un’esposizione della questione e delle principali ipotesi vedi A. K. Michels – The “Calendar of Numa” and the Pre-Julian Calendar. A. K. Michels – The Calendar of Republican Rome, Princeton 1967, § 7 pg 119 segg. J. Rüpke – The Roman Calendar from Numa to Constantine. Time, History and the Fasti, Blackwell 2011, § 3 pgg 23 segg

[3] M. Humm – Appius Claudius Caecus. La République accomplie, Bibliothèque des Écoles françaises d’Athènes et de Rome, Roma 2005, §9 pgg 441 – 80

[4] L’ipotesi fu formulata da Th. Mommsen nella sua edizione del CIL I, 297 segg de feriis è oggi largamente accettata

[5] A. Carandini – La Nascita di Roma – Dei, Lari, Eroi e Uomini all’alba di una civiltà, tomo II, 7 pgg 395 segg in particolare § 309 – 10; Addenda VII pgg 559 segg e bibliografia ivi

[6] A. K. Michels – The Calendar of Republican Rome pgg 110 – 11

[7] J. Rüpke – The Roman Calendar from Numa to Constantine § 7, pgg 95 segg.

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