Auspicia ex avibus

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“Non c’è bisogno di alcuna contesa, v’è grande fede nel volo degli uccelli, osserviamoli”
Romolo
citato in Ovidio, Fasti, IV, 813

 

Quello della tratta degli auspici fu il principale sistema divinatorio adottato dai Romani fin dai tempi della fondazione. Questo particolare sistema ornitomantico era una pratica diffusa presso i Latini, gli Etruschi, Umbri e tutti gli altri popoli italici, con alcune particolarità regionali, ma molte similitudini che non derivano dal substrato indoeuropeo, e perciò venne definita panitalica[1].

Per via del fatto che appartiene tutto al grande mondo della Disciplina Etrusca, saremo costretti a fare spesso riferimenti non solo all’arte augurale, ma anche a quella fulgorale e all’aruspicina, trovandoci a confrontare etruschi e romani al fine di integrare quante più informazioni possibili.

 

Storia e Mito:

L’origine degli auspici si perde nella protostoria, ed è molto difficile da determinare con precisione.

Il mito[2] ci racconta che l’Etrusca Disciplina (così era chiamato l’intero bagaglio di conoscenze nell’interpretazione del volere divino presso gli Etruschi), fu donata agli uomini dagli Dèi.

Nella campagna di Tarquinia viveva un contadino di nome Tarchon, il quale arava il suo campo. Quando, all’improvviso, balzò fuori dal terreno un giovane di nome Tagete, che a dispetto della sua età era saggio come un vecchio.

Tarchon si era spaventato a questa vista miracolosa, ed in molti accorsero per vedere questo giovane.

Tagete allora si rivolse a quella moltitudine e parlò di molte cose, i presenti trascrivevano tutto per tramandarlo ai posteri. La raccolta di tutti questi scritti divenne la base dell’Etrusca Disciplina, che poi nei secoli si affinò con l’esperienza.

Questo Tagete viene identificato da Giovanni Lido con Hermes Ctonio, cioè quel Mercurio che ha funzioni infere.

 

Nello stesso periodo, a Chiusi, comparve la lasa (ninfa?) Vegoia al Re Arrunte Veltimno. Al quale riportò un chiaro ammonimento sul futuro della sua gente, e che tengo a riportare per intero poiché credo possa far riflettere ancora oggi:

<Sappi che il mare si separò dal cielo. Quando poi Giove riservò a sé la terra d’Etruria, stabilì perentoriamente di misurare i campi e di delimitarli con ceppi. Conoscendo la cupidigia degli uomini, e la loro brama di terra, volle che tutti i confini fossero segnati con cippi di confine (terminus). I quali, allo scadere dell’ottavo secolo, gli uomini nuovi per cupidigia violeranno e sposteranno. Ma chi avrà spostato i termini aumentando il proprio possedimento e diminuendo quello dell’altro, sarà condannato dagli Dèi per questo delitto. Se l’avranno fatto i servi, avranno un padrone peggiore. Ma se l’avrà fatto il proprietario, quanto prima la sua casa sarà distrutta e la sua famiglia sterminata. Questi violatori di confini saranno poi afflitti da malattie e ferite e le loro membra saranno debilitate. Allora anche la terra sarà travagliata da tempeste e turbini e in gran parte rovinata. I frutti saranno spesso guasti e rovinati dalla pioggia e dalla grandine; periranno nella siccità e saranno corrosi dalla ruggine. Ci saranno molte discordie nei popoli. Sappiate che questo avverrà quando si commetteranno tali crimini, per cui non essere né ingannatore, né falso, ma poni disciplina nel tuo cuore>[3]

 

Da quanto detto da Vegoia e Tagete vennero trascritti dei libri. I Libri Vegonici ed i Libri Fulgurales erano il prodotto degli insegnamenti di Vegoia, mentre i Libri Haruspicini ed i Libri Rituales derivano dagli insegnamenti di Tagete. L’insieme di tutto quanto raccolto in questi testi (purtroppo perduti) è l’Etrusca Disciplina.

Essendo che non abbiamo altri miti “fondanti” per quanto concerne queste forme divinatorie, possiamo presumere -in via di prima approssimazione- che siano stati gli Etruschi a trasmettere agli altri popoli italici (tra cui i Latini, e quindi ai Romani) queste tecniche divinatorie.

Questa trasmissione tuttavia include alcune differenze (che poi vedremo), ed alcune alterazioni nell’ordine delle priorità. Infatti mentre nel mondo etrusco sembra preminente l’aspetto dell’interpretazione delle interiora di animali sacrificati (aruspicina), presso gli altri popoli italici diventa preminente l’interpretazione del volo degli uccelli (auspicia)[4].

Nel mito, Roma, ha già un suo sistema augurale all’atto della fondazione.

Tutti conosciamo la storia della fondazione di Roma: due fratelli figli del dio Marte e di una Vestale, decidono (con il beneplacito dello zio detronizzato e rimesso al suo posto grazie a loro) di fondare una nuova città. Ma per vedere chi dei due l’avrebbe fondata, ognuno trae gli auspici su un diverso colle: Romolo sul Palatino e Remo sull’Aventino.

A Remo compaiono sei avvoltoi per primo, mentre Romolo sembrerebbe evocarne dodici ma per secondo.

Di qui avviene la rottura, che porterà poi allo scherno del sacro confine da parte di Remo, ed al fratricidio più famoso nella storia del mondo.

Era il 21 aprile del 753ac.

 

Dunque Roma viene fondata, anzi no, più precisamente viene in-augurata (auguratio) a metà dell’VIIIsec.ac. Cioè là dove già vivevano dei contadini sparsi si decide di determinare un centro, un confine, e di farlo sotto gli auspici (o potremmo dire gli “auguri”) degli Dèi. Questa narrazione coincide sorprendentemente con quanto mostrato dal dato archeologico: una zona di villaggi collinari ad un certo punto, alla metà dell’VIII sec ac, inizia a costruire degli edifici pubblici e religiosi e delle mura difensive. Il tutto avviene tramite dei riti sacrificali[5], che ricordano alla lontana il mito di Romolo e Remo, ma soprattutto la presenza di una comune datazione, la compresenza di specifici riti, vedono confermata (almeno in linea di massima) il mito della “fondazione” (“in-augurazione”) di Roma come evento storico.[6]

 

Non solo, già con il re successore di Romolo, Numa Pompilio, viene a consolidarsi la prassi di chiedere agli Dèi conferma di qualunque decisione si debba prendere nella vita pubblica. Infatti Numa, dopo esser stato nominato Re dal Senato, chiede di confermare la propria carica tramite auspici per conoscere il volere degli Dèi, venendo quindi a sua volta inaugurato[7].

Le fonti attribuiscono variamente a questi due Re l’istituzione del collegio degli àuguri, cioè quel collegio che aveva il compito di interpretare il volo degli uccelli per conto dello Stato. Infatti merita di esser sempre ripetuto una volta di più che la Religione Romana si divide in privata e pubblica[8], ovvero quella dei singoli cittadini, delle famiglie, delle gens, e delle associazioni, distinta da quella dello Stato per lo Stato.

Perciò non era àugure chiunque fosse in grado di trarre gli auspici, ma era àugure chi veniva nominato, inizialmente, cooptato successivamente ed, in fine, a partire dal 103ac con la Legge Domizia (abrogata da Silla, e poi ristabilita nel 63ac) eletto.

Ad avere diritto di trarre gli auspici per conto dello Stato erano anche i Magistrati romani,[9] in molte occasioni sono i Consoli a trarre gli auspici prima della battaglia, e tuttavia sono gli àuguri che offrono una consulenza di qualità garantita, e sono loro che traggono l’auspicio per la fondazione delle città e la costruzione dei templi e degli spazi sacri (sacelli, comizi, etc.).

Questo dato è interessante perché fa sorgere spontanea una domanda: cosa ci stanno a fare gli àuguri se un Console, o un qualsiasi magistrato, può trarre gli auspici?

Iniziamo col cercare di capire chi aveva diritto a diventare Console e chi l’aveva a diventare àugure.

All’atto della fondazione del Collegio Augurale, questo, era composto da un rappresentante per ognuna delle prime tribù che costituirono Roma (Tities, Ramnes e Luceres). Successivamente, e fino al 300ac gli àuguri devono essere patrizi[10] poiché, il motivo ufficiale, essi sono gli unici a saper trarre gli àuspici. Anche se presumibilmente i plebei continuarono ad esserne esclusi anche da dopo il 300ac e fino alla Legge Domizia di cui sopra.

 

I Consoli vengono creati nel 509ac, come sostituti del Re, e ne prendono tutte le prerogative non esclusivamente regali (queste vengono demandate ad un nuovo sacerdote chiamato rex sacrificalis). Fino al 486ac troviamo anche dei Consoli plebei, che dopo questa data scompaiono dai Fasti Consolari. Secondo Mora[11] questo sarebbe un volontario atto del patriziato di chiudersi in una casta, ed infatti si dovrà aspettare fino al 367ac per permettere che uno dei Consoli fosse plebeo. Sempre con la motivazione che i plebei non sapessero trarre gli auspici.

 

Tuttavia non si spiega come mai all’inizio della Res Publica ci fossero dei Consoli plebei, e ancor di più non si spiega come potessero esserci degli àuspicia privata tali da meritarsi il disprezzo di Cicerone, se i plebei non fossero mai stati in grado di trarre gli auspici. Tanto più che questa risultava essere -come già detto- una tecnologia panitalica, e perciò chiunque fosse venuto a Roma (aristocratico o meno) sarebbe risultato un plebeo in grado di trarre gli auspici.

 

Quindi o teniamo per buona la posizione di Cicerone, che gli auspici privati non hanno valore, e per questo motivo sia il collegio augurale, sia il consolato, sono rimasti chiusi ai plebei. Oppure prendiamo per buona l’idea che anche gli auspici privati fossero validi e quindi la chiusura del consolato e del collegio augurale fu soltanto un atto di monopolizzazione delle cariche pubbliche da parte dei patrizi.

Oppure, e questa mi pare la spiegazione più plausibile, si può supporre una più precisa divisione dei compiti, dove la formazione e l’esperienza di un àugure era tale da richiedere di essere un patrizio, motivo per il quale fin dalle origini il collegio augurale è esclusivo dei romani della prima ora e dai loro eredi (cioè i patrizi). Mentre le competenze, in termini di tratta augurale, richiesti ad un Console non sono tali da esigere una sua appartenenza alla prima stirpe romana e perciò possono essere anche plebei. Ed è per questo motivo che vengono approvate le leggi Licine Sestie sulla possibilità di accesso al Consolato da parte dei plebei con quasi 70 anni di anticipo rispetto all’apertura del collegio augurale ai plebei, e la cui concreta applicazione avverrà, comunque, solo dopo altri 200 anni.

 

Questo nella mentalità romana si può spiegare grazie ad una questione di diritto dato dalla carica[12]. Ovvero che ciò che distingue un cittadino qualsiasi da un Console è la carica, ovvero è l’incarico che ha ricevuto.

Inizialmente i Consoli erano chiamati praetor, cioè coloro i quali stanno in testa all’esercito. Quando il populus (=l’esercito) si riunisce in centuriae (=centurie, cioè secondo l’ordinamento militare risalente alla riforma di Servio Tullio) per votare, lo fa all’interno di uno spazio che è sacer (=sacro, separato) e che è stato auguratus (che ha ricevuto il rito di in-augurazione, tramite augurium, traendo gli auspici) e che si chiama comitium, dove si riunivano -appunto- i comitia centuriata.[13]

 

Quindi il fatto che il Console possa trarre gli auspici in certe situazioni è dettato non da una intrinseca qualità personale dell’individuo, ma dall’incarico ricevuto dal populus.

Tanto è vero che (come vedremo) il rito della tratta degli auspici pubblica, non prevede che l’interpretazione sia data da chi trae l’auspicio. Egli identifica il segno, poi l’interpretazione viene data da altri.

Non è necessariamente vero che la stessa persona debba identificare il segno ed interpretarlo.

 

Quindi la capacità ed il diritto di fare qualcosa in termini sacri, è strettamente legata alla carica, quasi che un potere sacrale, un numen venga trasmesso dai votanti al votato, cosa che gli dà capacità che come semplice uomo non avrebbe.

Mentre nel caso del collegio augurale è il contrario: essi non ricevono alcun numen da chi li sceglie, essi venivano nominati dal Re prima e nella Res Publica si cooptavano, ma a differenza dei Consoli essi hanno una formazione, essi studiano, sono degli specialisti, hanno un’eredità familiare di questo tipo ed ecco perché essi possono trarre gli auspici, in-augurare, e fare da consulenti allo Stato ed ai privati.

Ed ecco perché alle origini della Res Publica, i Consoli possono essere anche plebei, ed il problema degli auspici non interessava a nessuno; ma contemporaneamente il collegio augurale era esclusivamente patrizio.

 

Possiamo quindi immaginare che il principio valesse parimenti per gli auspici privati. E che, per le stesse ragioni già dette, questi potevano configurarsi come: auspici tratti dal singolo individuo (se competente), o su incarico. Ricordiamo infatti che ognuno era sacerdote di sé stesso, e che il Pater Familias era responsabile per le pratiche religiose familiari.

Simile discorso doveva valete per le associazioni (collegia) private.

Perciò credo che in questi termini si debba ragionare anche oggi.

 

L’ultimo mito che vogliamo qui citare (che per altro confermerebbe quanto detto) riguarda Atto Navio[14].

Egli era giovane figlio di un povero contadino, il padre l’aveva incaricato di badare ai porci, quando si addormentò.

Al suo risveglio si accorse che mancavano alcuni animali, disperato per questo e temendo la punizione paterna, vide che c’era un tempietto sacro agli eroi (o ad un dio)[15] e presso di questo fece voto del più grande e bel grappolo d’uva, se lo avessero aiutato a trovare i porci del padre.

Trovò gli animali lì vicino!

Era molto difficile trovare il grappolo giusto, e poco rimaneva del giorno. Allora entrò nella vigna, si rivolse a sud, e -invocando gli Dèi, lo divise in quattro parti: pars familiaris, pars hostilis, pars antica e pars postica[16].

Gli Dèi risposero, indicando segni nefasti in tre di queste.

Allora andò nella quarta zona, la divise in quattro parti, ed ancora gli venne indicata la zona dove cercare, e così via.

Proseguì in questo modo fino a quando non giunse alla vigna precisa dove trovò un grappolo splendido di enormi dimensioni, che donò agli Dèi che l’avevano aiutato ex voto (cioè così come era stato detto nel voto).

Da questo evento Atto Navio ebbe grande fama, ed i vicini andavano a chiedergli d’interpretare per loro il volere degli Dèi.

La sua fama crebbe fino a diventare il più famoso àugure di Roma.
Al tempo di Atto Navio era re Tarquinio Prisco, il primo della dinastia dei re etruschi, arrivato a Roma da Tarquinia con la moglie. Al suo arrivo, diversi anni prima, un’aquila precipitò su di lui rubandogli il cappello, e dopo alcuni giri in cielo, glie lo ripose sul capo. Fu la moglie ad interpretare questo segno per lui[17], annunciando che avrebbe avuto grande fortuna, indice che probabilmente in Etruria anche le donne potevano trarre gli auspici, cosa non esplicitamente vietata a Roma, ma neanche risulta evidenziata.

Diversi anni dopo, Tarquinio Prisco ormai divenuto Re, a seguito di alcuni scontri in cui la cavalleria romana si rivelò particolarmente debole, voleva raddoppiarne il numero delle centurie, dalle tre istituite da Romolo a sei. Atto Navio si oppose, dicendo che Romolo le aveva istituite dopo aver tratto gli auspici, e che non si poteva mutare o innovare qualcosa senza che gli uccelli avessero dato presagi favorevoli.

Tarquinio si irritò molto, sbeffeggiò l’arte augurale, e decise di adottare un tranello per coglierlo in errore.

Chiese ad Atto Navio di osservare gli uccelli e di dirgli se è possibile quello che il Re aveva in mente in quel momento.

Navio osservò gli uccelli, ed al suo ritorno diede risposta positiva.

Allora il Re gli disse che aveva pensato che Navio sarebbe stato in grado con un rasoio di tagliare in due una pietra da affilatura.

Fattosi allora portare un rasoio ed una pietra da affilatura, con un colpo secco e senza indugio, la tagliò in due.

Ancora all’epoca delle nostre fonti esisteva nel Comizio, sui gradini a sinistra della Curia, una statua di Atto Navio che con il capo velato (come usa nei riti romani) con in una mano il rasoio e nell’altra la pietra tagliata in due.

 

Di qui gli àuguri e l’arte augurale ebbero grande fama, e mai più nulla si fece a Roma senza verificare che gli Dèi l’approvassero per tramite degli uccelli, e quando questo non veniva fatto, ne conseguiva sempre grande disgrazia.[18]

L’arte augurale risultava di tale importanza che auspici nefasti potevano rimandare un comizio, non annullare il tema trattato, ma costringere l’assemblea a rimandare il giorno. Questo in base ad una classifica chiara dei magistrati e del potere dei loro auspici[19].

 

Abbiamo aneddoti esilaranti in cui, ad esempio, Milone si presentò fin dalla mezzanotte in Campo Marzio per impedire la riunione dei comizi (dichiarando di aver visto auspici nefasti) e rimase lì fino a mezzogiorno. Clodio, che aveva convocato l’assemblea, gli disse di presentarsi senza timore il giorno successivo all’alba nel Foro, e lì avrebbe accolto la sua obnuntiatio (il divieto di assemblea a causa di auspici nefasti). Alle prime luci del giorno dopo, giunto all’appuntamento, si vide Clodio andare di corsa dal Foro al Circo Massimo passando per un sentiero nascosto che passava per il bosco sacro, lì lo inseguì Milone (tutto bardato di toga e degli oggetti per il rito) per potergli comunicare il divieto. Quando lo raggiunse, e comunicatagli l’obnuntiatio Quinto Flacco -che era presente alla scena- prese ad insultarlo pesantemente per questo atto, anche perché il giorno successivo era di mercato e per due giorni non si fecero assemblee.

 

 

 

La figura dell’àugure.

 

“Inoltre gli interpreti di Giove Ottimo Massimo, i pubblici àuguri, facciano previsioni dai presagi e dagli auspici, osservino la regola, i sacerdoti, facciano pronostici per i vigneti, i vincheti (campi di salici n.d.r.) e la salute del popolo, e quelli che si occuperanno di guerra o di deliberazioni per il popolo, consultino gli auspici e li osservino. Prevedano le ire degli Dèi e obbediscano, e distinguano le folgori, determinate le regioni del cielo; tengano purificati e consacrati la città, le campagne, i templi. Tutto ciò che l’augure avrà dichiarato iniquo, nefasto, irrituale, di cattivo augurio, sia privo di effetto e come non fatto; e chi non l’osservi, a morte sia condannato”.[20]

 

 

Gli àuguri sono i sacerdoti incaricati d’interrogare, mediante l’interpretazione degli auspici[21], la volontà di Giove intorno a determinati atti. Se è infatti estraneo alla mentalità romana che gli Dèi ci comunichino informazioni sul futuro, non lo è l’idea che ci possano comunicare la loro volontà. Volontà che non può essere malevola verso il Popolo Romano fintanto che si mantiene la Pax Deorum. Gli àuguri sono dunque i detentori di quelle regole, quella scienza (augurale per l’appunto), sulla base delle quali gli Dèi comunicano il loro volere.

L’origine nel termine àugure è discussa, ma importante per noi in quanto ci dà indizi sulla loro origine e primaria funzione. Senza elencarle tutte vorrei riprendere il discorso sostenuto da Spinazzola[22] ovvero che augur viene da aug-ere (accrescere), così come altri affini: aug-urium, auc-los, aug-men (omen), aug-ustus[23]. L’augure quindi è prima di tutto colui il quale porta l’auc-toritas divina al di sopra di ogni atto pubblico e privato, attraverso l’interpretazione degli auspici, e ne è il rappresentante. Come dimostrato da Spinazzola augur ed auctor hanno comune origine ed infatti in diverse fonti vengono trattati come sinonimi[24]. Perciò l’auctoritas, cioè il diritto alla proprietà del suolo, è strettamente connesso alla volontà divina che dà l’assenso a questo diritto, la manifestazione di questa volontà sono gli auguria[25]. E così i primi ad avere il potere di trarre gli auspici erano coloro i quali avevano potere in terra:
“In generale presso gli antichi, coloro i quali venivano messi al comando della cosa pubblica, allo stesso modo sapevano trarre gli auspici. Ne è testimone la nostra città, nella quale dapprima furono àuguri i re, poi alcuni privati cittadini muniti di questa stessa carica sacerdotale, governarono la Repubblica con l’autorità derivata dalla religione”[26]

 

Quindi colui il quale per primo chiese un segno propizio alla divinità al fine di tracciare i confini della sua proprietà e della sua casa, segnò così il primo templum, istituendo l’auctoritas, e divenendo il primo augur. Da lì si estese e con la nascita della città si trasferì anche alla cosa pubblica.

Perciò è la divinità che concede la proprietà. Il rex è tale perché gli Dèi gli hanno concesso la proprietà della cosa pubblica, nei limiti segnati dal pomerium, attraverso gli auspici, e di conseguenza -essendone proprietario- può decidere tutto. Allo stesso modo il Pater Familias è proprietario di tutto ciò che è compreso nella famiglia, ed è lui che la crea[27], è lui che l’accresce (aug-ere) e la fa prosperare per volere divino.

Perciò i patres (da cui i patrizi) dovevano considerarsi dei sacerdoti, dei rappresentanti di Iuppiter auctor da cui deriva l’augur.
Per quanto concerne il templum, esso si chiama così da tueri primum (guardare prima), e si riferiva a dove cominciava l’occhio, quindi si diede questo nome al cielo (il tempio in cielo).[28] Perciò il tempio è quello spazio creato con l’occhio, con lo sguardo:
“il tempio e il tesco siano per me stabiliti dentro ai confini, che io sinceramente dividerò con parole. Quell’albero, quello che egli sia, di cui ho inteso parlare, termini il tempio ed il tesco a sinistra. Quell’albero, quello che egli sia, di cui ho inteso parlare, termini il tempio e il tesco a destra. Fra questi due termini siano il tempio ed il tesco per attenta osservazione dell’augure della volta celeste, per analisi interiore, e per giustissima percezione”[29]
E ancora “è chiaro che nel far questo tempio, si stabiliscono per confini degli alberi, e in mezzo a questi lo spazio per la dirittura, chiamato conregio, dove hanno guardato gli occhi; quindi da tueri, cioè da guardare, si è detto templum, e contemplare. […] si fa palese che contempla ed osserva siano il medesimo; e che perciò gli auguri, quando fanno il tempio, chiamano conspicio il prospetto, cioè lo spazio entro al quale circoscrivono la vista”[30]

Per concludere, gli uccelli sono il segno che va “posto nell’occhio/tempio”, quindi osservato, e deve avvenire nel “tempio di Giove”[31] (il cielo, il templum caeli dove volano gli uccelli da interpretare, si vedrà poi che nel rito è Giove che s’invoca) che è lo specchio del tempio in terra (la proprietà dove si trova fisicamente chi trae l’auspicio), e vice versa. Quindi col rito augurale si crea questo legame tra proprietà materiale, fisica (anche concettuale, come lo Stato), e diritto divino, tramite l’occhio di chi avis spicere, per mezzo della manifesta volontà degli Dèi. Quindi sono gli Dèi che danno l’auctoritas per mezzo degli auspici, ed è un fatto non solo ideologico, annalistico, o filosofico, ma proprio pratico ed in termini di leggi[32]. Non è un caso che Numa venga nominato Re (e quindi ottiene l’auctoritas) con gli auspici.

 

Con la fondazione di Roma il primo rex augur, davanti alla cui auctoritas ogni altra viene meno, viene compiuto il primo augurium determinando così la nascita dello Stato, e la separazione tra auguria privata e publica. Così vengono a separarsi gli augures privati dagli augures publici Populi Romani Quiritium.

 

Per quanto concerne l’oggi, per tutte queste considerazioni fatte, è chiaro che nessuno, e dico nessuno, anche chi è capace di trarre gli auspici, non possa definirsi un àugure.

Principii fondanti dell’arte augurale.

 

Prima di affrontare l’aspetto strettamente divinatorio è necessario fare una premessa religiosa comune a tutte le società umane meno stratificate.

Tutti i popoli antichi, ben prima della costituzione di pantheon chiaramente definiti, concepiscono l’esistenza di un’energia vitale del cosmo, che in ambito etnoantropologico è stata definita -per comodità e comune linguaggio- “mana”.

Questo fenomeno è stato studiato, agli inizi del secolo scorso, da Marcel Mauss che ne da questa descrizione:

<Il mana è una cosa, una sostanza, una essenza docile, ma anche indipendente; perciò può essere trattato solo da individui dotati di mana, in un atto mana, cioè da individui qualificati e in un rito! È per natura trasmissibile, contagioso; il mana che si trova in una pietra raccolta si comunica ad altre pietre mettendola in contatto con esse. È rappresentato come materiale: lo si sente, lo si vede sprigionarsi dalle cose in cui risiede; il mana fa rumore tra le foglie; fugge sotto l’aspetto delle nuvole, sotto forma di fiamme. È suscettibile di specializzazioni: c’è mana che rende ricchi e il mana che uccide> [33]

 

Perciò quando oggetti carichi di numen-mana[34] come l’hasta Martis, o la pietra di Giove, compiono di propria spontanea volontà (sponte sua) determinate azioni, diventano chiara manifestazione della presenza di questo numen che è interno all’oggetto stesso. Al punto che il secondo re di Roma, Numa, vieterà la rappresentazione degli Dèi, indice che voleva evidenziare che essi non sono -noi diremmo- Dèi che dalle loro sedi muovono ed agitano le cose, ma che essi sono forze immanenti alla materia e parte di essa.

Ed è per questo che in Roma la mitologia è molto scarsa (tranne per l’arrivo di Saturno nel Lazio ed il suo rapporto con Giano), non c’è una cosmogonia in senso stretto (abbiamo solo una sequenza di Re) ma c’è invece una vastissima mitistoria, dove è sempre presente l’essere umano (in rapporto con una divinità, o da solo).[35]

Tutte queste cose[36] danno anche una conferma a quanto detto prima a proposito delle elezioni dei Consoli e degli àuguri: là dove uno era sprovvisto di nume-mana, ecco che gli veniva trasmesso, in un luogo sacro (il comizio), dal popolo-esercito affinché fosse in grado, avesse il potere, di trarre gli auspici. Potere che l’àugure, che è stato scelto, cooptato, dai membri del sacerdozio stesso, doveva avere già di suo, e lo possedeva anche perché trasmesso di padre in figlio all’interno della stessa famiglia che era patrizia.

 

Presso gli Etruschi invece sembra che l’aspetto del “diritto” fosse meno sentito che in ambito romano, e che invece valesse molto di più il nume personale. Infatti presso questi abbiamo l’unico caso di donna che vede ed interpreta un auspicio. Si tratta della moglie di Tarquinio Prisco, che, quando arrivò a Roma, un’aquila gli rubò il cappello per poi riporglielo sulla testa, e lei lo interpretò come segno che sarebbe diventate un uomo molto importante.[37] Ed infatti diverrà il primo Re della dinastia etrusca. Nella parola “dinastia” si manifesta anche la differenza culturale, la rivoluzione che avviene, da un sistema tipicamente italico in cui il Senato elegge il Re, ad uno in cui la carica di re diventa ereditaria, che invece è tipicamente orientale. Questo ancora a conferma della differenza di vedute riguardo il numen in ambito etrusco e romano.

 

Altra differenza tra Etruschi e Romani riguarda la determinatezza o l’indeterminatezza del futuro. Presso gli Etruschi è chiaro che il destino è predeterminato. Lo abbiamo già visto all’inizio con la predestinazione della fine degli Etruschi, lo vediamo ancora alla voce “Turrenìa” dell’enciclopedia medievale bizantina Suda:

<Tirrenia è il paese, e Tirreni sono i cosiddetti Etruschi. Un saggio scrisse presso di loro la storia, e disse che il demiurgo, il dio creatore di tutte le cose, concesse dodicimila anni alle sue creature, e li distribuì in dodici sedi. [parla della creazione, ogni giorno di mille anni venne fatto qualcosa]. Nel sesto giorno creò l’uomo: all’uomo perciò rimangono seimila anni>[38]

 

Poi ancora nei singoli esseri umani, la cui vita è in qualche modo limitata e destinata:

<Anche nei Libri Fatales degli etruschi l’età dell’uomo […] è delimitata da dodici cicli di sette anni […]; fino a settant’anni si può protrarre implorando il destino con l’aiuto delle cose divine: dal settantesimo anno però né si deve chiedere né si può ottenere.>[39]

 

<Secondo i libri dell’Aruspicina ed i testi sacri Acherontici, i quali, come dicono, compose Tagete, i destini possono essere prorogati fino a dieci anni, senza però poterli mutare>[40]

 

Al contrario presso i Romani sembrerebbe che il futuro sia predeterminato ma che venga a confermarsi o a negarsi solo nell’atto del rito.

Quando scavando le fondamenta sul monte Saturnino (o Tarpeio) si trovò una testa in ottime condizioni, tutti rimasero colpiti ed inquietati da questo presagio, allora mandarono una delegazione da un famoso aruspice etrusco. Alla porta incontrarono il figlio di questo che gli disse di non lasciarsi fuorviare dal padre, ma di rispondere solo nel modo corretto <la testa è stata trovata a Roma, sul monte Tarpeio, in mezzo a noi>. Incontrato poi il padre essi gli raccontarono la vicenda, e questi tracciò a terra un cerchio, lo divise in quattro zone, e gli chiese una per una se la testa fosse stata trovata in quel luogo. Ma i romani, istruiti dal figlio, rispondevano <la testa è stata trovata a Roma, sul monte Tarpeio, in mezzo a noi>. Dopo diversi tentativi, vedendo che i romani davano sempre la medesima risposta, l’aruspice si arrese, e gli disse che il luogo in cui è stata trovata la testa è destino che sarà la testa d’Italia. Così il monte venne rinominato Campidoglio, da caput (testa).[41]

 

Perché mai nel mito romano l’aruspice avrebbe dovuto usare questo inganno?

Se era destino che Roma fosse la testa d’Italia, nulla avrebbe dovuto impedire che lo fosse, indipendentemente dalle parole dell’aruspice.

L’aruspice è etrusco, ma il mito è romano. Ed in quanto mito romano l’aruspice non vuole dire quello che si sta mostrando, perché dirlo significa realizzarlo (la parola è materia) e non potendo -contemporaneamente- mentire (l’aruspice è un interprete del volere divino, non può mentire) cerca di ingannarli affinché essi dicano qualcosa che non è proprio coerente con la realtà del segno. Cerca di sviarli, affinché gli chiedano quello che non è, così che lui possa non dargli la risposta predestinata.

 

Questa è una rivoluzione nel concetto religioso, perché l’uomo romano può modificare il destino. Il mondo è predestinato in un certo modo, ma compiendo certe azioni, nel giusto modo, nel giusto momento, il Romano può cambiare il corso degli eventi.

Questo lo vediamo in molti altri esempi: abbiamo già citato Romolo che sembra evocare più uccelli di Remo, gli àuguri che vietano -per legge- di mettere il giogo agli animali quando essi devono trarre un auspicio onde evitare che venisse annullato, oppure il famoso caso di Lucio Paolo che ottenuto un omen (un segno non richiesto) dalla figlia disse accipio omen[42],  o al contrario l’uso di dire absit omen per stornare un segno nefasto. E ancora il caso di Cecilia Metella, che involontariamente alla ricerca di un segno si condannò a morte da sola, facendo sedere la figlia (che era stanca di attendere questo segno che non arrivava) al proprio posto[43].

 

Tutti questi esempi, e molti altri, dimostrano che nella mentalità romana il destino può essere mutato attraverso l’azione umana. L’azione umana però è un atto quasi di diritto, legislativo, infatti ogni cambiamento avviene sfruttando cavilli[44] in quel che si è detto o si è mostrato. Troviamo casi estremi, ed anche derisi dai romani stessi ma che ci danno l’idea della mentalità, come il caso di Magistrati che per non vedere segni nefasti fanno coprire la propria lettiga, come dire che se non si vede non c’è.

 

Questo mutamento non è dato da un qualce intrinseco potere che i romani posseggono, o da una predestinazione, o simili, ma dal fatto che i romani hanno istituito la Pax Deorum, la pace con gli Dèi, e che è un contratto.

La Pax Deorum è un contratto tra i romani e gli Dèi, in cui questi si impegnano a celebrare con precisione i sacri riti, le feste, a mantenere un certo modo di agire, e gli Dèi in cambio sono propizi e favorevoli a Roma. Perciò quando i romani sbagliano qualcosa, gli Dèi inviano segni nefasti, il romano può anche cercare di stornarlo se nei limiti del contratto, ma se è al di fuori di questo ne subirà le conseguenze. Altrettanto avviene al contrario, il romano accetta il segno fasto perché gli sia di beneficio.

Come dire che l’effetto concreto del mantenimento della Pax Deorum è che gli Dèi inviano chiari segni che le azioni romane sono in linea con gli Dèi stessi, o che gli Dèi inviano segni ai romani per permettergli di stornarli. Dèi che sono poi le forze, le leggi, della Natura, quelle sulle quali l’uomo non ha alcun potere, e quindi i Romani vi stipulano la pace.

La differenza col prima è sottile ma fondamentale: per i popoli preromani gli Dèi agivano secondo la propria natura, e gli uomini facevano altrettanto, ed ogni tanto gli uomini compivano dei riti nel tentativo di sedurre la divinità affinché gli sia favorevole, tale divinità decideva se assecondare l’uomo o meno (o addirittura punirlo), in un moto caotico e di difficile comprensione (non è un caso che i primi atei compaiano in Grecia dove il rapporto con gli Dèi è interamente emotivo, così come l’agire delle divinità nei loro miti).

Con Roma si stabilisce un contratto, dove l’uomo ha dei limiti e dei compiti da svolgere, ha dei diritti e dei doveri, e gli Dèi altrettanto. Questo accordo, questo contratto è definito Pax Deorum. Non è quindi un caso che ogni volta che i romani ignorano i segni inviati dagli Dèi (sia che fossero richiesti o meno) avvenisse un disastro, mentre quando li assecondavano le cose andavano benissimo. Ed a conferma di tutto questo, Cicerone[45] definisce l’uomo pio come <colui che sa commerciare con gli Dèi>, e nel fatto che il rito romano si fonda sul do un tes (do affinché tu mi dia), evidentissimo nelle fonti delle formule rituali che esprimono chiaramente questo concetto[46].

 

Altra differenza tra Romani ed Etruschi sta nel modo in cui vedono e concepiscono il segno. Parlando dell’interpretazione dei fulmini[47], Seneca, fa questa affermazione:

<E che dire del fatto che i fulmini preannunciano il futuro, e non solo danno presagi su uno o due eventi, ma spesso rivelano una lunga serie di eventi concatenati, e lo fanno con segni evidenti e di gran lunga più chiari che se lo mettessero per iscritto? Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi, che sono i più abili nell’arte di interpretare i fulmini: noi crediamo che i fulmini siano prodotti perché le nubi si sono scontrate, essi pensano che le nubi si scontrino per produrre i fulmini (infatti, poiché riconducono ogni cosa a Dio, sono convinti non che i fulmini diano dei presagi perché si sono verificati, ma che si verificano perché sono destinati a dare dei presagi): tuttavia, essi verificano nello stesso modo, che il presagio sia il loro scopo o il loro effetto. […] gli uccelli ci portano presagio favorevole o sfavorevole pur non essendo mandati con lo scopo di presentarsi ai nostri occhi. […] queste operazioni si svolgono con l’aiuto divino, se le penne degli uccelli non sono dirette da Dio e le viscere degli animali si dispongono in un certo modo quando si trovano già sotto la scure: la concatenazione degli eventi stabilita dal fato si dispiega secondo un altro principio, facendosi precedere da indizi del futuro. Di questi, alcuni ci sono familiari, altri sconosciuti: qualunque cosa accada, è segno premonitore di qualche evento futuro, i casi fortuiti, senza regola e incerti non ammettono divinazione, ciò che si svolge in base ad un ordine ammette la previsione.

[…] [l’interlocutore domanda perché solo alcuni uccelli valgono per l’interpretazione del segno] […]

Perché alcuni animali non sono ancora stati fatti rientrare nella scienza augurale, mentre altri non possono neppure esserlo, poiché i nostri rapporti con loro sono troppo lontani; del resto, non c’è animale che non preannunci qualcosa muovendosi o venendoci incontro: certo non tutto, ma solo qualcosa viene notato da noi.

L’auspicio concerne l’osservazione: riguarda, perciò, colui che vi ha rivolto la sua attenzione; per altro, vanno ad effetto anche quelli che non vengono percepiti. […]

anche noi riteniamo che i voti giovino, senza che ciò intacchi la forza e la potenza dei Fati. Certe cose infatti, sono state lasciate in sospeso dagli Dèi immortali, in modo che si volgano in bene se saranno state rivolte preghiere agli Dèi, se saranno stati fatti voti: questo non va contro il Fato, ma è parte esso stesso del Fato>[48]

 

Da questo passo evinciamo molti dati interessanti:

 

  • per i Romani gli eventi accadono e questo accadimento è indice di un evento futuro, perciò saperlo interpretare significa prevedere il futuro. Per gli Etruschi gli eventi accadono proprio al fine di dare un presagio. In altre parole per i Romani la Natura è al centro delle cose, agisce in modo separato (sacer) all’uomo, e l’essere umano dotato di numen (cioè dotato della forza vitale del cosmo)[49] può interpretare il significato occulto che quegli eventi trasmettono. Invece per gli Etruschi la natura non è separata dall’uomo, ed agisce al fine di comunicare con lui. Forse questo è il motivo per il quale gli Etruschi erano considerati più abili nella divinazione, e più esperti nel sacro;
  • per i Romani non è una divinità che coscientemente decide di inviare un presagio, esso avviene per tramite della divinità (che è immanente alla materia e perciò fa funzionare tutto) ma non è la divinità ad inviarlo nel senso di decisione cosciente prodotto da una decisione[50];
  • tutti gli animali inviano segni, ma la validità di questo è legata alla capacità dell’uomo di notarli, e noi notiamo quegliuccelli che più hanno qualcosa da dirci, dai quali ci sentiamo attratti, “coi quali abbiamo rapporti più vicini” (parafrasando la citazione di Seneca). Non essendo noi parte della natura, dobbiamo seguire quella natura che più ci è vicina;
  • abbiamo detto che tutti gli animali rappresentano un segno anche se non lo percepiamo, gli eventi legati a quel segno si avverano anche se noi non lo vediamo. Ma (come abbiamo visto sopra) possiamo cercare di impedire l’avvenimento di un segno, in modo tale che non si realizzi.
  • Alcuni eventi sono legati ad un Fato immutabile, altri invece no, perciò seguire la divinazione, e cercare di stornare i segni nefasti è sensato ma non è detto che funzioni. Seneca infatti ritiene che il Fato sia immutabile, e perciò alcune cose avverranno indipendentemente dalle nostre azioni, mentre altre possiamo mutarle.

 

I Romani e gli Etruschi, tuttavia concordano su una cosa:

<[gli Etruschi] non credettero neppure a questo: Giove quale noi lo veneriamo in Campidoglio e negli altri templi scagli con le proprie mani i fulmini, ma hanno un’idea di Giove uguale alla nostra: reggitore e custode dell’Universo, anima e spirito del mondo [animum ac spiritum mundi], signore e artefice di quest’opera, al quale si addice ogni appellativo;

se vuoi chiamarlo Fato non sbaglierai: è colui dal quale tutto dipende, la causa delle cause;

se vuoi chiamarlo provvidenza, lo fai a buon diritto: è infatti, colui che con le sue deliberazioni provvede a questo mondo, perché proceda senza ostacoli ed esplichi le sue attività;

se vuoi chiamarlo Natura, non sbaglierai: è infatti colui dal quale sono nate tutte le cose, grazie al cui soffio vitale [spiritu] noi viviamo;

se vuoi chiamarlo Mondo, non ti ingannerai: proprio lui, infatti, è la totalità di ciò che vedi, inseparabilmente connesso con le sue parti, e conserva sé stesso e le cose che da lui dipendono.

La stessa cosa è sembrata anche agli Etruschi, e perciò hanno detto che i fulmini sono scagliati da Giove, perché senza di lui non si fa nulla. […]per ora dico solo che i fulmini non sono mandati da Giove, ma tutto è stato disposto da lui in modo che anche ciò che non è fatto direttamente da lui non avviene tuttavia senza ragione, e questa ragione viene da lui. Infatti, anche se Giove non fa quelle cose adesso, Giove ha fatto in modo che fossero fatte; non mette mano ogni volta a ciascuna cosa, ma ha dato a tutte la forza e la causa>.[51]

 

Quindi Giove immane alla materia, e così spieghiamo -anticipando il seguito- per quale ragione il rito per la tratta degli auspici prevede d’invocare Giove, e non altre divinità. E tuttavia in un passo precedente[52], parlando dei tipi di fulmini, Seneca evidenzia che per alcuni fulmini egli debba far intervenire altre divinità a consiglio. Infatti il fulmine che ammonisce è scagliato nel quadrante fasto del cielo (N-E) dove si colloca -appunto- Tin (il Giove etrusco), mentre gli altri quadranti sono occupati dalle sedi di altre divinità raggruppate. Il secondo riguarda i dodici Dèi[53] e colpisce causando a volte beneficio ma causa anche danni. Il terzo invece richiede l’intervento di divinità misteriose[54] e che distrugge e crea danni “il fuoco, infatti, non permette a nulla di rimanere nello stato in cui era”. Se noi dunque confrontiamo queste affermazioni con la divisione del cielo etrusco, scopriamo che c’è una discreta coerenza tra la zona la zona più interna dedicata ai Penati (ovviamente tanto più è vicino il fulmine, tanto più sarà distruttivo), una cerchia di mezzo che conta 16 caselle delle quali tre sono occupare da Tina (Giove, quelle nella regione summa felicitas), in fine il terzo (quello più lontano dal sacerdote) sono tutte divinità che in qualche modo si ricollegano comunque a Tina/Giove.

Abbiamo fatto questo discorso anche per anticipare quello che sarà il discorso sull’interpretazione che vedremo subito dopo il rito della tratta degli auspici.

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Qui invece trovate il video della conferenza: link

Emanuele Viotti

 

Bibliografia:

  • Fonti latine:
    • Livio
      • Ab Urbe Condita
    • Cicerone,
      • De Natura Deorum
      • De Divinatione
      • De Officis
      • De Legibus
      • De Re Publica
    • Dionigi di Alicarnasso
      • Antichità Romane
    • Giovanni Lido
      • De Mensibus
      • De Ostentis
    • Tacito
      • Annales
    • Varrone
      • De Lingua Latina
    • Servio
      • Commentarii in Vergilii Aeneidos libros
    • Plinio
      • Naturalis Historia
    • Censorino
      • De Die Natali
    • Ovidio
      • Fasti
    • Seneca
      • Naturalium quaestionum
    • Plutarco
      • Questioni Romane
    • Sesto Pompeo Festo
      • De verborum significatu
    • Gellio
      • Notti Attiche
    • Marziano Capella
      • De Nuptiis Philologiae et Mercurii et de septem artibus liberalibus Libri novem

 

 

 

  • Testi Divulgativi:
    • Alfredo Cattabiani, Volario, Oscar Mondadori, 2010
    • Ampolo, A. Carandini, G. Clemente, F. Coarelli, L. Cracco Ruggini, E. Gabba, A. Giardina, D. Musti, M. Torelli, Storia di Roma, Giulio Einaudi editore, 1988
    • B. Pighi, La Poesia Religiosa Romana, Victrix, 2007
    • Luck, Il magico nella cultura antica, mursia, 1994
    • Berti, Storia della Divinazione, Oscar mondadori, 2005
    • Ferro, M. Monteleone, Miti Romani, Einaudi, 2010
    • Kornmuller, Divinazione Etrusca, mediterranee, 2018
    • “Templum, lo specchio del cielo: tecnice significati, simboli e segreti del Rito romani di fondazione delle città”, Paolo Casolati, pubblicato su Saturnia Tellus, 2014

 

 

  • Testi e riviste specialistiche:
    • Torelli, La Forza della Tradizione, Longanesi, 2011
    • Pallottino,
      • Etruscologia, 1942, hoepli 2002
      • Storia della Prima Italia, Rusconi 1994
    • Magini, Controstoria degli Etruschi, Erma di Bretschneider, 2011
    • Gottarelli
      • “Contemplatio, Templum solare e culti di fondazione”, Te.m.p.l.a. 2013
      • “Padanu, un’ombra tra le mani del tempo”, Te.m.p.l.a. 2018
    • Spinazzola, “Augures”, I°ed.1895 E. Loescher e.c., Roma; 2011 ARQ – Ed. Victrix
    • Mauss, Teoria generale della magia, 1903
    • Dumezil “La Religione Romana arcaica” Rizzoli, 1977
    • de Marchi, “Il Culto Privato in Roma antica”, 1896, Victrix 2003
    • “Saturnia Tellus, definizione dello spazio sacro in ambiente etrusco, italico, fenicio-punico, iberico e celtico, atti del convegno internazionale”, Roma 12 novembre 2004, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma 2008
    • “È la forza della parola che presiede e governa la divinazione a Roma”, D. Sabbatucci, in “Divinazione e cosmogonia”, 1989
    • Thesaurus Cultus et Rituum Antiquorum (ThesCRA), vol III
    • OCNUS, Quaderni della Scuola di Specializzazione in Archeologia
      • XI, 2003, “Modello cosmologico, rito di Fondazione e Sistema di orientazione ritual”, Antonio Gottarelli
      • XVIII, 2010, “Templum solare e culti di fondazione. Marzabotto, Roma, Este: appunti per una aritmo-geometria del rito”, Antonio Gottarelli
    • Studi Etruschi, Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici Firenze, Giorgio Bretschneider Editore
      • LVI, Serie III, 1991, “Tabula Bantina 1-8: il contenuto istituzionale” L. Del Tutto Palma
      • LXII, Serie III, 1998, “Destra e sinistra, e lo Strumentale in etrusco”, G. Giannecchini
      • L, Serie III, 1984, “Qualche osservazione sul fegato di Piacenza”, A. Maggiani
      • LXXIX, Serie III, “Lituus Etruscus, osservazioni su forma e funzione del bastone ricurvo nell’Italia centrale”, D.F. Maras
    • Archeologia Classica, Università di Studi di Roma “La Sapienza”, l’erma di Bretschneider – Roma
      • XLIII, 1991, “Deorum Sedes, sull’orientamento dei templi etrusco-italici” F. Prayon

NOTE

[1] “La Forza della Tradizione”, Mario Torelli, p.178, Longanesi, 2011

[2] Cicerone, De Divinatione; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane; Giovanni Lido, Liber de Ostentis

[3] Gromatici Veteres, L350.17 C256.33

[4] Etruscologia, Massimo Pallottino, hoepli, 2002, p.332

[5] Sacrifici umani in Roma Antica, Emanuele Viotti, Ad Maiora Vertite, 2018

[6] per approfondire sulla fondazione di Roma ed i punti di contatto tra reperti archeologici e mito, vedasi gli studi di Andrea Carandini

[7] “come Romolo nel fondare la città (augurato urbe) aveva assunto il potere dopo aver tratto gli auspici, così egli volle che anche per lui si consultassero gli Dèi” Livio, I,18

[8]publica sacra: quae publico sumptu pro populo fiunt, quaeque pro montibus, pagis, curis, sacellis; at privata, quae pro singulis hominibus, familiis, gentibus fiunt” (Fest., p. 284 L). Vedi anche Attilio de Marchi, “Il Culto Privato in Roma antica”, vol 1, introduzione, 1896, Victrix 2003

[9] Gli auspicia non erano tutti uguali, esisteva una graduatoria tra le cariche magistraturali. I Consoli ed i Pretori non potevano turbare o impedire gli auspici dei Censori; né i Censori ai Pretori o ai Consoli. Ma i Censori tra loro potevano, così i Pretori ed i Consoli tra loro. Poi ci sono gli auspici minori, che sono quelli delle cariche elette tramite i comizi tributi (mentre gli altri sono eletti dai comizi centuriati). Nel complesso esiste una gerarchia chiara: i Consoli possono annullare i comizi e le assemblee convocate da qualunque magistrato; Il pretore altrettanto tranne quelle indette dal Console. Il Tribuno della Plebe può fare lo stesso verso tutti i magistrati patrizi eccetto il dittatore, e verso quelli plebei minori. I magistrati minori non possono mai annullare le assemblee o i comizi. (Gellio, Notti Attiche, XII. XV. 1-6 e XVI. 1-3). Questo è risultato valido secondo vari periodi, per approfondimenti si veda “Tavola Bantina 1-8: il contenuto istituzionale” di L. Del Tutto Palma, Studi Etruschi vol. LVI, Giorgio Bretschneider editore, 1991

[10] sulla questione patrizi e plebei e contesto sacro rimandiamo al già pubblicato “Da Plebei a Patrizi, vite dei Deci” di Emanuele Viotti, Ad Maiora Vertite, 2018

[11] Fasti e schemi cronologici, F. Mora, Franz Steiner Verlag Stuttgart 1999

[12] Lo stesso era valido in Etruria ed in tutto l’ambito Italico, la presenza di strumenti rituali (nel nostro caso il lituus) non costituisce prova della presenza di un sacerdote specializzato, ma poteva trattarsi anche di un’altra carica magistraturale. Vedi “Lituus Etruscus”, D.F. Maras, Studi Etruschi, vol. 79, Giorgio Bretschneiuder editore, 2016 pag. 58 e relative note171, 172 e 173

[13] a Roma esistono diversi tipi di assemblea popolare, ognuna distinta per funzioni, metodo di voto, ed organizzazione. I Comizi Centuriati rappresentavano tutti i cittadini romani (patrizi e plebei), organizzati in centurie -quindi come quando si presentano in armi per combattere-, ed avevano il compito di eleggere le magistrature principali, di approvare alcune leggi proposte dal Console (quindi dal loro comandante) e fungevano in alcune occasioni anche da tribunale. Naturalmente la posizione di comando militare (imperium) del Console sui comitia centuriata era limitato a fuori dalla città (un miglio dalla città per la precisione). Questo causerà anche tentativi da parte dei Consoli di costringere il populus a ritirare certe leggi che aveva approvato, semplicemente in-augurando un nuovo comizio fuori dalla città, dove aveva diritto di vita e di morte sui cittadini, cioè sul suo populus o come diremmo noi oggi, sugli uomini del suo esercito. Vedi nota 10, e Livio, III,20

[14] Livio aUc I,36ss; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane III,71ss; Cicerone, de divinatione I, 31

[15] si tratta di versioni differenti, tuttavia compare sempre l’articolo indeterminativo. Secondo Sebastiano Timpanaro in “Cicerona, della divinazione”, Garzanti, 2006, nota 113 al libro primo, potrebbe trattarsi del deo cuidam (qualcuno, un tale) o deo nesciocui (nescio+cui, non conosco qualche cosa).

[16] Cicerone parla della divisione in quattro parti, che (anche se non le cita) sono queste; mentre nella versione di Dionigi li divide in due, parte destra (hostilis) e parte sinistra (familiaris).

[17] Livio I 34

[18] questa considerazione finale ci viene da varie fonti, tra cui la più esplicita Cicerone, De Natura Deorum, II, 9-12

[19] Vedi nota 9

[20] Cicerone, de legibus, II, 8.20-21

[21] Auspicio viene da a avis specere, osservare gli uccelli

[22] “Augures”, Vittorio Spinazzola, I°ed.1895 E. Loescher e.c., Roma; 2011 ARQ – Ed. Victrix

[23] Come si vede la particella aug è presente in tutti questi termini, e nella lingua indoeuropea, da cui il Latino deriva, significa “accrescere”.

[24] Riporto il più significativo degli esempi citati dall’autore (Tacito, Annali, 2,14): auctus omine, addicentibus auspiciis vocat contionem; incoraggiato dal segno propizio (lett. segno accresciuto), poiché gli auspici hanno dato segni favorevoli, chiamò l’adunata.

[25] “Ma quando vi sarà una guerra piuttosto grave, oppure discordie civili, uno solo, se il senato lo avrà decretato, abbia il potere dei due consoli, per non più di sei mesi e, nominato conforme ad auspicio favorevole, sia comandante dell’esercito.” (Cicerone, de legibus, III, 4.9; si veda poi anche la nomina a re di Numa, passata tramite auspice favorevoli, e la già citata fondazione delle città, etc.

[26] Cicerone, De Divinatione, I, 40.89

[27] Gli antichi pensavano che i figli nascevano dal seme paterno, che però abbisognava della donna per farlo sopravvivere, la quale non era partecipe alla sostanza del figlio, ma solo alla forma.

[28] Varrone, De Lingua Latina, VII,7

[29] “Templa tescaque me ita sunto, quoad ego caste lingua nuncupavero. Ollaec arbos, quirquir est, quam me sentio dixisse, templum tescumque finite in sinistrum. Ollaec arbos, quirquir est, quam me sentio dixisse, templum tescumque finite in destrum. Inter ea conregione, conspicione, corumione, utique ea rectissime sensi” Ibid., 8

[30] Ibid. 9-10, proseguo nel riportare il testo di Varrone perché, anche se leggermente fuori tema, ci permette di comprendere meglio la questione e di superare alcuni preconcetti errati del templum:
“A templa notano qui i chiosatori che aggiungesi tesca, intendendo sacri, per ciò che i templi sono sacri. Ma questo è falso, perché la curia Ostilia è tempio, ma non è luogo sacro. Ciò che ha fatto loro credere che templum tescum stia per aedes sacra, è che in Roma i luoghi detti aedes sacrae sono per la maggior parte templi, ma templi sacri, ma ci sono alcuni luoghi selvaggi che, per essere di qualche dio, si chiamano tesca. Così leggiamo, presso Accio, nel Filottete di Lenno: <Chi sei tu che mortal t’appressi a questi deserti lochi e tesca?> ma quali luoghi chiami così lo dichiara <Di Lenno a te davanti stanno i deserti liti; Qui de’ Cabiri i sacri delubri, e puri riti, custodi degli antichi sacri misteri> e segue <Qui i templi sono i monti, in cui Vulcano li accoglie, volto, se vero è il suono, giù dall’etere soglie> in fine <vedi dall’eremo loco, qual igneo fumo sale? Di là rapito il fuoco fu diviso ai mortali>. Non errò dunque Accio nel chiamar tesca quei luoghi; né li chiamano così perché sacri; ma quasi tuesca, da tueri, perché vi si fanno o custodiscono misteri. Infatti tueri ha due sensi: l’uno, come ho detto, è guardare […] Il secondo è aver cura e tutela, come quando diciamo non senza grazia: tua tueor, (mi curo del fatto tuo)” aggiungo che tueor significa anche “accrescere” e quindi viene a chiudersi perfettamente il nostro discorso.

[31] “Tremò di Giove altitonante il grande Tempio […] l’ampio emisfero, dove all’etra siepe fa il ceruleo ricinto” Nevio, citato in Varrone, De Lingua Latina, VII, 7.

[32] Cicerone rende chiarissimo questo concetto: “Grandissimi ed importantissimi sono infatti nello Stato i diritti e l’autorità degli àuguri. Tuttavia io non la penso così, non perché sono anch’io augure, ma perché pensarla così è una necessità. Se infatti ci interessiamo al diritto, quale facoltà esiste maggiore del poter troncare se incominciate, o annullare se già tenute, le assemblee e le adunanze convocate dalle più alte autorità militari e dai più alti poteri dello Stato? Che c’è di più serio dell’interrompere un affare incominciato, se un augure ha detto “ad altro giorno”? E cosa c’è più straordinaria della facoltà di decidere che i consoli rinuncino alla loro carica? O cosa più solenne del concedere o rifiutare il diritto di trattare col popolo, con la plebe?” Cicerone, De Legibus, II, 12.31

[33] Teoria generale della magia, 1903

[34] A tal proposito mi sembra interessante citare alcune considerazioni di Cicerone <che dire di Opi? Che dire di Salute? Che dire di Concordia, Libertà e Vittoria? Poiché ciascuna di queste cose ha una forza troppo grande per essere governata senza un dio, la cosa stessa ricevette il titolo di una divinità […] In conclusione furono riconosciuti, in considerazione dei loro meriti, tutti gli Dèi che si erano resi autori di particolari benefici e i nomi di cui si è appena detto stanno appunto ad indicare il potere da ciascuno di essi esercitato.>, De Natura Deorum, II,61

[35] Io ho seguito soprattutto l’idea di H.J.Rose, ma esistono altre interpretazioni: Dumezil, a fronte degli stessi dati, sostiene in “La Religione Romana arcaica” Rizzoli, 1977, pag. 33ss esattamente il contrario, cioè che l’hasta Martis e la pietra di Giove sarebbero solo degli oggetti magici, e che gli Dèi sarebbero tali in senso greco/orientale fin dal tempo degli indoeuropei. Non mi trovo concorde per diverse ragioni: 1) preso atto che quelli sono oggetti magici, sorge spontanea la domanda: cosa li definisce magici, se non una presenza interiore di energia che li fa agire a questo modo? E cos’è questa se non proprio il numen-mana? 2) gli esempi che riporta sia delle fonti latine, sia di altri popoli, sono lontane di molti secoli rispetto alla prima età monarchica, in mezzo alle quali passano diversi cambiamenti religiosi fortissimi (l’influenza etrusca dei Tarquini, l’invasione della cultura greca, ed in taluni casi anche le rivoluzioni religiose augustee, ed imperiali, e persino l’avvento del cristianesimo), i quali se non tanto forti da mutare i contenuti, hanno mutato il significato delle parole. 3) la concezione predeista sopravvive evidenziata anche dal fatto che i Romani chiamavano i numi col nome degli oggetti che li rappresentavano o sui quali avevano influenza, e che dacrificavano a divinità ignote come Aio Locutio.

[36] vedi anche, a più riprese quanto scrive Cicerone nel De Divinatione I, 79-118-119, ma anche nel De Natura Deorum in vari punti (come quando spiega che gli uomini benefattori vengono innalzati a Dèi, come Romolo), ed in fine per la mio opinione su questa questione: “Sulla Natura degli Dèi”, Emanuele Viotti, Ad Maiora Vertite, 2017

[37] il mito è narrato da vari autori tra cui Livio I,34-35; Cicerone, De re publica, II,19; e a.

[38] Suda, Fr.7,706 J, datata al X-XI sec. dc citato in “La scienza degli Etruschi” di Armando Cherici.

[39] Censorino, De die natali XIV,6.

[40] Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, III, 398

[41] vedi Dionigi, Antichità Romane, IV, 59-60; Livio, I.55; Plinio, Storia Naturale, XXXVIII, 3,15; Varrone, De lingua Iatina, V, 41

[42] accetto il segno, Cicerone De Divinatione, I, 46

[43] ibid.

[44] vedi anche il confronto tra Numa e Giove per evitare di compiere un sacrificio umano, Ovidio, Fasti, III, 333-344

[45] Cicerone che ha fatto parte del Collegio Augurale

[46] tra tutti il più evidente c’è Catone, De agri cultura, 132, 134, 139, 141; per approfondire vedi anche la serie di articoli “Rito Romano” (tutti gli articoli), Emanuele Viotti, Ad Maiora Vertite, 2013-2019

[47] possiamo trattare serenamente di fulmuni perché tutta l’Etrusca Disciplina segue alcuni concetti fondanti e comuni, ne parleremo meglio dopo.

[48] Seneca, Naturalium quaestionum, II, 32-37

[49] supra

[50] Questo rientra nella difficile questione del concetto di divinità presso i romani. Rimando al già citato articolo alla nota 36

[51] Seneca, Naturalium quaestionum, II, 45-46

[52] ibid. 41

[53] sono gli Dèi Consenti (Dei consentes): Giove, Giunone, Nettuno, Minerva, Marte, Venere, Apollo, Diana, Vulcano, Vesta, Mercurio, Cerere

[54] sono gli Dei Involuti o opertanei probabilmente i precursori dei Penati romani, cioè degli antenati vissuti in un determinato luogo, ecco quindi che per portare la catastrofe presso un popolo Giove interroga gli antenati del popolo stesso. Si ripresenta quindi l’importanza dell’essere umano anche nelle questioni divine.

Un commento su “Auspicia ex avibus”

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