Facta mea, non dicta uos, milites

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Valerio, dopo aver temporeggiato per non molti giorni con piccole scaramucce, allo scopo di saggiare le forze del nemico, innalzò il segnale di battaglia, esortando i suoi con brevi parole a non lasciarsi spaventare da una nuova guerra e da un nuovo nemico: quanto più lontano dall’Urbe avessero portato le armi, sempre più si sarebbero avanzati verso genti imbelli.

Non dovevano misurare il valore dei Sanniti dalle sconfitte dei Sidici e dei Campani; quali che fossero le forze in lotta, era inevitabile che una delle due parti rimanesse vinta. Indubbiamente i Campani erano stati vinti più per la vita troppo lussuosa e molle ch’essi conducevano, che per la forza dei nemici. E che cos’erano poi due guerre vittoriose dei Sanniti in tanti secoli, di fronte a tante gesta gloriose del popolo romano, che dalla fondazione dell’Urbe contava quasi più trionfi che anni; che teneva piegate con le armi tutte le forze intorno a sé, i Sabini, l’Etruria, i Latini, gli Ernici, gli Equi, i Volsci, gli Aurunci; che dopo aver battuto i Galli in tante battaglia, li aveva infine costretti a fuggire verso il mare e le navi? Non solo essi dovevano scendere in campo confidando ognuno nella gloria bellica e nel proprio valore, ma anche considerare chi era l’uomo sotto la guida e gli auspici del quale si sarebbe attaccato battaglia, se era uno degno al più d’essere ascoltato, un magnifico esortatore, prode soltanto a parole, ma inesperto d’azioni militari, oppure capace anche lui di maneggiare le armi, di avanzare nelle prime file, di entrare nel pieno della mischia.
<Voglio che seguiate le mie azioni, non le mie parole, soldati!
E che a me chiediate non solo le istruzioni, ma anche l’esempio.
Non coi maneggi politici, né grazie agli accordi in uso fra i nobili, ma con questa destra mi procacciai tre consolati e una grandissima gloria.
Vi fu un tempo in cui si sarebbe potuto dire: “Sicuro, eri un patrizio e nato dai liberatori della patria, e la tua famiglia ebbe il consolato nello stesso anno in cui questa ebbe il Console; ma ormai il consolato è aperto a noi patrizi e a voi della plebe, e costituisce il premio, non della stirpe come in passato, ma dei propri meriti!
Perciò soldati, mirate alle glorie dei grandi.
No, non mi è uscito di mente, anche se voi, uomini, per la volontà degli Dei mi avete dato questo soprannome di Corvino, l’antico soprannome di Publicola, ch’ebbero quelli della nostra famiglia; sempre, in pace e in guerra, da privato, nelle cariche piccole e grandi, così da Tribuno come da Console, nello stesso modo per tutti i successivi consolati, io onoro ed ho onorato la plebe romana. Ora, ciò che preme, con l’aiuto degli Dei adoperatevi assieme a me per ottenere questo nuovo e mai riportato trionfo sui Sanniti.>

[33] Mai altre volte un comandante si mostrò più familiare coi propri soldati, sobbarcandosi di buon grado, in mezzo ai più umili gregari, a tutte le incombenze. Nei giuochi militari, poi, allorché i coetanei si misurano fra loro in gare di velocità e di forza, era giovialmente affabile; sapeva vincere e perdere senza mai mutare l’espressione del volto, e non rifiutava nessuno che si presentasse come avversario; benevolo nell’agire a seconda delle circostanze, teneva presente nel parlare la libertà altrui non meno della propria dignità; e, dote di cui non ve n’è altra più accettata al popolo, esercitava le cariche con gli stessi sistemi con cui le aveva ottenute. Perciò tutto quanto l’esercito, accogliendo l’esortazione del comandante, uscì dall’accampamento con straordinario ardore.

La battaglia, come nessun’altra mai, fu intrapresa con uguale speranza da entrambe le parti, a parità di forze, con fiducia in se stessi e senza disprezzo del nemico.
Ai Sanniti infondevano audacia le ultime imprese compiute, e la doppia vittoria riportata pochi giorni prima, ai Romani invece le gesta gloriose di quattrocento anni e il numero delle vittorie pari a quello degli anni dell’Urbe; per gli uni e per gli altri tuttavia era fonte di preoccupazione la novità del nemico. La battaglia costituì la prova dell’entusiasmo di cui erano animati; infatti combatterono in modo tale, che per qualche tempo gli eserciti non piegarono né dell’una né dell’altra parte. Allora il Console, pensando che si doveva creare lo scompiglio nel nemico, dal momento che non riusciva a respingerlo con la forza, tentò di rompere le prime file lanciando alla carica la cavalleria, ma quando vide l’inutilità delle manovre degli squadroni, che uscivano disordinate per la ristrettezza dello spazio, e l’impossibilità ch’essi si aprissero un varco in mezzo ai nemici, ritornato dagli antesignani delle legioni, dopo esser sceso da cavallo disse:

<Soldati! Questo è compito di noi fanti, avanti dunque, come vedrete me aprirmi un varco col ferro, dovunque avanzerò tra le file nemiche, così voi abbattete, ognuno per parte sua, chi vi si para innanzi; tutto quello spazio dove ora scintillano levate le aste, lo vedrete sgombrato per l’immensa strage!>

Aveva appena finito di parlare, che per ordine del Console, che i cavalieri si schierarono alle ali, ed aprirono così un passaggio al centro per le legioni. Infiammati a tal vista, a destra e a manca, ciascuno avanti a sé accende una memorabile battaglia; resistono i Sanniti, nonostante subiscano perdite meggiori di quelle che infliggono.
Si era ormai combattuto per parecchio tempo; terribile era la strage attorno alle insegne dei Sanniti, e da nessuna parte ancora si accennava a fuggire: tanto fermamente essi avevano deciso di lasciarsi vincere solo dalla morte. Perciò i Romani, sentendo che le loro forze si esaurivano ormai per la stanchezza, e che il giorno stava quasi per finire, infiammati d’ira si scagliano sul nemico. Allora per la prima volta si vide chiaramente che i Sanniti indietreggiavano e si volgevano alla fuga; allora cominciarono ad essere presi ed uccisi; e non ne sarebbero scampati molti, se la notte non avesse troncato la vittoria più che il combattimento. I Romani confessavano di non aver mai combattuto un nemico così ostinato, ed i Sanniti, quando si chiedeva loro quale mai fosse stata la causa principale che li aveva indotti, risoluti com’erano, alla fuga, dicevano d’aver avuto l’impressione che gli occhi dei Romani ardessero, e che il volto fosse dei forsennati e l’aspetto di gente folle; da ciò era nato più terrore che da alcun’altra causa. E questo terrore essi lo manifestarono non soltanto con l’esito della battaglia, ma con la partenza, avvenuta di notte.
Il giorno seguente i Romani s’impadronirono del campo nemico rimasto vuoto, dove si riversò congratulandosi tutta la massa dei Campani.

 

Valerius levibus certaminibus temptandi hostis causa haud ita multos moratus dies signum pugnae proposuit, paucis suos adhortatus ne novum bellum eos novusque hostis terreret: quidquid ab urbe longius proferrent arma, magis magisque in imbelles gentes eos prodire.
Ne Sidicinorum Campanorumque cladibus Samnitium aestimarent virtutem; qualescumque inter se certaverint, necesse fuisse alteram partem vinci. Campanos quidem haud dubie magis nimio luxu fluentibus rebus mollitiaque sua quam vi hostium victos esse. Quid autem esse duo prospera in tot saeculis bella Samnitium adversus tot decora populi Romani, qui triumphos paene plures quam annos ab urbe condita numeret; qui omnia circa se, Sabinos Etruriam Latinos Hernicos Aequos Volscos Auruncos, domita armis habeat; qui Gallos tot proeliis caesos postremo in mare ac naues fuga compulerit? Cum gloria belli ac virtute sua quemque fretos ire in aciem debere, tum etiam intueri cuius ductu auspicioque ineunda pugna sit, utrum qui, audiendus dumtaxat, magnificus adhortator sit, verbis tantum ferox, operum militarium expers, an qui et ipse tela tractare, procedere ante signa, versari media in mole pugnae sciat. “Facta mea, non dicta uos, milites” inquit, “sequi volo, nec disciplinam modo sed exemplum etiam a me petere. Non factionibus [modo] nec per coitiones usitatas nobilibus sed hac dextra mihi tres consulatus summamque laudem peperi. Fuit cum hoc dici poterat: patricius enim eras et a liberatoribus patriae ortus, et eodem anno familia ista consulatum quo urbs haec consulem habuit: nunc iam nobis patribus vobisque plebei promiscuus consulatus patet nec generis, ut ante, sed virtutis est praemium. Proinde summum quodque spectate, milites, decus. Non, si mihi novum hoc Coruini cognomen dis auctoribus homines dedistis, Publicolarum vetustum familiae nostrae cognomen memoria excessit; semper ego plebem Romanam militiae domique, privatus, in magistratibus parvis magnisque, aeque tribunus ac consul, eodem tenore per omnes deinceps consulatus colo atque colui. Nunc, quod instat, dis bene iuvantibus novum atque integrum de Samnitibus triumphum mecum petite.”

[33]on alias militi familiarior dux fuit omnia inter infimos militum haud gravate munia obeundo. In ludo praeterea militari, cum velocitatis viriumque inter se aequales certamina ineunt, comiter facilis; vincere ac vinci voltu eodem nec quemquam aspernari parem qui se offerret; factis benignus pro re, dictis haud minus libertatis alienae quam suae dignitatis memor; et, quo nihil popularius est, quibus artibus petierat magistratus, iisdem gerebat. Itaque universus exercitus incredibili alacritate adhortationem prosecutus ducis castris egreditur.

Proelium, ut quod maxime unquam, pari spe utrimque, aequis viribus, cum fiducia sui sine contemptu hostium commissum est. Samnitibus ferociam augebant novae res gestae et paucos ante dies geminata victoria, Romanis contra quadringentorum annorum decora et conditae urbi aequalis victoria; utrisque tamen novus hostis curam addebat. Pugna indicio fuit quos gesserint animos; namque ita conflixerunt ut aliquamdiu in neutram partem inclinarent acies. Tum consul trepidationem iniciendam ratus, quando vi pelli non poterant, equitibus immissis turbare prima signa hostium conatur. Quos ubi nequiquam tumultuantes in spatio exiguo voluere turmas vidit nec posse aperire in hostes viam, reuectus ad antesignanos legionum, cum desiluisset ex equo, “nostrum” inquit, “peditum illud, milites, est opus; agitedum, ut me videritis, quacumque incessero in aciem hostium, ferro viam facientem, sic pro se quisque obvios sternite; illa omnia, qua nunc erectae micant hastae, patefacta strage vasta cernetis.” Haec dicta dederat, cum equites consulis iussu discurrunt in cornua legionibusque in mediam aciem aperiunt viam. Primus omnium consul invadit hostem et cum quo forte contulit gradum obtruncat. Hoc spectaculo accensi dextra laevaque ante se quisque memorandum proelium cient; stant obnixi Samnites, quamquam plura accipiunt quam inferunt volnera.

Aliquamdiu iam pugnatum erat; atrox caedes circa signa Samnitium, fuga ab nulladum parte erat: adeo morte sola vinci destinaverant animis. Itaque Romani cum et fluere iam lassitudine vires sentirent et diei haud multum superesse, accensi ira concitant se in hostem. Tum primum referri pedem atque inclinari rem in fugam apparuit; tum capi, occidi Samnis; nec superfuissent multi, ni nox victoriam magis quam proelium diremisset. Et Romani fatebantur nunquam cum pertinaciore hoste conflictum, et Samnites, cum quaereretur quaenam prima causa tam obstinatos mouisset in fugam, oculos sibi Romanorum ardere visos aiebant vesanosque voltus et furentia ora; inde plus quam ex alia ulla re terroris ortum. Quem terrorem non pugnae solum eventu sed nocturna profectione confessi sunt. Postero die vacuis hostium castris Romanus potitur, quo se omnis Campanorum multitudo gratulabunda effudit.

 

Livio, AUC, VII 32-33

 

Emanuele Viotti

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