Romanos deos sine simulacro coluisse

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In questo passo Agostino d’Ipponia (354-430 ev) vuole muovere una delle sue opinabili critiche al paganesimo, ma è interessante comunque per quel che riguarda noi perché fornisce numerose informazioni riprendendo le parole di Varrone (116-27 aev):

31.1 Che dire dello stesso Varrone, il quale, sebbene non in base a una sua opinione, ha posto, e questo mi rincresce, gli spettacoli teatrali fra i riti religiosi? Egli come uomo religioso esorta in molti passi ad onorare gli Dei, ma confessa che non condivide con la propria opinione le istituzioni romane elencate. Non esita ad ammettere che se avesse dovuto riformare lo Stato avrebbe determinato gli Dei ed i loro nomi in base ad una formula naturalistica*. Ma poiché si trovava in un popolo antico, afferma che è costretto, per quanto riguarda i nomi e gli appellativi, a ritenere la tradizione degli avi, come è stata trasmessa e che ha pubblicato le proprie ricerche con lo scopo che la massa onori gli Dei anziché disprezzarli. Con queste parole egli, uomo veramente intelligente, indica abbastanza chiaramente che non svela tutte le sue credenze che, se non fossero taciute, potevano essere oggetto di disprezzo non solo per lui ma potevano essere disprezzate anche dalla massa. Avrei dovuto supporre che questo è il suo pensiero se in un altro passo, parlando delle credenze religiose, non dicesse apertamente che vi sono molti fatti veri che è utile per il popolo non conoscere, ma se fossero falsi, è conveniente che il popolo li giudichi diversamente e che per questo i greci avevano occultato col silenzio e con le mura le iniziazioni misteriche.** […] 31.2 Dice anche il medesimo scrittore, uomo di grande ingegno e cultura, che, a parer suo, hanno afferrato l’idea di Dio soltanto coloro i quali ritennero che egli è un’ anima che con movimento razionale ordina il mondo al fine. […] Afferma anche che gli antichi Romani per più di centosettanta anni onorarono gli Dei senza idoli***. E soggiunge: se questa usanza fosse rimasta, gli Dei sarebbero considerati in senso più spirituale. A conferma del suo pensiero sostiene. tra le varie, anche il popolo ebreo e non dubita di chiudere il passo in parola col dire che i primi i quali introdussero le statue degli Dei ne abolirono il timore nella città e accrebbero l’errore. Saggiamente pensa che data l’assurdità degli idoli gli Dei si possono facilmente disprezzare. Col dire poi che accrebbero e non che diedero inizio all’errore vuol far capire che l’errore già esisteva anche senza idoli. Egli dunque dice che soltanto quelli i quali ritengono che Dio è un’anima che governa il mondo hanno afferrato l’idea di Dio e formula il giudizio che senza idoli si pratica una religione più spirituale. […]

*Già qui è interessante perché se sono vere queste citazioni che riferisce, allora è plausibile che i romani avessero perso coscienza già nel Isec aev dei nomi delle proprie divinità. Com’è noto infatti, quasi tutte le divinità prendono i loro nomi dagli oggetti/concetti ad essi connessi (Iuppiter = Ius Pater = Padre della Legge; Ianus = porta; Cardea = cardini; Fistula = tubo; Penates da penus = dispensa; Bellona da bellum = guerra) o da più antichi termini (pensiamo a Marte la cui radice appare in molte forme nell’ambito italico: Mars, Marmar, Marmor, Mamers, Marpiter, Marspiter, Mavors, Maris).

** in questo tratto invece è interessante il fatto che venga sottolineato che i culti misterici ed iniziatici siano una realtà strettamente legata al mondo greco (e non a quello romano, a riconferma di altri dati in proposito, per esempio la possibilità di assistere ai riti pubblici -ragione degli altari sui gradoni dei templi- o di poter accedere al tempio, cose impossibili in Grecia), e che sia loro prerogativa ancora nel varroniano Isec. aev, e che lo stesso Agostino ne trovi memoria ben 4 secoli dopo! Come dire che comunque rimase nel tempo loro caratteristica separata da quella romana.

*** di questo abbiamo che Livio conferma narrando di una norma di Numa Pompilio che vietava di raffigurare gli Dei

 

[XXXI] Quid ipse Varro, quem dolemus in rebus diuinis ludos scaenicos, quamuis non iudicio proprio, posuisse, cum ad deos colendos multis locis uelut religiosus hortetur, nonne ita confitetur non se illa iudicio suo sequi, quae ciuitatem Romanam instituisse commemorat, ut, si eam ciuitatem nouam constitueret, ex naturae potius formula deos nominaque eorum se fuisse dedicaturum non dubitet confiteri? Sed iam quoniam in uetere populo esset, acceptam ab antiquis nominum et cognominum historiam tenere, ut tradita est, debere si dicit, et ad eum finem illa scribere ac perscrutari, ut potius eos magis colere quam despicere uulgus uelit. Quibus uerbis homo acutissimus satis indicat non se aperire omnia, quae non sibi tantum contemptui essent, sed etiam ipsi uulgo despicienda uiderentur, nisi tacerentur. Ego ista conicere putari debui, nisi euidenter alio loco ipse diceret de religionibus loquens multa esse uera, quae non modo uulgo scire non sit utile, sed etiam, tametsi falsa sunt, aliter existimare populum expediat, et ideo Graecos teletas ac mysteria taciturnitate parietibusque clasisse. Hic certe totum consilium prodidit uelut sapientium, per quos ciuitates et populi regerentur. Hac tamen fallacia miris modis maligni daemones delectantur, qui et deceptores et deceptos pariter possident, a quorum dominatione non liberat nisi gratia Dei per Iesum Christum dominum nostrum.

Dicit etiam idem auctor acutissimus atque doctissimus, quod hi soli ei uideantur animaduertisse quid esset Deus, qui crediderunt eum esse animam motu ac ratione mundum gubernantem, ac per hoc, etsi nondum tenebat quod ueritas habet (Deus enim uerus non anima, sed animae quoque est effector et conditor), tamen si contra praeiudicia consuetudinis liber esse posset, unum Deum colendum fateretur atque suaderet, motu ac ratione mundum gubernantem, ut ea cum illo de hac re quaestio remaneret, quod eum diceret esse animam, non potius et animae creatorem. Dicit etiam antiquos Romanos plus annos centum et septuaginta deos sine simulacro coluisse. “Quod si adhuc, inquit, mansisset, castius dii obseruarentur.” Cui sententiae suae testem adhibet inter cetera etiam gentem Iudaeam; nec dubitat eum locum ita concludere, ut dicat, qui primi simulacra deorum populis posuerunt, eos ciuitatibus suis et metum dempsisse et errorem addidisse, prudenter existimans deos facile posse in simulacrorum stoliditate contemni. Quod uero non ait “errorem tradiderunt”, sed “addiderunt”: iam utique fuisse etiam sine simulacris uult intellegi errorem.

Un commento su “Romanos deos sine simulacro coluisse”

  1. Iūpiter < *Ioupater < *Ieupater < *Dieus pater = "il padre Cielo". Per I.-E. *dieu- "cielo" cfr. gr. Ζεύς, con diversa evoluzione del nesso /d/-/j/. Cfr. anche la variante "Diēspiter", con "diēs", "giorno", sostituito al più antico (e non più trasparente) "iū-".

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