Riguardo Ottaviano, nel bene e nel male

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<21 Sottomise, vuoi personalmente, vuoi con imprese fortunate, la Cantabria, l’Aquitania, la Pannonia, la Dalmazia, con tutto l’Illirico, e inoltre la Retia, i paesi dei Vindelici e dei Salassi, popolazioni delle Alpi. Pose fine alle incursioni dei Daci, uccidendo tre loro capi, insieme con un gran numero di soldati Respinse i Germani al di là dell’Elba, ad eccezione degli Svevi e dei Sigambri che fecero atto di sottomissione e, trasportati in Gallia, furono sistemati sui territori vicini al Reno. Ridusse all’obbedienza anche altri popoli poco tranquilli. Per altro non fece mai guerra a nessuna nazione senza un motivo legittimo e senza necessità e fu tanto alieno dalla brama di ingrandire l’Impero con qualsiasi pretesto e di accrescere la sua gloria militare che costrinse alcuni capi barbari a giurare nel tempio di Marte Vincitore che sarebbero rimasti fedeli alla pace che avevano chiesto Da alcuni poi pretese un nuovo genere di ostaggi: si fece consegnare delle donne, perché si era accorto che essi non davano importanza ai maschi lasciati come pegno Tuttavia lasciò sempre a tutti la possibilità di riprendersi gli ostaggi ogni volta che volessero. Quando poi essi ricominciavano le guerre con troppa frequenza, o senza curarsi della parola data, non spinse la sua rappresaglia oltre la vendita dei prigionieri, ordinando che fossero schiavi in un paese lontano e non venissero liberati prima di trent’anni. Così la fama della sua virtù e della sua moderazione spinse Indiani e Sciti, dei quali si conosceva soltanto il nome, ad inviare spontaneamente ambasciatori per chiedere la sua amicizia e quella del popolo romano. Perfino i Parti non solo gli cedettero senza difficoltà l’Armenia che egli rivendicava, ma, dietro sua richiesta, gli restituirono anche i trofei militari che avevano strappato a M Crasso e M Antonio e in più offrirono degli ostaggi Infine, una volta che erano in molti a disputarsi il trono, riconobbero soltanto quelli che lui aveva scelto. 22 Il tempio di Giano Quirino che, dalla fondazione di Roma, non era stato chiuso che due volte prima di lui, sotto il suo principato fu chiuso tre volte, in uno spazio di tempo molto più breve, poiché la pace si trovò stabilita in terra e in mare. Due volte entrò in Roma con gli onori dell’ovazione: la prima volta dopo la guerra di Filippi, la seconda dopo la guerra di Sicilia. Tre volte celebrò il trionfo curule: per la Dalmazia, per Azio e per Alessandria, tutti e tre in tre giorni consecutivi. 23 Non subì che due gravi e ignominiose sconfitte e tutte e due in Germania: quella di Lollio e quella di Varo La prima procurò più vergogna che perdite, ma la seconda fu quasi fatale, perché furono massacrate tre legioni con i loro generali, i loro luogotenenti e tutte le truppe ausiliarie. Quando giunse la notizia, Augusto fece collocare sentinelle in tutta la città per evitare disordini e prolungò il comando ai governatori delle province, perché eventuali moti degli alleati fossero controllati da gente pratica ed esperta. Promise a Giove Ottimo Massimo giochi solenni, se gli affari dello Stato fossero migliorati: ciò avvenne con la guerra contro i Cimbri e i Marsi. Dicono infine che si mostrasse così costernato da lasciarsi crescere per mesi la barba e i capelli e da sbattere di tanto in tanto la testa contro le porte gridando: ‘Quintilio Varo, restituiscimi le mie legioni!’ Dicono anche che considerò l’anniversario di quella disfatta come un giorno di lutto e di tristezza. 24 In campo militare introdusse una serie di riforme e di innovazioni e, in alcuni punti, ristabilì anche le usanze di un tempo. Mantenne la più rigorosa disciplina Perfino i suoi luogotenenti non ottennero mai, se non a fatica e solamente durante i mesi invernali, il permesso di andare a trovare le loro mogli. Fece vendere all’asta, con tutti i suoi beni, un cavaliere romano che aveva amputato il pollice ai suoi figli per sottrarli al servizio militare; quando però si accorse che gli appaltatori pubblici si accingevano ad acquistarlo, lo fece aggiudicare ad un suo liberto, ordinandogli di relegarlo in campagna, ma di lasciarlo vivere come un uomo libero. Congedò tutta quanta, con ignominia, la decima legione, perché ubbidiva con una certa aria di rivolta; parimenti lasciò libere altre, che reclamavano il congedo con eccessiva insistenza, senza dare le ricompense dovute al loro servizio. Se alcune coorti si erano ritirate durante la battaglia, le faceva decimare e nutrire con orzo. Quando i centurioni abbandonavano il loro posto li mandava a morte come semplici soldati e per tutte le altre colpe faceva infliggere pene infamanti, come lo stare, per suo ordine, tutto il giorno davanti alla tenda del generale, per lo più vestito di una semplice tunica, senza cinturone, tenendo in mano ora una pertica lunga dieci piedi, ora una zolla erbosa. 25 Mai dopo le guerre civili, sia nelle arringhe, sia nei proclami, chiamò i suoi uomini ‘compagni d’armi’ ma sempre ‘soldati’ e non permise né ai suoi figli né ai suoi figliastri, quando avevano il comando, di chiamarli diversamente, perché pensava che la prima formula fosse più pretenziosa di quanto richiedesse sia la disciplina militare, sia la tranquillità dei tempi, sia la dignità sua e della sua famiglia. Se si fa eccezione dei casi di incendio e di quelli in cui la carenza di approvvigionamenti fece temere l’insorgere di tumulti, due volte soltanto arruolò i liberti come soldati: la prima per proteggere le colonie vicine dell’Illirico, la seconda per sorvegliare la riva del Reno Si trattava di schiavi che dovevano essere forniti da uomini e donne facoltosi, ma egli li fece subito affrancare e li collocò in prima linea, senza mescolarli ai soldati di origine libera e senza dar loro le stesse armi. Come ricompense militari concedeva preferibilmente le decorazioni, le collane e tutte le altre insegne d’oro e d’argento, invece delle corone obsidionali e murali dal valore puramente simbolico Le diede sempre più raramente, senza ricerca di popolarità e spesso anche a semplici soldati. Fece dono a M Agrippa di una bandiera azzurra dopo la sua vittoria navale in Sicilia. I comandanti che avevano riportato il trionfo, benché seguaci delle sue spedizioni e partecipi delle sue vittorie, furono i soli ai quali credette di non dover concedere queste ricompense, perché riteneva che si fossero guadagnati il diritto di sceglierle a loro piacimento. Pensava insomma che per un buon generale niente fosse meno indicato della fretta e della temerarietà. Per questo andava ripetendo frequentemente il detto: “Affrettati lentamente. Per un capo è meglio la prudenza che l’ardimento”, oppure: “si fa sempre fin troppo rapidamente ciò che si fa bene”. Sosteneva che non si doveva assolutamente ingaggiare una battaglia o dichiarare una guerra se la speranza di guadagno non fosse stata maggiore della possibilità di danneggiamento. Paragonava coloro che osavano molto per guadagnare assai poco a dei pescatori che si servivano di un amo d’oro, la cui perdita, se si fosse rotto il filo, non poteva essere compensata da nessuna buona pesca. 26 Assunse cariche ed onori prima del tempo legale: alcuni furono creati appositamente per lui o gli furono attribuiti a vita. A vent’anni si impadronì del consolato facendo marciare minacciosamente le sue legioni verso Roma e inviando soldati che lo richiedessero per lui a nome dell’esercito; quando il Senato si mostrò esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettando indietro il suo mantello e mostrando l’impugnatura della sua spada, non esitò a dire in Curia: “Se non lo farete console voi, se ne incaricherà questa.” Esercitò un secondo consolato nove anni più tardi, un terzo con l’intervallo di un anno, i successivi, senza interruzione, fino all’undicesimo In seguito, dopo averne rifiutati molti che gli venivano offerti, lui stesso ne chiese un dodicesimo, quando ormai erano passati diciassette anni, e poi, due anni più tardi, di nuovo un tredicesimo, perché voleva essere in possesso della carica suprema per presentare al foro i suoi figli Caio e Lucio, ciascuno a suo turno, quando fecero il loro debutto. Cinque dei suoi consolati, quelli che vanno dal sesto al decimo, durarono un anno, tutti gli altri o nove o sei o quattro o tre mesi, mentre il secondo pochissime ore. Infatti si sedette sulla sedia curule davanti al tempio di Giove Capitolino, al mattino delle Calende di gennaio, poi si dimise quando si fu offerto chi lo sostituisse. E non sempre entrò in carica a Roma: inaugurò il quarto consolato in Asia, il quinto nell’isola di Samo, l’ottavo e il nono a Tarragona. 27 Per dieci anni fece parte del triumvirato istituito per riorganizzare la Repubblica: come suo membro per un po’ di tempo cercò di impedire che si aprissero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. Spesso infatti, in considerazione della qualità delle persone, quelli si sarebbero piegati alle raccomandazioni e alle preghiere, ma lui solo si batté ostinatamente perché non fosse risparmiato nessuno e arrivò a proscrivere anche C Toranio, suo tutore, che, per di più, era stato collega di suo padre come edile. Giulio Saturnino scrive inoltre che, quando ormai le proscrizioni erano concluse, M Lepido aveva fatto intendere in Senato che avrebbe perdonato il passato e che per il futuro si sarebbe data speranza di clemenza, dal momento che erano state inflitte sufficienti condanne, ma che Augusto, al contrario, dichiarò di aver posto un termine alle proscrizioni in modo da riservarsi ogni libertà. Tuttavia più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T Vinio Filopomeno, che si diceva avesse tenuto nascosto il suo padrone, allora proscritto. In questa stessa funzione, si attirò moltissimo odio. Così un giorno che arringava i soldati in presenza di una folla di civili che avevano potuto avvicinarsi, vedendo un certo Pinario, cavaliere romano, che prendeva appunti, lo considerò un indiscreto e una spia e diede ordine di trafiggerlo in sua presenza Un’altra volta, poiché Tedio Afro, console designato, aveva criticato con aspre parole un suo atto, lo atterrì con tali minacce che questi si gettò nel vuoto Il pretore Quinto Gallio era venuto a salutarlo tenendo due tavolette doppie nascoste sotto la toga: egli sospettò che avesse una spada occultata, ma non osò accertarsene per timore di scoprire qualcosa di diverso, allora lo fece condurre dai suoi soldati e dai centurioni davanti al suo tribunale, lo sottopose alla tortura come uno schiavo e poiché non confessava niente, ordinò di ucciderlo, dopo avergli strappato gli occhi con le sue stesse mani Scrisse poi che quest’uomo gli aveva chiesto un’udienza privata, che aveva attentato alla sua vita, che era stato gettato in prigione e poi rilasciato con il divieto di soggiornare a Roma e che era morto in un naufragio o per mano dei briganti. Ebbe a vita il potere tribunizio e per due volte, durante due lustri differenti, si associò un collega. Pure a vita, fu incaricato del controllo dei costumi e delle leggi e, con questo diritto, quantunque senza la carica di censore, fece tre volte il censimento della popolazione: il primo e il terzo con un collega, il secondo da solo. 28 Due volte pensò di restaurare la Repubblica: la prima volta subito dopo aver sconfitto Antonio, ricordando che quest’ultimo gli aveva ripetuto spesso che lui solo era l’ostacolo al suo ristabilimento; la seconda, durante lo scoraggiamento di una lunga malattia In quell’occasione fece venire a casa sua i magistrati e i senatori ai quali trasmise un inventario dell’Impero. Però pensando che, come privato cittadino, non avrebbe potuto vivere senza pericolo e che, per altro, era imprudente affidare lo Stato all’arbitrio di molti, continuò a conservare il potere Non si sa quale sia stata la cosa migliore, se il risultato o l’intenzione Questa intenzione poi, benché la confermasse in diverse riprese, un giorno la proclamò in un editto con queste parole: “Voglia il cielo che la Repubblica si conservi in piena prosperità e che io possa raccogliere quel frutto a cui aspiro, di essere considerato il fondatore di un ottimo regime e di portare con me, in punto di morte, la speranza che le fondamenta dello Stato resteranno inalterabili, quali io le ho gettate.” Lui stesso si fece garante di questo voto e compì ogni sforzo perché nessuno dovesse rammaricarsi del nuovo regime. La struttura di Roma non corrispondeva alla grandiosità dell’Impero ed era esposta alle inondazioni e agli incendi: egli l’abbellì a tal punto che giustamente si vantò di lasciare di marmo una città che aveva ricevuto di mattoni. Inoltre la fece sicura anche per il futuro, per quanto poté provvedere con la lungimiranza umana. 29 Realizzò numerosi monumenti pubblici Tra questi ecco i principali: un foro con un tempio di Marte Vendicatore, un tempio di Apollo sul Palatino, un altro di Giove Tonante sul Campidoglio. Costruì un foro perché, data l’affluenza della folla e il numero dei processi, i due esistenti non erano più sufficienti e sembra ci fosse bisogno di un terzo; per questo ci si affrettò ad inaugurarlo, senza che fosse terminato il tempio di Marte e si stabilì che in esso fossero tenuti specialmente i processi pubblici e si facesse l’estrazione a sorte dei giudici. Quanto al tempio di Marte aveva fatto voto di innalzarlo quando, con la battaglia di Filippi, si era vendicato dell’uccisione di Cesare; così stabilì che il Senato deliberasse in questo tempio tutto quanto si riferiva alle guerre e ai trionfi, che di qui partissero tutti coloro che si recavano nelle province con incarichi di comando e che quanti tornavano vincitori qui portassero le insegne dei loro trionfi. Fece erigere il tempio di Apollo in quella parte della sua casa sul Palatino che, colpita dal fulmine, il Dio aveva preteso per sé a mezzo degli aruspici; vi aggiunse un porticato con una biblioteca latina e greca, e qui, già vecchio ormai, riunì spesso il Senato e passò in rivista le decurie dei giudici. Consacrò un tempio a Giove Tonante per uno scampato pericolo: durante una marcia notturna, al tempo della spedizione contro i Cantabri, un fulmine aveva colpito la parte anteriore della sua lettiga e ucciso il servo che lo precedeva con una fiaccola. Realizzò anche altri monumenti pubblici a nome di altre persone, vale a dire dei nipoti, della moglie e della sorella: è il caso del portico e della basilica di Gaio e Lucio, del portico di Livia e di Ottavia, del teatro di Marcello. Ma spesso esortò anche i più ragguardevoli cittadini perché, ciascuno secondo le proprie possibilità, adornassero la città con templi nuovi o restaurando e arricchendo quelli già esistenti. Allora un gran numero di edifici furono realizzati da molti di loro, come il tempio di Ercole alle Muse da Marcio Filippo, il tempio di Diana da L Cornificio, l’atrio della Libertà da Asinio Pollione, il tempio di Saturno da Munazio Planco, un teatro da Cornelio Balbo, un anfiteatro da Statilio Tauro e molti e splendidi infine da M Agrippa. 30 Divise il territorio della città in regioni e quartieri e stabilì che le prime fossero amministrate da magistrati annuali, estratti a sorte, e i secondi da capi scelti in ciascun quartiere tra la plebe del vicinato. Per gli incendi creò un corpo di guardie notturne e di vigili Per imbrigliare le inondazioni del Tevere fece allargare e pulire il letto del fiume, da tempo ingombro di detriti e contratto dell’estensione degli edifici. Infine perché la città fosse facilmente raggiungibile da ogni parte, a sue spese, fece riparare la via Flaminia fino a Rimini e ripartì le altre strade fra i generali che avevano avuto l’onore del trionfo, che dovettero farle pavimentare con l’argento del bottino. Ricostruì i templi rovinati dal tempo e distrutti dal fuoco e li abbellì, insieme con altri di doni preziosi Così in una sola volta fece portare al santuario di Giove Capitolino seimila libbre d’oro, con pietre preziose e perle per un valore di cinquanta milioni di sesterzi. 31 Quando divenne sommo pontefice, dopo la morte di Lepido, cui da vivo non aveva mai voluto togliere quella carica, raggruppò tutte le profezie greche e latine che, senza autorità alcuna o per lo meno non sufficiente, correvano tra il popolo, circa duemila, raccolte da ogni parte e le fece bruciare Conservò soltanto i libri sibillini, ed anche questi dopo aver provveduto ad una cernita, e li ripose in due armadi dorati ai piedi della statua di Apollo Palatino. Ristabilì nel calendario l’ordine introdotto dal divino Cesare e poi, per trascuratezza, completamente sconvolto In questo ordine diede il proprio soprannome al mese Sestile invece che al Settembre, in cui era nato, perché proprio nel Sestile aveva ottenuto il suo primo consolato e aveva conseguito grandi vittorie. Accrebbe il numero, il prestigio, ma anche le prerogative dei sacerdoti, in particolare delle Vestali. Quando si rese necessaria la scelta di una vestale al posto di una che era morta, vedendo che molti cittadini brigavano per non esporre le loro figlie alla sorte, giurò che se una o l’altra delle sue nipoti avesse avuto l’età conveniente, egli stesso l’avrebbe offerta. Ripristinò anche alcune antiche tradizioni religiose che a poco a poco erano cadute in disuso, come l’augurio della Salute, la dignità del flamine di Giove, la cerimonia dei Lupercali, i giochi Secolari e quelli Compitali. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali, e proibì sia ai ragazzi, sia alle ragazze di assistere, durante i giochi Secolari, alle rappresentazioni notturne senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì che i Lari Compitali venissero ornati di fiori due volte all’anno, in primavera e in estate. Quasi come a dèi immortali rese onore alla memoria dei condottieri che avevano fatto, da modeste origini, grandissimo il dominio del popolo romano. Così non solo restaurò gli edifici che ciascuno aveva eretto, conservandone le iscrizioni, ma nei due portici del suo foro collocò le statue di tutti loro con le insegne dei trionfi conseguiti: in un editto proclamò poi che aveva avuto questa idea perché lui stesso, finché viveva, e i principi dei tempi successivi fossero costretti dai concittadini ad ispirarsi a loro come ad un modello. Fece perfino trasportare fuori della curia, dove Cesare era stato ucciso, la statua di Pompeo che collocò in faccia alla galleria contigua al suo teatro, sulla sommità di un arco di marmo. 32 Molti abusi, particolarmente deprecabili e pericolosi per l’ordine pubblico, sussistevano ancora, o perché divenuti abitudine in seguito ai disordini delle guerre civili, o perché si erano introdotti durante la pace. Così un gran numero di briganti si mostrava in pubblico con un pugnale alla cintura, con il pretesto di difendersi; nella campagna si sequestravano i viaggiatori e si tenevano prigionieri, senza fare distinzione fra liberi e schiavi, nelle celle dei proprietari; si formavano, sotto il titolo di nuovi collegi, moltissime associazioni pronte a compiere insieme ogni sorta di azione criminosa. Augusto represse il brigantaggio collocando posti di guardia nei luoghi opportuni, fece ispezionare tutte le celle e disciolse tutte le associazioni, ad eccezione di quelle legittime e antiche. Fece bruciare le liste dei vecchi debitori dell’erario, fonte principale delle accuse calunniose; in Roma aggiudicò ai proprietari del momento i terreni che, con un diritto discutibile, lo Stato riteneva suoi; soppresse i nomi di coloro che erano perennemente tenuti nella condizione di accusati e dei quali nessuno si lamentava se non i loro nemici con un certo qual sadismo; pose inoltre questa condizione, che se qualcuno avesse voluto nuovamente perseguitare uno di costoro, andasse incontro al rischio di subire la stessa pena. Per fare in modo che nessun delitto restasse impunito e che nessun affare venisse archiviato a furia di ritardi, accordò agli atti forensi più di trenta giorni, che erano consacrati ai giochi onorari. Alle tre decurie di giudici ne aggiunse una quarta, di censo inferiore, chiamata ‘dei ducenari’, con il compito di giudicare intorno a somme inferiori. Mise a ruolo i giudici a trent’anni, vale a dire cinque anni prima del solito. Ma poiché la maggior parte dei cittadini cercava di sottrarsi alle funzioni giudiziarie, concesse che ciascuna decuria, a turno, facesse vacanza per un anno e permise che, contrariamente all’usanza, si interrompessero i lavori in novembre e in dicembre. 33 Per quanto lo riguardava, rese giustizia con assiduità e talvolta anche di notte, e se si sentiva poco bene faceva portare la sua lettiga davanti al tribunale oppure riceveva in casa stando sdraiato sul suo letto. Pronunciò sentenze non solo con il massimo scrupolo, ma anche con estrema indulgenza Così, giudicando un uomo accusato di parricidio e volendo evitare che venisse chiuso in un sacco, pena riservata ai colpevoli di questo crimine, si dice che l’interrogasse in questi termini: ‘Certamente non hai ucciso tuo padre?’ In una questione di falso testamento, benché tutti i firmatari fossero punibili ai sensi della legge Cornelia, egli fece consegnare ai giudici che con lui istruivano la causa, non soltanto due tavolette, una per la condanna e l’altra per l’assoluzione, ma anche una terza per segnarvi i nomi di coloro che volevano assolvere in quanto chiaramente vittime di un inganno o di un errore. I processi di appello in città li affidava ogni anno ad un pretore urbano, quelli di provincia invece ad anziani consoli che egli aveva preposto al regolamento degli affari. 34 Ritoccò le leggi, ed alcune le rifece totalmente, come la legge sulle spese e quelle sugli adulteri, la sodomia, il broglio e il matrimonio tra gli ordini sociali. Poiché aveva emendato quest’ultima con molta più severità delle altre, si levarono violente proteste ed allora fu obbligato, per farla passare, a sopprimere o almeno attenuare una parte delle sanzioni, ad accordare una dilazione di tre anni e ad aumentare le ricompense. Vedendo che anche dopo queste concessioni, l’ordine dei cavalieri reclamava la sua abolizione, durante uno spettacolo pubblico, fece venire presso di sé i figli di Germanico e presentandoli tenendone alcuni nelle sue braccia, altri nelle braccia dei padre loro, fece comprendere, con il gesto e con lo sguardo, che non dovevano aver paura di imitare l’esempio di quel giovane. Quando si accorse che si eludeva la legge sia prendendo fidanzate troppo giovani, sia cambiando frequentemente la moglie, ridusse i tempi del fidanzamento e regolò i divorzi. 35 Il numero dei senatori era costituito da una folla indecorosa e senza prestigio (erano più di mille e alcuni assolutamente indegni, che vi erano entrati, con i favori e la corruzione, dopo la morte di Cesare e che il popolo definiva ‘senatori d’oltretomba’) Augusto lo ridusse alla cifra di un tempo e gli restituì la sua antica dignità per mezzo di due selezioni, la prima operata dai senatori stessi, perché ognuno si sceglieva un collega, la seconda da lui personalmente e da Agrippa Si dice che in questa circostanza, per presiedere le sedute, indossasse una corazza e tenesse alla cintura un pugnale, mentre dieci senatori, suoi amici, scelti fra i più robusti, circondavano il suo seggio. Cremuzio Cordo scrive che in questo periodo nessun senatore fu ricevuto, se non da solo e dopo essere stato perquisito. Convinse alcuni a dimettersi per convenienza e lasciò anche ai dimissionari il privilegio di indossare il laticlavio, il diritto di prendere posto nell’orchestra durante gli spettacoli e la facoltà di partecipare ai pubblici banchetti. Infine per fare in modo che i senatori, scelti e aggregati, svolgessero le loro funzioni con più coscienza e minor insofl`erenza, decretò che ciascuno di loro, prima di prendere posto a sedere, bruciasse incenso e facesse una libagione davanti all’altare del dio nel cui tempio ci si riuniva; stabilì inoltre che non si tenessero più di due sedute regolari al mese, una alle Calende e l’altra alle Idi, e che nei mesi di settembre e di ottobre fossero presenti soltanto quelli estratti a sorte, che garantissero il numero sufficiente per l’approvazione dei decreti del Senato Decise poi di procurarsi, mediante estrazione a sorte semestrale, un gruppo di consiglieri con i quali studiare in anticipo le questioni da sottoporre al Senato, riunito in seduta plenaria. Sulle questioni importanti egli non chiedeva i pareri secondo l’ordine tradizionale, ma a suo piacere, in modo che ciascuno facesse attenzione come se dovesse esprimere un’opinione invece di dare un’approvazione. 36 Fu anche promotore di altre iniziative: eccone alcune Vietò di rendere pubblici gli atti del Senato, proibì che si inviassero magistrati nelle province subito dopo che avevano deposto il loro incarico; stabilì che si assegnasse un’indennità fissa ai proconsoli per i loro muli e le loro tende, che venivano solitamente aggiudicati pubblicamente; che il tesoro non fosse più amministrato dai questori urbani, ma da pretori anziani o ancora in carica; che i centumviri, fino a quel momento convocati da questori onorari, venissero convocati dai decemviri. 37 Per fare in modo che molti cittadini prendessero parte all’amministrazione dello Stato, creò nuovi uffici: l’intendenza dei lavori pubblici, delle strade, delle acque, del letto del Tevere, della distribuzione del grano al popolo Istituì la prefettura di Roma, un triumvirato per reclutare i senatori ed un altro per passare in rivista gli squadroni dei cavalieri, ogni volta che fosse necessario. Nominò i censori, cosa che ormai da tempo si era cessato di fare. Aumentò il numero dei pretori. Volle anche che, tutte le volte che gli veniva assegnato il consolato, gli venissero dati due colleghi, invece di uno, ma non l’ottenne perché tutti i senatori gli fecero capire che sminuiva già abbastanza la sua autorità dividendo questa magistratura con un altro, anziché esercitarla da solo. 38 Non meno generoso fu nel rendere onore al valore militare: decretò il trionfo completo a più di trenta generali e a molti di più assegnò le insegne trionfali. Permise ai figli dei senatori, perché più rapidamente prendessero confidenza con gli affari dello Stato, di rivestire il laticlavio, subito dopo aver indossato la toga virile e di assistere alle sedute del Senato; a quelli poi che seguivano la carriera militare non solo assegnò il grado di tribuno della legione, ma anche il comando di un’ala della cavalleria E perché nessuno fosse digiuno della vita di accampamento, pose normalmente due ufficiali con il laticlavio alla testa di ciascuna ala. Frequentemente passò in rassegna gli squadroni di cavalleria e ripristinò le loro sfilate tradizionali, da tempo cadute in disuso. Ma non tollerò che, durante le sfilate, un accusatore qualsiasi arrestasse uno dei cavalieri, come avveniva di solito, e concesse a quelli che facevano presente l’età avanzata o lamentavano qualche malanno fisico, di lasciare il loro cavallo da solo nella formazione di parata e di venire a piedi per rispondere a tutti gli appelli In seguito concesse a coloro che, superati i trentacinque anni, non volevano più tenere il cavallo, l’autorizzazione di restituirlo. 39 Con la collaborazione di dieci aiutanti, che si era fatti dare dal Senato, obbligò ciascun cavaliere a rendergli conto della sua condotta e ai colpevoli inflisse ora una pena, ora una nota di biasimo, ma per lo più una ammonizione, presentata in varie maniere. Il tipo più lieve di ammonizione consisteva nella consegna diretta di una nota che essi dovevano leggere a bassa voce e subito sul posto Ad alcuni inviò note d’infamia perché avevano prestato a tasso d’usura somme che avevano avuto a basso interesse. 40 Quando alle elezioni dei tribuni non si presentavano come candidati i senatori in numero sufficiente, egli li prese tra i cavalieri romani, permettendo che, allo scadere della loro carica, restassero nell’ordine che volessero. Poiché la maggior parte dei cavalieri, economicamente rovinati dalle guerre civili, non osavano assistere ai giochi seduti sui quattordici gradini, per timore delle sanzioni previste dalla legge sugli spettacoli, proclamò che essa non si applicava se essi stessi o i loro parenti avevano un tempo fatto parte dell’ordine equestre. Per quartieri fece il censimento del popolo e perché i plebei non fossero distolti dalle loro occupazioni troppo spesso a causa della distribuzione di grano, progettò di fare distribuire tre volte all’anno tessere valide per l’approvvigionamento di quattro mesi; ma poiché si rimpiangeva la vecchia abitudine, di nuovo concesse che ciascuno prelevasse ogni mese ciò che gli spettava. Ristabilì anche l’antico regolamento dei Comizi e, dopo aver sancito pene diverse contro il broglio, il giorno delle elezioni fece distribuire alle tribù Fabia e Scapzia, delle quali era membro, mille sesterzi a testa, perché non si aspettassero niente da nessun candidato. Inoltre, considerando importante conservare la purezza della razza romana e preservarla da ogni mescolanza con sangue straniero e servile, fu assai restio nel concedere la cittadinanza romana e pose regole precise all’affrancamento. A Tiberio che gli chiedeva la cittadinanza per un suo cliente greco, rispose che non gliel’avrebbe concessa se a viva voce non gli avesse dimostrato quanto fossero giusti i motivi della richiesta; la negò anche a Livia che la chiedeva per un Gallo tributario: in cambio offrì l’esenzione dai tributi, sostenendo che avrebbe tollerato meglio che si sottraesse qualcosa al fisco, piuttosto che si profanasse la dignità del cittadino romano. Per quanto concerne gli schiavi, non pago di averli tenuti lontani con mille ostacoli dalla libertà parziale, e con molti di più da quella totale, quando aveva determinato con minuziosità il numero, la condizione e le differenti categorie di coloro che potevano essere affrancati, aggiunse anche questo, che colui che fosse stato imprigionato o sottoposto a tortura non poteva aspirare a nessun genere di libertà Si sforzò anche di far riprendere la moda e il costume di un tempo: un giorno, vedendo nell’assemblea del popolo una folla di gente malvestita, pieno d’ira esclamò: ‘Ecco i Romani, padroni del mondo, il popolo che indossa la toga’, e diede incarico agli edili, da allora in poi, di non permettere che nel foro e nei dintorni si fermasse qualcuno senza aver prima abbandonato il mantello che copriva la toga.>
<[21] Domuit autem partim ductu partim auspiciis suis Cantabriam, Aquitaniam, Pannoniam, Delmatiam cum Illyrico omni, item Raetiam et Vindelicos ac Salassos, gentes Inalpinas. Coercuit et Dacorum incursiones, tribus eorum ducibus cum magna copia caesis, Germanosque ultra Albim fluvium summovit, ex quibus Suebos et Sigambros dedentis se traduxit in Galliam atque in proximis Rheno agris conlocavit. Alias item nationes male quietas ad obsequium redegit. Nec ulli genti sine iustis et necessariis causis bellum intulit, tantumque afuit a cupiditate quoquo modo imperium vel bellicam gloriam augendi, ut quorundam barbarorum principes in aede Martis Ultoris iurare coegerit mansuros se in fide ac pace quam peterent, a quibusdam vero novum genus obsidum, feminas, exigere temptaverit, quod neglegere marum pignora sentiebat; et tamen potestatem semper omnibus fecit, quotiens vellent, obsides recipiendi. Neque aut crebrius aut perfidiosius rebellantis graviore umquam ultus est poena, quam ut captivos sub lege venundaret, ne in vicina regione servirent neve intra tricensimum annum liberarentur. Qua virtutis moderationisque fama Indos etiam ac Scythas, auditu modo cognitos, pellexit ad amicitiam suam populique Romani ultro per legatos petendam. Parthi quoque et Armeniam vindicanti facile cesserunt et signa militaria, quae M Crasso et M Antonio ademerant, reposcenti reddiderunt obsidesque insuper optulerunt, denique, pluribus quondam de regno concertantibus, nonnisi ab ipso electum probaverunt. [22] Ianum Quirinum, semel atque iterum a condita urbe ante memoriam suam clausum, in multo breviore temporis spatio terra marique pace parta ter clusit. Bis ovans ingressus est urbem, post Philippense et rursus post Siculum bellum. Curulis triumphos tris egit, Delmaticum, Actiacum, Alexandrinum, continuo triduo omnes. [23] Graves ignominias cladesque duas omnino nec alibi quam in Germania accept, Lollianam et Varianam, sed Lollianam maioris infamiae quam detrimenti, Varianam paena exitiabilem, tribus legionibus cum duce legatisque et auxiliis omnibu caesis. Hac nuntiata excubias per urbem indixit, ne quis tumultus existeret, et praesidibus provinciarum propagavit imperium, ut a peritis et assuetis socii continerentur. Vovit et magnos ludos Iovi Optimo Maximo, si res P in meliorem statum vertisset: quod factum Cimbrico Marsicoque bello erat. Adeo denique consternatum ferunt, ut per continuos menses barba capilloque summisso caput interdum foribu illideret, vociferans: Quintili Vare, legiones redde! diemque cladis quot annis maestum habuerit a lugubrem. [24] In re militari et commutavit multa et instituit, atque etiam ad antiquum morem nonnulla revocavit. Disciplinam severissime rexit: ne legatorum quidem cuiquam, nisi gravate hibernisque demum mensibus, permisit uxorem intervisere. Equitem Romanum, quod duobus filiis adulescentibus causa detrectandi sacramenti pollices amputasset, ipsum bonaque subiecit hastae; quem tamen, quod inminere emptioni publicanos videbat, liberto suo addixit, ut relegatum in agros pro libero esse sineret. Decimam legionem contumacius parentem cum ignominia totam dimisit, item alias immodeste missionem postulantes citra commoda emeritorum praemiorum exauctoravit. Cohortes, si quae cessissent loco, decimatas hordeo pavit. Centuriones statione deserta, itidem ut manipulares, capitali animadversione puniit, pro cetero delictorum genere variis ignominis adfecit, ut stare per totum diem iuberet ante praetorium, interdum trunicatos discinctosque, nonnumquam cum decempedis, vel etiam cespitem portantes. [25] Neque post bella civilia aut in continione aut per edictum ullos militum commilitones appellabat, sed milites, ac ne a filiis quidem aut privignis suis imperio praeditis aliter appellari passus est, ambitiosius id existimans, quam aut ratio militaris aut temporum quies aut sua domusque suae maiestas postularet. Libertino milite, praeterquam Romae incendiorum causa et si tumultus in graviore annona metueretur, bis usus est: semel ad praesidium coloniarum Illyricum contingentium, iterum ad tutelam ripae Rheni fluminis; eosque, servos adhuc viris feminisque pecuniosioribus indictos ac sine mora manumissos, sub priore vexillo habuit, neque aut commixtos cum ingenuis aut eodem modo armatos. Dona militaria, aliquanto facilius phaleras et torques, quicquid auro argentoque constaret, quam vallares ac murales coronas, quae honore praecellerent, dabat; has quam parcissime et sine ambitione ac saepe etiam caligatis tribuit. M Agrippam in Sicilia post navalem victoriam caeruleo vexillo donavit. Solos triumphales, quamquam et socios epeditionum et participes victoriarum suarum, numquam donis impertiendos putavit, quod ipsi quoque ius habuissent tribuendi ea quibus vellent. Nihil autem minus perfecto duci quam festinationem temeritatemque convenire arbitrabatur. Crebro itaque illa iactabat: Speude bradeos Asphales gar est ameinon e thraasus stratelates Et, Sat celeriter fieri quidquid fiat satis bene Proelium quidem aut bellum suscipiendum omnino negabat, nisi cum maior emolumenti spes quam damni metus ostenderetur. Nam minima commoda non minimo sectantis discrimine similes aiebat esse aureo hamo piscantibus, cuius abrupti damnum nulla captura pensari posset. [26] Magistratus atque honores et ante tempus et quosdam novi generis perpetuosque cepit. Consulatum vicesimo aetatis anno invasit, admotis hostiliter ad urbem legionibus, missisque qui sibi nomine exercitus deposcerent; cum quidem cunctante senatu Cornelius centurio, princeps legationis, reiecto sagulo ostendens gladii capulum, non dubitasset in curia dicere: Hic faciet, si vos non feceritis. Secundum consulatum post novem annos, tertium anno interiecto gessit sequentis usque ad undecimum continuavit, multisque mox, cum deferrentur, recusatis duodecim magno, id est septemdecim annorum, intervallo et rursus tertium decimum biennio post ultro petiit, ut C et Lucium filios amplissimo praeditus magistratu suo quemque tirocinio deduceret in forum. Quinque medios consulatus a sexto ad decimum annuos gessit, ceteros aut novem aut sex aut quattuor aut tribus mensibus, secundum vero paucissimis horis. Nam die Kal Ian cum mane pro aede Capitolini Iovis paululum curuli sella praesedisset, honore abiit suffecto alio in locum suum. Nec omnes Romae, sed quartum consulatum in Asia, quintum in insula Samo, octavum et nonum Tarracone iniit. [27] Triumviratum rei P constituendae per decem annos administravit; in quo restitit quidem aliquandiu collegis ne qua fieret proscriptio, sed inceptam utroque acerbius exercuit. Namque illis in multorum saepe personam per gratiam et preces exorabilibus, solus magnopere contendit ne cui parceretur, proscripsitque etiam C Toranium tutorem suum, eudem collegam patris sui Octavi in aedilitate. Iunius Saturninus hoc amplius tradit, cum peracta proscriptione M Lepidus in senatu excusasset praeterita et spem clementiae in posterum fecisset, quoniam satis poenarum exactum esset, hunc a diverso professum, ita modum se proscribendi statuisse, ut omnia sibi reliquerit libera. In cuius tamen pertinaciae paenitentiam postea T Vincium Philopoemenem, quod patronum suum proscriptum celasse olim diceretur, equestri dignitate honoravit. In eadem hac potestate multiplici flagravit invidia. Nam et Pinarium equitem R cum, contionante se admissa turba paganorum, apud milites subscribere quaedam animadvertisset, curiosum ac speculatorem ratus, coram confodi imperavit; et Tedium Afrum consulem designatum, quia factum quoddam suum maligno sermone carpsisset, tantis conterruit minis, ut is se praecipitaverit; et Quintum Gallium praetorem, in officio salutationis tabellas duplices veste tectas tenentem, suspicatus gladium occulere, nec quidquam statim, ne aliud inveniretur, ausus inquirere, paulo post per centuriones et milites raptum e tribunali, servilem in modum torsit ac fatentem nihil iussit occidi, prius oculis eius sua manu effossis; quem tamen scribit conloquio petito insidiatum sibi coniectumque a se in custodiam, diende urbe interdicta dimissum, naufragio vel latronum insidiis perisse. Tribuniciam potestatem perpetuam recepit, in qua semel atque iterum per singular lustra collegam sibi cooptavit. Recepit et morum legumque regimen aeque perpetuum, quo iure, quamquam sine censurae honore, censum tamen populi ter egit; primum ac tertium cum collega, medium solus. [28] De reddenda re Publica bis cogitavit: primum post oppressum statim Antonium, memor objectum sibi ab eo saepius, quasi per ipsum staret ne redderetur; ac rursus taedio diuturnae valitudinis, cum etiam magistratibus ac senatu domum accitis rationarium imperii tradidit. Sed reputans et se privatum non sine periculo fore et illam plurium arbitrio temere committi, in retinenda perseveravit, dubium eventu meliore an voluntate Quam voluntatem, cum prae se identidem ferret, quodam etiam edicto his verbis testatus est: ‘Ita mihi salvam ac sospitem rem Publicam sistere in sua sede liceat atque eius rei fructum percipere, quem peto, ut optimi status auctor dicar et moriens ut feram mecum spem, mansura in vestigio suo fundamenta rei Publice quae iecero.’ Fecitque ipse se compotem voti nisus omni modo, ne quem novi status paeniteret. Urbem neque pro maiestate imperii ornatam et inundationibus incendiisque obnoxiam excoluit adeo, ut iure sit gloriatus marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset. Tutam uero, quantum provideri humana ratione potuit, etiam in posterum praestitit. [29] Publica opera plurima exstruxit, e quibus vel praecipua: forum cum aede Martis Ultoris, templum Apollinis in Palatio, aedem Tonantis lovis in Capitolio. Fori exstruendi causa fuit hominum et iudiciorum multitudo, quae videbatur non sufficientibus duobus etiam tertio indigere; itaque festinatius necdum perfecta Martis aede publicatum est cautumque, ut separatim in eo publica iudicia et sortitiones iudicum fierent. Aedem Martis bello Philippensi pro ultione paterna suscepto voverat; sanxit ergo, ut de bellis triumphisque hic consuleretur senatus, provincias cum imperio petituri hinc deducerentur, quique victores redissent, huc insignia triumphorum conferrent. Templum Apollinis in ea parte Palatinae domus excitavit, quam fulmine ictam desiderari a deo haruspices pronuntiarant; addidit porticus cum bibliotheca Latina Graecaque, quo loco iam senior saepe etiam senatum habuit decuriasque iudicum recognovit. Tonanti Iovi aedem consecravit liberatus periculo, cum expeditione Cantabrica per nocturnum iter lecticam eius fulgur praestrinxisset servumque praelucentem exanimasset. Quaedam etiam opera sub nomine alieno, nepotum scilicet et uxoris sororisque fecit, ut porticum basilicamque Gai et Luci, item porticus Liviae et Octaviae theatrumque Marcelli. Sed et ceteros principes viros saepe hortatus est, ut pro facultate quisque monimentis vel novis vel refectis et excultis urbem adornarent. Multaque a multis tunc exstructa sunt, sicut a Marcio Philippo aedes Herculis Musarum, a L Cornificio aedes Dianae, ab Asinio Pollione atrium Libertatis, a Munatio Planco aedes Saturni, a Cornelio Balbo theatrum, a Statilio Tauro amphitheatrum, a M vero Agrippa complura et egregia. [30] Spatium urbis in regiones vicosque divisit instituitque, ut illas annui magistratus sortito tuerentur, hos magistri e plebe cuiusque viciniae lecti. Adversus incendia excubias nocturnas vigilesque commentus est; ad coercendas inundationes alveum Tiberis laxavit ac repurgavit completum olim ruderibus et aedificiorum prolationibus coartatum. Quo autem facilius undique urbs adiretur, desumpta sibi Flaminia via Arimino tenus munienda reliquas triumphalibus viris ex manubiali pecunia sternendas distribuit. Aedes sacras vetustate conlapsas aut incendio absumptas refecit easque et ceteras opulentissimis donis adornavit, ut qui in cellam Capitolini Iovis sedecim milia pondo auri gemmasque ac margaritas quingenties sestertium una donatione contulerit. [31] Postquam vero pontificatum maximum, quem numquam vivo Lepido auferre sustinuerat, mortuo demum suscepit, quidquid fatidicorum librorum Graeci Latinique generis nullis vel parum idoneis auctoribus vulgo ferebatur, supra duo milia contracta undique cremavit ac solos retinuit Sibyllinos, bos quoque dilectu habito; condiditque duobus forulis auratis sub Palatini Apollinis basi. Annum a Divo lulio ordinatum, sed postea neglegentia conturbatum atque confusum, rursus ad pristinam rationem redegit; in cuius ordinatione Sextilem mensem e suo cognomine nuncupavit magis quam Septembrem quo erat natus, quod hoc sibi et primus consulatus et in signes victoriae optigissent. Sacerdotum et numerum et dignitatem sed et commoda auxit, praecipue Vestalium virginum. Cumque in demortuae locum aliam capi oporteret ambirentque multi ne filias in sortem darent, adiuravit, si cuiusquam neptium suarum competeret aetas, oblaturum se fuisse eam. Nonnulla etiam ex antiquis caerimoniis paulatim abolita restituit, ut Salutis augurium, Diale flamonium, sacrum Lupercale, ludos Saeculares et Compitalicios. Lupercalibus vetuit currere inberbes, item Saecularibus ludis iuvenes utriusque sexus prohibuit ullum nocturnum spectaculum frequentare nisi cum aliquo maiore natu propinquorum. Compitales Lares ornari bis anno instituit vernis floribus et aestivis. Proximum a dis immortalibus honorem memoriae ducum praestitit, qui imperium Publicum Rem ex minimo maximum reddidissent. Itaque et opera cuiusque manentibus titulis restituit et statuas omnium triumphali effigie in utraque fori sui porticu dedicavit, professus et edicto: commentum id se, ut ad illorum vitam velut ad exemplar et ipse, dum viveret, et insequentium aetatium principes exigerentur a civibus. Pompei quoque statuam contra theatri eius regiam marmoreo Iano superposuit translatam e curia, in qua C Caesar fuerat occisus. [32] Pleraque pessimi exempli in perniciem publicam aut ex consuetudine licentiaque bellorum civilium duraverant aut per pacem etiam exstiterant. Nam et grassatorum plurimi palam se ferebant succincti ferro, quasi tuendi sui causa, et rapti per agros viatores sine discrimine liberi servique ergastulis possessorum supprimebantur, et plurimae factiones titulo collegi novi ad nullius non facinoris societatem coibant. Igitur grassaturas dispositis per opportuna loca stationibus inhibuit, ergastula recognovit, collegia praeter antiqua et legitima dissolvit. Tabulas veterum aerari debitorum, vel praecipuam calumniandi materiam, exussit; loca in urbe publica iuris ambigui possessoribus adiudicavit; diuturnorum reorum et ex quorum sordibus nihil aliud quam voluptas inimicis quaereretur nomina abolevit condicione proposita, ut si quem quis repetere vellet, par periculum poenae subiret. Ne quod autem maleficium negotiumve in punitate vel mora elaberetur, triginta amplius dies, qui honoraris ludis occupabantur, actui rerum accommodavit. Ad tris iudicum decurias quartam addidit ex inferiore censu, quae ducenariorum vocaretur iudicaretque de levioribus summis. Iudices a tricensimo aetatis anno adlegit, id est quinquennio maturius quam solebant. Ac plerisque iudicandi munus detractantibus vix concessit, ut singulis decuriis per vices annua vacatio esset et ut solitae agi Novembri ac Decembri mense res omitterentur. [33] Ipse ius dixit assidue et in noctem nonnumquam, si parum corpore valeret lectica pro tribunali collocata, vel etiam domi cubans. Dixit autem ius non diligentia modo summa sed et lenitate, siquidem manifesti parricidii reum, ne culleo insueretur, quod non nisi confessi adficiuntur hac poena, ita fertur interrogasse: ‘Certe patrem tuum non occidisti ?’ Et cum de falso testamento ageretur omnesque signatores lege Cornelia tenerentur, non tantum duas tabellas, damnatoriam et absolutoriam, simul cognoscentibus dedit, sed tertiam quoque, qua ignosceretur iis, quos fraude ad signandum vel errore inductos constitisset. Appellationes quotannis urbanorum quidem litigatorum praetori delegabat urbano, at provincialium consularibus viris, quos singulos cuiusque provinciae negotiis praeposuisset. [34] Leges retractavit et quasdam ex integro sanxit, ut sumptuariam et de adulteriis et de pudicitia, de ambitu, de maritandis ordinibus. Hanc cum aliquanto severius quam ceteras emendasset, prae tumultu recusantium perferre non potuit nisi adempta demum lenitave parte poenarum et vacatione trienni data auctisque praemiis. Sic quoque abolitionem eius publico spectaculo pertinaciter postulante equite, accitos Germanici liberos receptosque partim ad se partim in patris gremium ostentavit, manu vultuque significans ne gravarentur imitari iuvenis exemplum. Cumque etiam inmaturitate sponsarum et matrimoniorum crebra mutatione vim legis eludi sentiret, tempus sponsas habendi coartavit, divortiis modum imposuit. [35] Senatorum affluentem numerum deformi et incondita turba-erant enim super mille, et quidam indignissimi et post necem Caesaris per gratiam et praemium adlecti, quos orcinos vulgus vocabat-ad modum pristinum et splendorem redegit duabus lectionibus: prima ipsorum arbitratu, quo vir virum legit, secunda suo et Agrippae; quo tempore existimatur lorica sub veste munitus ferroque cinctus praesedisse decem valentissimis senatorii ordinis amicis sellam suam circumstantibus. Cordus Cremutius scribit ne admissum quidem tunc quem quam senatorum nisi solum et praetemptato sinu. Quosdam ad excusandi se verecundiam compulit servavitque etiam excusantibus insigne vestis et spectandi in orchestra epulandique publice ius. Quo autem lecti probatique et religiosius et minore molestia senatoria munera fungerentur, sanxit, ut prius quam consideret quisque ture ac mero supplicaret apud aram eius dei, in cuius templo coiretur, et ne plus quam bis in mense legitimus senatus ageretur, Kalendis et Idibus, neve Septembri Octobrive mense ullos adesse alios necesse esset quam sorte ductos, per quorum numerum decreta confici possent; sibique instituit consilia sortiri semenstria, cum quibus de negotiis ad frequentem senatum referendis ante tractaret. Sententias de maiore negotio non more atque ordine sed prout libuisset perrogabat, ut perinde quisque animum intenderet ac si censendum magis quam adsentiendum esset. [36] Auctor et aliarum rerum fuit, in quis: ne acta senatus publicarentur, ne magistratus deposito honore statim in provincias mitterentur, ut proconsulibus ad mulos et tabernacula, quae publice locari solebant, certa pecunia constitueretur, ut cura aerari a quaestoribus urbanis ad praetorios praetoresve transiret, ut centumviralem hastam quam quaesturam Tluncti consuerant cogere decemviri cogerent. [37] Quoque plures partem administrandae rei Publice caperent, nova officia excogitavit: curam operum publicorum, viarum, aquarum, alvei Tiberis, frumenti populo dividundi, praefecturam urbis, triumviratum legendi senatus et alterum recognoscendi turmas equitum, quotiensque opus esset. Censores creari desitos longo intervallo creavit. Numerum praetorum auxit. Exegit etiam, ut quotiens consulatus sibi daretur, binos pro singulis collegas haberet, nec optinuit, reclamantibus cunctis satis maiestatem eius imminui, quod honorem eum non solus sed cum altero gereret. [38] Nec parcior in bellica virtute honoranda, super triginta ducibus iustos triumphos et aliquanto pluribus triumphalia ornamenta decernenda curavit. Liberis senatorum, quo celerius rei P assuescerent, protinus a virili toga latum clavum induere et curiae interesse permisit militiamque auspicantibus non tribunatum modo legionum, sed et praefecturas alarum dedit; ac ne qui expers castrorum esset, binos plerumque laticlavios praeposuit singulis alis. Equitum turmas frequenter recognovit, post longam intercapedinem reducto more travectionis. Sed neque detrahi quemquam in travehendo ab accusatore passus est, quod fieri solebat, et senio vel aliqua corporis labe insignibus permisit, praemisso in ordine equo, ad respondendum quotiens citarentur pedibus venire; mox reddendi equi gratiam fecit eis, qui maiores annorum quinque et triginta retinere eum nollent. [39] Impetratisque a senatu decem adiutoribus unum quemque equitum rationem vitae reddere coegit atque ex improbatis alios poena, alios ignominia notavit, plures admonitione, sed varia. Lenissimum genus admonitionis fuit traditio coram pugillarium, quos taciti et ibidem statim legerent; notavitque aliquos, quod pecunias levioribus usuris mutuati graviore faenore collocassent. [40] Ac comitiis tribuniciis si deessent candidati senatores, ex equitibus R creavit, ita ut potestate transacta in utro vellent ordine manerent. Cum autem plerique equitum attrito bellis civilibus patrimonio spectare ludos e quattuordecim non auderent metu poenae theatralis, pronuntiavit non teneri ea, quibus ipsis parentibusve equester census umquam fuisset. Populi recensum vicatim egit, ac ne plebs frumentationum causa frequentius ab negotiis avocaretur, ter in annum quaternum mensium tesseras dare destinavit; sed desideranti consuetudinem veterem concessit rursus, ut sui cuiusque mensis acciperet. Comitiorum quoque pristinum ius reduxit ac multiplici poena coercito ambitu, Fabianis et Scaptiensibus tribulibus suis die comitiorum, ne quid a quoquam candidato desiderarent, singula milia nummum a se dividebat. Magni praeterea existimans sincerum atque ab omni colluvione peregrini ac servilis sanguinis incorruptum servare populum, et civitates Romanas parcissime dedit et manumittendi modum termi navit. Tiberio pro cliente Graeco petenti rescripsit, non aliter se daturum, quam si praesens sibi persuasisset, quam iustas petendi causas haberet; et Liviae pro quodam tributario Gallo roganti civitatem negavit, immunitatem optulit affirmans facilius se passurum fisco detrahi aliquid, quam civitatis Romanae vulgari honorem. Servos non contentus multis difficultatibus a libertate et multo pluribus a libertate iusta removisse, cum et de numero et de condicione ac differentia eorum, qui manumitterentur, curiose cavisset, hoc quoque adiecit, ne vinctus umquam tortusve quis ullo libertatis genere civitatem adipisceretur, Etiam habitum vestitumque pristinum reducere studuit, ac visa quondam pro contione pullatorum turba indignabundus et clamitans: ‘en Romanos, rerum dominos, gentemque togatam’ negotium aedilibus dedit, ne quem posthac paterentur in Foro circave nisi positis lacernis togatum consistere>
Svetonio, Vite dei dodici cesari, II 21-40

Un commento su “Riguardo Ottaviano, nel bene e nel male”

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