Rito Romano XVI: perché un rito funziona?

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Questa è una domanda a cui è difficile dare una risposta coerente e che sia condivisibile da tutti. Le stesse fonti antiche non ci aiutano fornendo alcuna risposta chiara a riguardo, tuttavia cerchiamo -un po’ sulla stessa riga dei precedenti articoli sulla natura degli Dèi e dell’uomo– di darvi una risposta.

Che i riti funzionino penso che non ci siano dubbi, tuttavia è importante indagare sui motivi per i quali essi funzionino, e di conseguenza per l’interesse pratico di sapere le ragioni per cui non hanno funzionato. Questo è importante per poter fare un’autoanalisi ed una ricerca del proprio miglioramento.

Propedeutico alla comprensione di quanto seguirà è la lettura dei due articoli di cui i link sopra (Natura degli Dèi e dell’uomo) oltre che i precedenti sul Rito Romano.

La prima premessa necessaria è che gli Dèi sono leggi, e tutto ciò che può avvenire ed esser mutato è già parte di essi. Perciò è necessario dire che nessun rito può funzionare se esula da questi limiti.
Di qui si comprende perché esistono molte divinità, ognuna per una precisa funzione.

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Compiere un rito a Mercurio per chiedere la pioggia è perfettamente inutile, poiché la pioggia è una questione che esula dalle funzioni di Mercurio.
Alcune divinità condividono certi temi, mentre altre appaiono come “precisazioni” rispetto ad un dato tema, pertanto è quanto più necessario -ai fini del maggior successo di un rito- identificare l’esatta divinità della quale si necessita l’aiuto.

Qui sotto un’immagine a mero titolo esemplificativo:

Come si può vedere alcune divinità hanno degli aspetti in comune:
Giove e Marte; Marte e Bellona; Bellona e Minerva; e la guerra è condivisa da tre divinità Marte, Bellona e Minerva
Tutte le divinità hanno degli aspetti propri, esclusivi.
Mentre altre divinità sono parte integrante di una divinità maggiore, ma maggiormente specifica (Giustizia).

Di questa distribuzione ne fa parte anche l’essere umano e la sua genìa, così come le piante, gli animali, ed ogni altra cosa esistente nella tutela di quel luogo.
Un’altra proposta a titolo esemplificativo:

Come si può vedere a sinistra vediamo le influenze nel contesto del culto privato di ognuno di noi, dove tutti gli aspetti della nostra tradizione ci influenzano in modo più o meno diretto, e pertanto è necessario tenerne conto all’atto della preparazione di un rito. Mentre altre sono cose esclusive nostre private, del nostro culto familiare, di quello gentilizio, e del culto di appartenenza. È chiaro infatti che se tutti nel Culto Romano venerano il Genius personale, è altrettanto vero che non tutti venerano lo stesso Genius (a meno che non siate uno di quegli imperatori che pretendono che altri venerino il proprio Genio personale).
Similmente tale corrispondenze riguardano le divinità:
Là dove esiste un genio di un culto preciso (ad esempio la Quercia Sacra presso la quale venivano portate le spolie opime), è in parte influenzato e sub tutela del più ampio Genius Loci (seguitando l’esempio, il G.L. del Campidoglio), che fa parzialmente parte del culto più ampio (delle divinità dei boschi ad esempio), e che in fine rientra in un campo più ampio di divinità (es. Giove, che infatti nel genius di quell’albero si identifica Giove Feretrio).
Un’altra rappresentazione che potrebbe chiarificare il concetto appena espresso:

Abbiamo voluto fare esempi per quanto riguarda divinità che occupano uno spazio fisico, poiché ci è sembrato più semplice da descrivere, ma naturalmente lo stesso meccanismo si estende anche alle divinità concettuali (vedi sopra Giove con Giustizia la cui più piccola espressione divina dovrebbe essere il Genius di un singolo tribunale).

Tutto questo giustifica la necessità di un politeismo quanto più vasto possibile (e più vasto di quello Romano credo non ci sia), al contrario di molti politeismi “moderni” che tendono invece a riassumendo i culti per sommi capi, riducendo la ritualità a poche divinità che dovrebbero occuparsi più o meno di tutto. Complice di questo fenomeno fu un enorme successo del neoplatonismo, e ancor di più dell’interpretazione distorta che ne hanno dato certe scuole esoteriche ottocentesche ed i loro eredi.

Perciò il successo di un rito passa necessariamente dall’invocazione della giusta divinità.
Non solo, come abbiamo avuto modo di dire in un precedente articolo di questa serie, i Romani, non paghi della precisa divinità, utilizzavano in caso di necessità anche l’appellativo da attribuire ad una divinità per indicarne quella precisa funzione (es. Mars Pater; Iuppiter Fulgor; Ianus Consivus etc.).
Di questo arriviamo ad ottenere casi straordinari su epigrafi in Gallia come Iuppiter Taranis o Iuppiter Cernenus, cioè il dio della funzione di Iuppiter, declinato al precedente culto gallico al quale si voleva far riferimento. Sottolineando così non solo una funzione precisa, ma anche una precisa cultualità e legame con la stirpe (come abbiamo visto le influenze che la stirpe ed i culti familiari hanno nella ritualità).
Preso atto di tutte queste cose veniamo al fenomeno del rito in sé per sé.

Abbiamo detto negli articoli citati precedentemente che l’essere umano si compone di molti corpi. Seguendo la linea già tracciata qui parleremo di quattro corpi, senza entrare nel complesso dettaglio dei sette evidenziabili dalle fonti. Come abbiamo detto -infatti- il numero non conta, l’importante è distribuire correttamente le funzioni.
Se dobbiamo descrivere il funzionamento di un treno, che esso abbia due, tre, dieci, o cento vagoni, esso funzionerà sempre allo stesso modo. Perciò trattare del funzionamento umano soffermandosi troppo su quanti corpi esso detenga è assolutamente unitile ai fini della comprensione del meccanismo, riducendosi ad una mera questione dialettica.
Un esempio a dimostrazione di questo: quanto è utile affermare che la mente meccanica, cerebrale, la stessa posseduta anche dagli animali, è distinta o non è distinta dal corpo fisico? E’ inutile se il fine è quello di distinguere questi due dai/dal corpi/corpo che si occupano/a delle emozioni.
Perciò ci limiteremo a trattare di quattro corpi, lasciando al lettore la responsabilità di interpretare la questione a seconda di quanti corpi egli veda in un essere umano.

Quando viene compiuta un’azione rituale, per quanto possa sembrare apparentemente che sia solo il corpo fisico ad agire, ricordiamo che sono tutti e quattro i corpi a farlo: sia il fisico, che l’emotivo, che la mente che lo spirito.
In effetti quello che avviene è un moto dal basso verso l’alto, che ne determina una uguale e contraria dall’alto verso il basso. Come abbiamo avuto modo di dimostrare infatti, le leggi della fisica, poiché descrivono i fenomeni della materia, e poiché il metafisico è immanente al fisico, allora necessariamente le leggi che valgono per la fisica devono (in linea di massima) valere anche per la metafisica.

Come si vede da questo schema tutto quanto si collega al Rito avviene in quattro fasi.

Fase 1: Decisione di compiere il rito: questa è una fase molto delicata, che riguarda solo ed esclusivamente l’individuo. La decisione del rito è fasta solo ed esclusivamente se giunge come indicazione divina, come intuizione, o come prodotto di attenta riflessione. Diversamente se avviene come prodotto di una decisione emotiva, o peggio ancora dettata dalla carne sarà sempre e comunque un fallimento o produrrà grande male a chi compie il rito. Pertanto è FONDAMENTALE imparare a distinguere dentro di noi da dove venga ogni singolo input.
Parte di questa fase è la preparazione del rito, la sua scrittura, la preparazione rituale tutte cose viste in precedenza.
Nel dubbio la divinazione è sempre uno strumento lecito, purché non si voglia interpretare con occhio distorto la risposta.
Anche qui ricordiamo che la divinazione è una scienza tecnica, non un gusto personale.

Fase 2: il Rito: il rito -come sappiamo- richiede una grande concentrazione, ed ogni corpo fa la sua parte in base a scienza e coscienza. Il Corpo Fisico è quello che si occupa dell’agire simbolico sul piano fisico, è quello che sposta gli oggetti da un punto ad un altro, che si muove ed agisce allo scopo di ottenere il massimo rendimento dalle energie che si muovono all’interno dell’essere umano (le offerte sono in base all’analogia ed al significato stesso dell’offerta e dell’offrire parte di questo agire simbolico). Il campo velato, i piedi calzati, la cintura slacciata, l’assenza di nodi, sono tutte cose che sul piano fisico sono necessarie affinché le energie scorrano all’interno del corpo nella giusta direzione. La stessa castità ed astinenza rituale (vedi preparazione) valgono tutti affinché il corpo sia il più libero possibile -esteriormente ed interiormente- da qualunque influenza esterna che possa alterare queste energie. Inoltre le azioni simboliche compiute nel rito hanno un potere di per sé: i simboli infatti hanno un valore ed un potere intrinsechi, che trascendono la cultura, per questo le azioni rituali (che sono dei “simboli” in ultima analisi) debbono rispettare il canone tradizionale.
L’Anima è “il motore a compressione”, la totale ed assoluta atarassia, pacatezza, e tranquilla serenità richieste dal Rito Romano sono tutte funzionali affinché questo potentissimo motore che genera energia ne produca il massimo possibile, nella costante quantità necessaria, e della corretta forma (non rabbia dunque, non dolore dunque, non gioia, ma solo energia pura). Questa energia prodotta risale e si muove attraverso il corpo grazie all’indirizzo dato dalla corretta postura del corpo fisico, attraverso le mani, ed i vari punti fondamentali e le rotae del corpo.
La Mente ha un compito fondamentale, prendere tutta questa energia ed indirizzarla sulla base della propria volontà. A tal fine è necessaria la più totale ed assoluta concentrazione. La Volontà (che nei sette copri è l’ultimo sul quale abbiamo il controllo, e che pertanto inseriamo nella Mente) prende tutto questo pacco di energia, lo modella, e lo indirizza attraverso la Voce verso il fine che ci siamo preposti per il rito. Ecco perché la necessità delle giuste formule rituali, ecco perché la lingua latina, ecco perché le continue ripetizioni nei riti romani, perché è necessario che l’energia che noi produciamo venga modellata in base ad un preciso scopo, in un preciso modo, con un preciso obbiettivo. Perché la volontà modelli l’energia determinando una certa e precisa sonorità che stimoli il Genius (sul quale non abbiamo un volontario controllo, anzi più spesso è lui che controlla noi al di fuori della nostra volontà) a portare un cambiamento.

È necessario fare una doverosa precisazione, la divinità si compone del Nume e della forma con cui appare, l’insieme di queste due cose determina la divinità nel suo complesso. È sempre necessaria una forma per raggiungere la sostanza della divinità, la motivazione è semplice: noi non siamo in grado di immaginare qualcosa che non abbia una forma. Provate a pensare a qualsiasi concetto assoluto senza dargli un’immagine, un nome, un suono, o senza una qualsiasi forma che appartenga ad una convenzione. Impossibile!
Quindi ecco che è sempre necessaria una forma per entrare in contatto con il Nume.
Fino a qui la forma ha avuto la sua necessaria funzione, quanto segue invece sarà di pura sostanza.

Fase 3: effetti del rito (fenomeno invisibile): se il rito è stato eseguito correttamente con tutti i corpi, il Genius -che è un’entità divina- innesca un meccanismo, sul proprio piano dell’esistenza, che è parte di esso stesso. E perciò il suo non è né un atto volontario, né un’ azione vera e propria, semplicemente si innesca un meccanismo per il quale è già “programmato”. Non si tratta di destino o predestinazione, bensì di azione già includibile nell’essere degli Dèi, una parte di essi nella miriade di possibilità agite e non agite che essi comprendono. Per fare un paragone: il teorema di Pitagora non è certo predestinato a calcolare il quadrato costruito sull’ipotenusa, né la bocca è predestinata a masticare (può fare anche altro), né la legna è predestinata ad ardere. Eppure nel loro stesso essere sono già incluse queste azioni, e perciò quando è il momento necessario essi agiscono queste azioni. Similmente nel Genius (e nelle divinità che a breve vedremo) l’azione è già inclusa nelle possibilità del loro “essere”, e perciò “agiscono” e “sono”, senza mutare, allo stesso tempo.
Quindi il Genius, tra virgolette “prende” e “stimola l’azione” nella divinità -che è stata chiamata in causa nel rito- di “agire” secondo quanto richiesto, secondo quanto l’energia smossa determina. Un’azione sempre comunque interna al potenziale della divinità.
Per dare un’immagine forse più facilmente comprensibile:  il corpo fisico e l’anima generano dell’acciaio, che la mente tramuta in una catena che ha certi buchi, agganci, innesti, che vengono colti dal Genius e trasmessi alla divinità invocata che -come la ruota di trasmissione di una bicicletta- ha una certa ruota dentata, nella quale si può inserire solo un tipo di catena (dai buchi quadrati, piuttosto che triangolari, piuttosto che di dimensione maggiore o minore). Certamente esistono divinità con ruote dentate adattabili, che alla bisogna prendono quel tipo di catena, ma non saranno mai efficaci quanto la divinità preposta a quella precisa funzione che noi intendiamo necessaria al fine del nostro rito.
Se l’energia prodotta è “povera” di forza, povero sarà il risultato. Se l’energia prodotta è sporca, sporco sarà il risultato, o la divinità che “prende” tale energia restituirà lo “sporco” al mittente. Se il corpo non adotta le giuste posizioni, le giuste azioni, l’energia non si muoverà correttamente. Se le parole non sono conformi al rito, allora l’energia non assumerà quella giusta forma necessaria acché la divinità la prenda e ne dia risultato. Se l’energia inviata non è fasta, o viola qualche precetto, o non è pia, o ancor di più non è conforme alle leggi divine (nefasta) allora la divinità stessa innescherà un meccanismo insito in essa per “punire” chi l’ha mossa. Infatti gli Dèi sono sempre conformi alle leggi divine, perciò puniscono chi le viola, e ancor di più lo fanno se la violazione è tramite rito (perché si somma all’energia da noi prodotta).
Questo in certi ambienti viene definito “colpo di ritorno”, e si sostiene che sia evitabile. Al di là del fatto che io non credo sia possibile evitarlo (per la semplice ragione che “punire” le violazioni è un qualcosa di connaturato alla natura divina), non sarebbe molto più semplice non violare nessuna norma, invece di avere un agire molto “furbo” e compiere il danno per poi tentare di fuggire la giusta punizione?
Ovviamente quando si parla di “punizione” si fa sempre riferimento non ad una scelta della divinità, bensì ad una naturale conseguenza di un agire non corretto (se tiriamo un pugno ad un muro, non è il muro che è cattivo e ci punisce facendoci male, siamo noi stupidi, perché è nella natura del muro essere più duro del nostro pugno).

Fase 4: Manifestazione fisica: qui non accade nulla di diverso da quanto già descritto nell’articolo sulla Natura degli Dèi, esattamente come essi determinano gli eventi naturali, essi determinano anche quanto richiesto nel rito, esattamente così come è stato richiesto. Ne più, né meno. Perciò bisogna prestare molta a cura a come viene effettuata la richiesta nel rito e le parole usate (a tal proposito si rimanda al mito di Numa e Giove).
Perciò poiché il metafisico è immanente al fisico, la divinità invocata, recepisce l’energia da noi prodotta inserendola nella propria funzione, determinando -conseguentemente- un cambiamento nella materia nei limiti del proprio essere. Se un rito non ha funzionato pertanto, e tutto è stato agito correttamente, è possibile che abbiate richiesto qualcosa che esula dai limiti di funzione della divinità che avete invocato.

In conclusione vediamo che un rito funziona perché tutto è stato agito in modo corretto, giusta è stata la preparazione, giusti i gesti, giusta la predisposizione d’animo, giuste le parole e le intenzioni, giusta la divinità scelta. Se tutto è stato agito correttamente, il rito non può essere inefficace, e funzionerà al 100%. Se al contrario qualcosa non ha funzionato, avete avuto pena, o non è stato raggiunto il risultato voluto, questo è perché qualcosa è stato tralasciato.
Per questo motivo è importante nella pratica romana fare un grande lavoro su sé stessi volto a determinare le componenti della propria interiorità, non un caos unico e confuso di energie, ma una chiara cognizione di quanto avviene all’interno di noi (come già spiegato qui). È altresì importante conoscere la natura degli Dèi, quale divinità vada invocata e con quali offerte.
In fine è importante sempre essere nel giusto, agire sempre in modo fasto e pio (non solo per il rito), poiché come abbiamo detto non è una questione di punizione, ma di naturale effetto.

Emanuele Viotti

 

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