Archivi categoria: filosofia

Il Natale è una festa pagana o cristiana?

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Quando si mette a confronto una festa pagana ed una cristiana è sempre difficile rispondere, e la questione va osservata da numerosi punti di vista.

La data del Natale cristiano cade il 25 dicembre, ed alcuni apologeti cristiani hanno identificato questa data con il Sole Invitto di introduzione Aureliana. Questa notizia tuttavia non è suffragata da altre fonti, il che farebbe nascere il sospetto che non sia vero. Va per altro detto che le imperfezioni del calendario Giuliano causavano facilmente un certo spostamento delle date complice anche la precessione degli equinozi. Infatti c’è chi ha proposto che la festa del Sole Invitto e di Natale fossero state poste il giorno del Solstizio d’Inverno, poi spostatosi con gli aggiustamenti calendariali, e fissato definitivamente al 25 dicembre solo con il Concilio di Nicea. Quindi se la scelta della data sia stata volontaria nel coprire una festa pagana è incerto, perché incerti erano i calendari all’epoca. Continua la lettura di Il Natale è una festa pagana o cristiana?

Medusa, Perseo, Pegaso e dintorni: un’interpretazione del mito

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Abbiamo deciso di raccogliere qui i tre post che abbiamo preparato in merito a Medusa, Perseo, Crisaore, Pegaso, Chimera e Bellerofonte. Noi non trattiamo mai mitologia greca perché è fuori dal nostro campo di studi, tuttavia la questione della statua posta negli Stati Uniti ci ha spinti ad affrontare il tema sulla nostra pagina facebook. Da lì in moltissimi ci avete chiesto di approfondire, e così abbiamo fatto, e per non perdere quei post nel dimenticatoio ve li riproponiamo anche sul nostro sito uniti insieme in modo tale che si possa seguirne il filo logico, e aggiungendo in fondo la bibliografia che si riferisce ai miti in sé.
Grazie come sempre del vostro sostegno, e speriamo possiate apprezzarli e continuare a seguirci! Continua la lettura di Medusa, Perseo, Pegaso e dintorni: un’interpretazione del mito

La distruzione dell’identità Europea, discorso di V. Rassias

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In occasione del giorno pagano della memoria (24 febbraio) pubblichiamo questo testo tratto e tradotto dal discorso di Vlassis Rassias tenuto al Congresso Europeo delle Religioni Etniche (ECER) presso il Parlamento Lituano (Lietuvos Respublikos Seimas), a Vilnius, in Lituania, il 9 luglio 2014.

<L’Europa è un continente che per secoli ha dato vita a molte culture, tradizioni etniche e civiltà notevoli, le cui caratteristiche comuni erano la dignità e l’autodeterminazione dell’essere umano, la ricerca della virtù e della verità, la riverenza per il sacro, rispetto verso la natura, l’affermazione permanente del valore personale e la stima che ne deriva, nonché l’ideale della libertà.

Sfortunatamente, questo arazzo di culture politeiste, tradizioni etniche e civiltà diverse ma simili e complementari, ha cessato di esistere quando una religione orientale, strana, espansiva e intollerante si è trasferita con forza e ha richiesto la totale scomparsa di tutto ciò che la gente sapeva, ritenuto sacro e conservato come valori sociali e spirituali. Ciò che ha seguito questa invasione senza precedenti in Europa, è più o meno noto. Assoluto collasso culturale e cognitivo, barbarie, monoteismo, superstizione, odio per tutto ciò che esisteva in precedenza, autocrazia politica e una folle teocrazia, modi invasivi, declino morale, umiliazione, genocidio ed etnocidio e, naturalmente, le fiamme. Fiamme che sorsero e consumarono sfortunati esseri umani, capolavori dell’arte e della letteratura, tutto ciò che rappresentava direttamente o indirettamente il vecchio mondo “pagano” che i nuovi sovrani desideravano ardentemente sterminare.

La peggiore conseguenza di tutte queste calamità fu la distruzione dell’autocoscienza dell'”etno” politeista dell’Europa e la graduale cancellazione della loro memoria etnica. Numerose generazioni di sfortunati trascorsero tutta la vita senza una vera nozione di identità, né chi fossero i loro antenati e come si vedessero, ignari della storia della terra che occupavano. Avevano persino dimenticato il termine “patris” (patria) e per molti secoli il continente ha visto i suoi figli vivere completamente alienati dalla sua anima, gli ha fatto credere di essere stati “civilizzati” a causa delle sanguinose spade di Costantino, Carlo Magno e altri macellatori monoteisti e lodando l’oscurità come luce. Arrivarono persino a esportare la loro barbarie e intolleranza, prima sotto forma di crociate assetate di sangue verso l’Oriente e, successivamente, sotto forma di “esplorazioni” assetate di sangue verso, secondo il loro vocabolario, “nuovi mondi”.

Scorci della luce perduta dei tempi precristiani, sono tornati nella nostra amata Europa solo negli ultimi secoli e solo attraverso una lunga e dolorosa sequenza di reintegrazioni, rinascite, rivoluzioni, movimenti di illuminazione e, naturalmente, attraverso il graduale riacquisto delle identità autentiche abbandonate da parte di alcune avanguardie intellettuali dei vari “ethne” europei. Sin dal diciannovesimo secolo della cronologia della religione arrogante che ha osato dividere in due la stessa storia umana, la maggior parte delle persone in Europa è consapevole di non essere una massa umana senza radici e amorfa sotto la Croce o il Corano, ma di essere la discendente storica e, soprattutto, la gloriosa e avanzata antica “ethne”.

Alcuni di questi europei, inclusi noi, hanno sviluppato una visione più approfondita sull’argomento. Tutti coloro che percepiscono il flusso del tempo come circolare e non lineare, sanno abbastanza bene che la Storia non ha una destinazione finale, ma segue semplicemente le tendenze e le tensioni create al suo interno dai soggetti storici ad ogni singolo giro della ruota dell’eternità. E sanno anche abbastanza bene, che per vincere il titolo di “soggetto storico”, devono essere in grado di avere le loro proposte e idee vive e attraenti sul tavolo, ogni volta che l’umanità è chiamata a scegliere il suo prossimo corso all’interno dell’infinito frattale della storia.

Per noi, ogni singola realtà è un collegamento. Ogni singolo momento fa rivivere l’intero passato e comprende le dinamiche dell’intero futuro. Vedendo le cose in questo modo, noi rappresentanti delle tradizioni e delle religioni native, etniche, indigene, antiche ma ancora vive, lavoriamo duramente per trasformare la questione delle nostre identità collettive complementari da un privilegio spirituale di un’avanguardia illuminata, in un’orgogliosa consapevolezza e identificazione di tutti gli europei, di fronte a questo ammirevole mosaico di autentiche culture, tradizioni etniche e civiltà dei loro antenati. Rivendichiamo l’identità europea. Reclamiamo i nostri sistemi di valore vero e i nostri modi reali. Il nostro scopo è chiaro, per ripristinare le culture un tempo sconfitte ma non estinte, di gioia, libertà, politeismo, dignità, pietà e rettitudine, e, essendo un Hellene, per favore, lasciatemi dire, della ragione, dell’umanesimo, dell’eunomia e della poliarchia.

Possa la luce del Dio Apollo splendere sempre su di voi.>

Vlassis Rassias ha tenuto quasi 100 lezioni, in Grecia e all’estero, sulla religione, la filosofia e l’etica ellenica. In occasione del solstizio d’estate del 1998 prese parte alla fondazione del Congresso mondiale delle religioni etniche (WCER) a Vilnius, in Lituania. Ha scritto 18 libri (16 dei quali sull’antica Grecia) e 2 raccolte di poesie.

Testo originale in inglese: churchandstate.org.uk/2016/07/how-european-true-identity-was-destroyed-when-christianity-moved-in/

Pubblicato originariamente su: Monica-Casalini.com

Come usare le fonti

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Spesso abbiamo invitato gli interessati alla pratica religiosa romana a studiare le fonti, a prenderle a riferimento, farle proprie, ma numerose discussioni (anche in ambiti associativi) mi hanno fatto rendere conto che non ho mai speso due parole sul modo in cui vanno utilizzate.

Ai fini della ricerca puramente storica lo studio delle fonti va portato avanti come l’Accademia ben c’insegna: si considerano tutte le fonti nella loro integrità (comprese le fonti archeologiche), si opera un’esegesi al fine di capire Continua la lettura di Come usare le fonti

Reciprocità nella religione romana: un commento

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In merito all’articolo pubblicato dal sito Mos Maiorum in data 15/10/19 (link) mi sento in dovere di riprendere la discussione nata sul gruppo Hellenismo perché trovo sia molto interessante mettere per iscritto in modo organico alcune riflessioni.

L’autore ritiene -nel suo breve testo- che non sia corretto definire il rapporto tra il romano ed il divino come do ut des se non nel caso specifico del votum. Egli vede in questo una non corretta interpretazione, per la quale il romano costringerebbe la divinità all’azione per mezzo dell’offerta, in una relazione di causalità avente come prima azione quella umana. Egli al contrario ritiene che la divinità sia interamente libera, tanto che «in molti casi non viene nemmeno richiesto un loro intervento esplicito, ma si enuncia solo le condizioni che dovevano essere soddisfatte. Solo se queste condizioni si realizzano e solo successivamente, è l’uomo ad essere in debito», citando come unica eccezione quella della devotio.

Non mi trovo concorde sulla questione a partire dai presupposti che trovo siano frutto di un fraintendimento delle fonti.

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Il tradizionalismo nelle fonti

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Abbiamo spesso parlato di “fonti” su Ad Maiora Vertite, tuttavia, trovandomi a conversare con varie persone, mi sono reso conto che il concetto di “fonte” non è molto chiaro, né è da molti compreso quanto possa essere utile allo studio storico, e -soprattutto- ad un percorso di crescita personale e di miglioramento.
Di qui ho provato la necessità di scrivere questo articolo.

Iniziamo col dare una definizione al concetto di fonte:
<tutti i resti del passato, materiali o immateriali, scritti o non scritti, prodotti intenzionalmente da chi ci ha preceduto per lasciare memoria di sé e delle proprie azioni, o risultato meccanico delle varie attività umane> (F.Senatore 2008)

Analizzando questa frase vediamo che una fonte non è un qualsiasi testo prodotto, ma un testo prodotto nell’epoca che dobbiamo studiare, o quanto più prossima possibile a quella. Essa può essere materiale, tangibile, visibile, o immateriale (per esempio un mito, o una narrazione orale). Può essere scritta, come un testo antico, o non scritto come un deposito votivo. Prodotto intenzionalmente, come un donativo, o un libro, una statua, un edificio, o il risultato meccanico dell’azione umana (ad esempio una fossa con i resti di sacrifici, o una discarica come può essere il Monte Testaccio).

Più brevemente Paul Kirn l’ha definita <ogni testo, oggetto o manufatto da cui si può ricavare una conoscenza del passato> (P. Kirn 1968).

Infatti il termine stesso “fonte” non venne scelto a caso, bensì perché la fonte è quella vena d’acqua a getto continuo da cui nascono i fiumi. È il punto originario: infatti dalla nuda roccia sgorga l’acqua che poi si mescola, si ingrandisce, si sporca, fino a giungere al mare.
Similmente la fonte è l’informazione prima, la più vicina all’origine degli eventi.
Mentre noi -che scriviamo oggi- siamo distanti da quelli, siamo presso la foce, e alla purezza dell’acqua surgiva aggiungiamo i sedimenti della nostra bassa posizione, che, depositandosi, estenderanno la lunghezza del fiume per le generazioni future che scriveranno (speriamo!) dopo di noi.

Perciò è del tutto falsa l’idea comune che si possa considerare fonte qualsiasi testo scritto (come qualcuno mi disse, citandomi -come fonte sull’età classica- un libro pubblicato nel 2008).

Tuttavia le fonti non sono tutte uguali.
Le fonti materiali in genere sono difficili per noi da interpretare (in quanto non “si esprimono”), e si possono analizzare quasi solo confrontandole con altre fonti note. Quando ero all’università a scavare sull’ arx di Veio (nei pressi di quello che forse era il famoso tempio a Giunone) trovammo un oggetto in bronzo triangolare con alcuni elementi decorativi. I miei superiori lo studiarono per settimane alla ricerca di qualcosa di simile, per capire di cosa si trattasse: un gioiello? Una parte di un oggetto più grande? Un puntale? Un oggetto rituale (dicitura in codice per dire “non abbiamo idea di cosa sia”)?
Non so come sia andata a finire, ma alla fine dello scavo non si era capito cosa fosse, e venne catalogato come “oggetto metallico”. Tutto questo per dire che un oggetto materiale si può identificare solo in presenza di un suo simile che possa spiegarlo (se avessimo avuto un oggetto intero contenente quel pezzo, o un testo che ce lo descrivesse, sapremmo cos’è).

Al contrario una fonte scritta si esprime di per sé, ma non ha materiale concreto per dimostrare quanto dice. Quindi se per capire una fonte materiale abbiamo bisogno di un confronto, nella fonte scritta il confronto serve per confermare, dubitare, o negare quanto viene detto.
È palese che se nell’Ab Urbe Condita di Livio è citato il tempio di Giove Statore, la sua esistenza può essere dubbia. Ma se viene trovato un tempio, contemporaneo agli eventi narrati da Livio, proprio in quella posizione, allora contemporaneamente la fonte scritta ci permette di identificare l’oggetto materiale, e la fonte scritta viene confermata dalla presenza dello stesso materiale.

La fonte scritta tuttavia non esprime sempre e con certezza il dato oggettivo, ma il punto di vista dell’autore. Infatti anche chi scriveva era un essere umano come noi (se parliamo dell’evo antico sicuramente era migliore di noi, ma con questa frase intendiamo la cosa in senso strettamente biologico), ed aveva un proprio punto di vista, aveva scopi precisi nello scrivere, se non addirittura gli era stato commissionato.
Voglio fare, a tal proposito, un esempio volontariamente polemico: quando Ottaviano istituì il principato ha la necessità di spiegare, e fare convinto il popolo romano, che egli aveva diritto a sedersi come fosse un re sul trono di Roma. Quella stessa Roma che aveva cacciato i re etruschi, e che giurò che mai ne avrebbe tollerato il ritorno, e che ora si trova con un princeps, il quale fin dal primo giorno -nella parte orientale della Res Publica- chiamano “basileus” (= re). Per giustificare questa cosa, e giustificare tutte le rivoluzioni -anche religiose- che egli passa per “restaurazione”, il princeps incarica diversi autori di scrivere testi a sostegno del principato. Tra questi c’è anche Virgilio, che nella sua magnifica Eneide (ancora oggi glorificata come il non plus ultra della letteratura latina) non fa altro che rivedere (o ricreare) il mito di Enea, ispirandosi ad Omero, al fine di giustificare il fatto che la gens Iulia, e quindi per adozione anche Ottaviano, aveva il diritto per eredità di sangue di governare Roma come una monarchia mascherata da repubblica restaurata.
Perciò l’Eneide può essere considerata fonte attendibile per tante cose: esempi di riti, invocazioni, informazioni religiose, alcuni aspetti del mito di Enea, varie nozioni di ogni genere e grado, ma certo non per sostenere la legittimità al potere di Ottaviano.
Similmente le Res gestae Divi Augusti sono una fonte quantomeno parziale per analizzare la figura di Ottaviano dato che se lo è scritto da solo.

In altri casi la validità di una fonte può essere giustificata dalle fonti che esse stesse ha usato. Abbiamo ad esempio frammenti di testi repubblicani che si sono salvati (se non nella trascrizione almeno nel contenuto anche se frammentario) perché utilizzati da fonti più tarde. Un esempio sono i libri dei pontefici, che non abbiamo perché distrutti dalle religioni orientali, ma spesso citati da altri autori la cui validità viene a confermarsi.

È chiaro quindi che anche le fonti scritte risultano parziali, tuttavia sono le più complete che abbiamo, in quanto ci forniscono molte informazioni spiegandoci gli avvenimenti.

In molti sostengono che lo studio delle fonti sia del tutto inutile, ed un mero lavoro da boriosi topi da biblioteca. Tuttavia vorrei ricordare a costoro che in mancanza di quelle non sapremmo nulla dell’evo antico. Ad esempio il ritrovamento di una manciata di rostra non sarebbe sufficiente a dirci delle Guerre Puniche se mancassimo di Ennio, Polibio, Livio e gli altri autori che ci raccontano di quegli eventi. Se non avessimo delle fonti scritte, per noi, tutto quel che è accaduto “prima” sarebbe come preistoria: una manciata di oggetti dal dubbio significato grazie ai quali possiamo solo parlare di concetti vaghi come “faces”, o come “cultura di”, senza la possibilità nemmeno di dare un nome allo scavo di un preciso villaggio. Ed avremmo persino dubbi sul fatto che sia mai esistito un Impero Romano.
E certamente non sapremmo nulla, assolutamente nulla, sulla Religione Romana.

Perciò con tutti i loro limiti, le fonti scritte, sono il meglio che abbiamo a disposizione.
Per altro, la Tradizione è ciò che viene tramandato. E quel che gli antichi ci hanno tramandato è proprio quel che c’è scritto nelle fonti. Le nostre fonti sono proprio il modo in cui i nostri antenati ci hanno tramandato la Tradizione.
Possiamo certamente dire che non c’è altra Tradizione all’infuori delle fonti.

Perciò tutto quello che è al di fuori della fonte, che -lo ripeto- è la nostra Tradizione, è esegesi, interpretazione, aggiunte, analisi, considerazioni, riflessioni. Dunque a chi piace Evola -ad esempio- deve considerarlo come esegesi, nel proprio percorso tradizione, non come Tradizione: poiché la Tradizione tramandata da Evola nasce al tempo di Evola, e non al tempo di Seneca. In altre parole possiamo dire che si può -se si vuole, per chi volesse- interpretare la Tradizione Romana con un occhio moderno, ma di certo non si può fare il contrario. Infatti nel nostro caso la Tradizione, ovvero la fonte, è sempre e comunque il centro della questione, intorno a cui ruotano nuove idee, interpretazioni, pratiche ed applicazioni concrete (comprese le integrazioni in caso di lacune).
La Tradizione, la fonte, è immutabile ed immobile in quanto riferita al “passato” ed in quanto scritta (scripta manent), tutto quel che si aggiunge dopo come considerazioni ed analisi (compreso molto di quel che scriviamo qui su Ad Maiora Vertite) è sempre e soltanto esegesi, più o meno plausibile, più o meno condivisibile.
L’interpretazione può mutare, anche alla luce di nuove scoperte, ma la fonte, la Tradizione, rimane a perenne ed imperitura memoria dell’insegnamento dei nostri Antenati. Ovvero di quel che dobbiamo imparare sulla nostra Tradizione.

Quando perciò vi trovate davanti a studiosi (tradizionalisti romani, e non) che decidono di rifiutare certi eventi citati nelle fonti, perché gli risultano poco coerenti con il quadro (in genere prederminato da essi stessi, e frutto di mera emotività), o con la giustificazione che l’autore era mosso da secondi fini, ricordatevi le parole di Sallustio:
<Quanto a me, sebbene non pari gloria segua chi scrive e chi compie le imprese, tuttavia mi sembra oltremodo arduo scriverne le gesta:
primo perché bisogna equiparare le parole ai fatti;
secondo perché, nel riprovare i delitti, i più riterranno le tue parole dettate dalla malevolenza, e nel narrare il grande valore e la gloria dei buoni, ognuno accoglierà di buon animo ciò che crede di poter agevolmente fare, ma ciò che ne è al di sopra crederà falso come parto di fantasia.>
(De Coniuratione Catilinae, 3)

E con queste poche righe viene a confermarsi quanto detto. Infatti così come molti sostengono che non c’è mai stato un Furio Camillo, e che era personaggio di fantasia, solo perché essi stessi non sarebbero mai stati in animo di fare quel che ha fatto lui; similmente si vuol negare quanto dice uno Svetonio o Tacito, a proposito di Ottaviano o di Cesare, accusandolo di malevolenza.
E la bontà di quanto è scritto nelle fonti è -per altro- stata dimostrata anche da A. Carandini che negli scavi sul Palatino riuscì a dimostrare che la Fondazione di Roma è avvenuta in modo del tutto simile (nei punti salienti) a quanto narrato nel mito, cosa che fino a cinquanta anni fa si pensava frutto di fantasia. Forse perché -come dice Sallustio- nessuno di quegli uomini avrebbe mai potuto “fare agevolmente” quelle azioni.
Perciò quando troverete qualcuno che accusa di malevolenza una fonte, saprete che la sua è difesa di un’idea aprioristica.
Mentre -peggio ancora- quando troverete qualcuno che nega le fulgide gesta dei grandi uomini del passato citate nelle fonti, saprete che egli ha un cuore di certo peggiore rispetto ai nostri Maggiori.
E poiché è la maggioranza a ritenere quelle gloriose gesta non siano mai avvenute, e frutto di esagerazione dell’annalistica romana, di propaganda, di mito e di esaltazione, si conferma nuovamente che non è ipotesi l’idea che ad ogni generazione gli uomini siano peggiorati sempre più.
Infatti si dà per certo che una sorta di “mitologica predestinazione” imponga ad ogni generazione di ritenere la successiva peggiore e la precedente migliore, quasi che un unico grande complotto vada ad influenzare la mente dei molti miliardi di uomini vissuti ieri ed oggi in ogni parte del mondo. Mentre ritengo ben più probabile, semplicemente spiegabile, e confermato dal confronto di quanto dicono le fonti antiche rispetto alla situazione odierna, che effettivamente ad ogni generazione si vada sempre più peggiorando. E tanto più si peggiora, tanto più si negano gli eventi antichi, si ignorano, si dimenticano, e si smettono di prendere ad esempio di virtù.
Infatti molte delle lamentele che gli autori latini fanno criticando le nuove generazioni, oggi sono considerate cose normali, per le quali non vi è nulla da criticare: eppure riflettendoci esse sono proprio cose deprecabili, tanto che ormai non vi è più nessuno che rimanga a ricordare l’antico ed incorrotto costume.

Già prevedo che qualcuno dirà <soliti discorsi da vecchio borioso, un miscuglio di “si stava meglio quando si stava peggio” e “non ci sono più le mezze stagioni”> (come mi capitò già di leggere tra i commenti di un video che pubblicammo mesi addietro).
A costoro rispondo preventivamente con brevi argomentazioni:
1) non sono vecchio, non ancora;
2) quando si stava peggio la gente non era avida come oggi, dove tutti hanno un cellulare per chattare con le persone distanti un metro. Quando non vi erano migliaia di divieti, perché c’era la responsabilità personale. Quando le città erano pulite non grazie alla bontà delle amministrazioni, ma alla civiltà degli abitanti. Giusto per fare un paio di esempi concreti ed innegabili, che nella diretta esperienza personale possiamo ricordare.
3) le mezze stagioni non ci sono più per davvero, vi invito a fare uno sforzo di memoria ricordandovi com’era il clima quando eravate bambini.

E proprio al fine di combattere certi modi sciocchi di connettere il cervello con la bocca (il ragionamento infatti è ben altra cosa), bisogna leggere le fonti latine. Perché queste insegnano a ragionare, insegnano a mantenere l’attenzione, insegnano a seguire un filo logico nelle sentenze, insegnano a produrre ragionamenti coerenti, insegnano a parlare (produrre concetti, anziché guaire 6500 versi che solo per convenzione chiamiamo “vocaboli”). Ma danno anche indicazioni su come vivere bene, nel quotidiano, ad accettare gli eventi, a combattere ad armi pari con la Fortuna, così che nessun evento negativo possa mai piegarvi o spezzarvi.
Ma è un esercizio quotidiano.
Infatti la mente è come un campo: se fino ad oggi l’avete quotidianamente arato con le sciocchezze su FB, con i telegiornali, con netflix, ed avendo come unica lettura qualche romanzo e prodotto di fascinosa fantasia, il solco sul vostro terreno sarà profondo ed indirizzato a seminare soltanto quel tipo di piante.
Ma se vorrete trovare un qualche personale miglioramento, dovrete sforzarvi di cambiare direzione, e nuovamente incidere solchi che vanno in un’ altra direzione, di tipo diverso. Sostituendo a tutto quel tempo dedicato all’intrattenimento, la lettura di autori nobili, che abbiano qualcosa da insegnare: Cicerone, Seneca, la prima decade di Livio, Marco Aurelio, Sallustio, questi sono i Maestri che vi insegneranno ad essere tradizionalisti non solo per le nozioni, ma per quotidiano battere e ribattere il ferro della vostra vita, affinché da malleabile e dolce strumento manipolato dall’ultima notizia dell’ansa, si trasformi in solido acciaio che sia di vostra unica proprietà.
Essere schiavi di un pensiero imposto dall’esterno (per quanto facile e per nulla frustrante) vi rende alieni iuris (proprietà di altri) non vi rende liberi, non vi rendere sui iuris (di vostra proprietà), quindi non vi rende cittadini romani, e perciò non vi rende Tradizionalisti.

 

Emanuele Viotti

Virtù e poteri del numero 7

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<Marco Varrone, nel primo dei libri intitolati “Hebdomades vel de imaginibus” espone le molte e varie virtù e poteri del numero sette, detto in greco hebdomás.
Egli dice “questo numero forma in cielo i due Settentrioni [altri nome delle Orse/Carri n.d.r.], maggiore e minore, nonché le Vergile dette “Pleiadi” dai Greci; forma inoltre le stelle che alcuni chiamano “erranti”, che Nigido Figulo chiama “vagabonde””.
Egli dice poi che sette sono anche i cerchi ne cielo intorno alla lunghezza dell’asse: di essi i due più piccoli che toccano le estremità dell’asse dice che si chiamano “poli” ma per la loro piccolezza non sono compresi nella sfera c.d. “armillare” [sfera tolemaica che rappresenta le orbite delle stelle n.d.r.]. Nemmeno allo zodiaco manca il numero sette: si ha il solstizio estivo nel settimo segno a partire dall’invernale, e si ha il solstizio invernale nel settimo a partire dall’estivo. E ancora sette segni separano gli equinozi [dice “sette” e non “sei” per via del computo romano inclusivo n.d.r.].
Dice poi che sette sono anche i giorni durante i quali gli alcioni fanno il nido sull’acqua in inverno. Scrive inoltre che il corso della luna si compie quattro volte sette giorni interi: “infatti al ventottesimo giorno la Luna ritorna nel medesimo punto da cui è partita”, e come fonte di questa teoria cita Aristide [Aristarco] di Samo.
A riguardo fa osservare che i giorni del ciclo lunare sono quattro volte sette, cioè ventotto, ma che il numero sette se, partito dall’ultimo, somma tutti i numeri che percorre nella sua progressione verso se stesso, e infine aggiunge se stesso, fa il totale di ventotto, quanto sono i giorni del ciclo lunare.

Dice poi che la virtù di questo numero raggiunge e riguarda anche la nascita umana: “il seme, una volta immesso nell’utero, nei primi sette giorni s’agglomera e si coagula e diventa adatto a ricevere figura. Poi nella quarta settimana, prendono forma: ciò che è destinato ad essere maschio, la testa, la spina dorsale. Di norma alla settima settimana, cioé il quarantanovesimo giorno, l’intera persona nell’utero è compita”.
Varrone riferisce un’altra virtù di questo numero: il primo del settimo mese non può nascere felicemente e secondo natura, né maschio né femmina, e chi è dentro l’utero nei termini regolari nasce 273 giorni dopo il concepimento, all’inizio della quarantesima settimana. Anche i momenti pericolosi per la vita ed i beni degli uomini (climaterici nel linguaggio dei Caldei [astrologi n.d.r.]), egli afferma che i più gravi capitano ogni sette anni. Oltre a ciò, dice che la misura massima nella crescita di un uomo è di sette piedi (207cm), e ciò riteniamo che sia più esatto della leggenda ascoltata da quel raccontatore di favole che è Erodoto, nel primo libro delle Storie: che il corpo disseppellito di Oreste risultò lungo sette cubiti, vale a dire dodici piedi e un quarto [362cm, la sepoltura ritrovata più alta dell’evo antico è datata al IIIsec. dc ed è di un uomo alto 202cm]. A meno che, come pensava Omero, i corpi degli uomini antichi siano stati di proporzioni gigantesche e ora, col mondo che invecchia, gli uomini e le cose rimpiccioliscano.
Anche i denti, afferma, spuntano nei primi sette mesi, e sette per ciascuna arcata; cadono a sette anni, ed i molari nascono generalmente quando gli anni sono due volte sette [probabilmente si riferisce ai denti del giudizio n.d.r.].
Anche le vene degli uomini, o meglio le arterie, egli osserva, secondo i medici musicisti [chi praticava la musicoterapia in antichità n.d.r.] sono ritmate dal numero sette: essi parlano di “accordo di quarta”, che si realizza nel rapporto di quattro a tre.
Varrone ritiene che anche le fasi acute delle malattie si sviluppano com maggiore gravità nei giorni determinati dal numero sette: e particolarmente risultano “critici”, come dicono i medici, i giorni che compiono la prima settimana, la seconda o la terza. A sottolineare le virtù ed i poteri di tale numero egli cita anche il fatto che chi ha deciso di morire d’inedia, muore proprio il settimo giorno.
Questo ha scritto Varrone, con molta accuratezza, sul numero sette. Però nel medesimo scritto egli accumula anche delle osservazioni insignificanti: per esempio che sono sette le meraviglie del mondo, sette gli antichi sapienti, sette i giri di pista tadizionali nel circo, sette i comandanti scelti per l’assedio di Tebe. Aggiunge poi che anche lui personalmente era entrato nel dodicesimo settennio di vita e fino a quel giorno aveva scritto settanta volte volte sette libri: un bel numero, dei quali, con la proscrizione subita [a causa di Marco Antonio n.d.r.] ed il saccheggio delle sue biblioteche, non erano più accessibili.>

AULO GELLIO III,10

Interessante è stato poi scoprire lo studio dello psicologo Miller intitolato “Il magico sette, più o meno due” che fu molto importante nella ricerca sulla memoria a breve termine, e che il corpo sostituisca interamente le proprie cellule (comprese quelle ossee) ogni sette anni circa.
Non mi sento di citare la settimana, per via della sua tarda introduzione, infatti nonostante l’imposizione da parte di Costantino del festeggiamento del solis dies quale dominicia, nei Fasti la settimana compare conteggiata come lettera (e non come giorni) solo a partire dalla metà del IVsec dc. Non solo, il collegamento tra i pianeti ed i giorni compare non prima della tavola nundinale datata al Isec dc, messa in paragone ai giorni di mercato in varie città dell’Italia.
Al contrario, invece, i pianeti conosciuti in antichità nel sistema solare erano sette (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno), ed è sulla base di questi che Tolomeo ideò le ore magiche (sulla base degli omonimi giorni) che arriveranno poi a Roma (pur non entrando mai nei calendari ufficiali).

In fine mi sento in obbligo ad aggiungere: i sette Colli ed i sette Re di Roma.

Emanuele Viotti

La necessità di un ritorno alla Natura

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Questo articolo vuole essere una prosecuzione ideale del precedente “La Montagna come esercizio di Via Spirituale“, nel quale abbiamo trattato dello spirito che è necessario avere in qualsiasi percorso spirituale si voglia seguire. In questo articolo, invece, vogliamo affrontare più nel dettaglio quale sia l’utilità che ha il rapporto con la Natura per un qualsiasi pagano.

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La montagna come esercizio di Via Spirituale

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Le cime del mondo sono da sempre simbolo della tensione al sacro e trascendono le singole tradizioni e religioni.
L’elevazione dal luogo più basso, a fatica, verso le vette più alte assume in tutte le culture del mondo l’analogia della vita e di qualsiasi percorso spirituale ed umano.
Non è un caso infatti che tutte le religioni del mondo abbiano trovato nelle montagne un riferimento sacro e divino.
Tutti hanno posto sulle vette delle montagne principali i simboli della propria religiosità, dalle bandiere tibetane (prima ancora che diventasse moda in occidente), ai crocifissi col cristianesimo, e per quanto riguarda noi della Tradizione Romana, i Templi.

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La “sottomissione” della donna nella Religione Romana

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Credo possa essere interessante riportare il post introduttivo che feci in un topic del forum neopagano “Sacerdotesse di Avalon” nel lontano 2016.
Ho rimesso mano al testo alla ricerca di eventuali correzioni ed aggiustamenti, il testo originale lo trovate al link sopra, ma non è stato mutato nella sostanza.
Spero possa essere ancora un argomento di interesse.

<Ho deciso di fare questo post perché -fatalità- nei giorni scorsi sono stato violentemente colpito da due discussioni sull’argomento, su un argomento che davo per scontato, invece pare proprio che di fondo ci sia un po’ di superficialità sull’indagine storica della questione. Continua la lettura di La “sottomissione” della donna nella Religione Romana